
(autoprodotto) Sono in giro da trentaquattro anni. Hanno sfornato, questo compreso, ben 17 dischi, senza contare varie altre pubblicazioni. Sono ormai la band del vocalist e polistrumentista Orlok, anche se lui non è propriamente il fondatore della band, creata nel 1992 da Zenon (chitarra) e Vercingetorix (batteria), musicisti accreditati solo nel primo disco “The Gospel of the Horned One”, dei quali non si è più saputo nulla. Il bello dei Countess è che non evolvono, non seguono le mode, non si aggiornano, non cambiano stilisticamente, rimanendo legati indissolubilmente a un metal classico in chiave proto-estrema, sulla scia di Bathory, Master’s Hammer e dei primi Celtic Frost. Quelle vocal cattive, graffianti, ma molto lontane da concetti quali growl o scream, quei riff aggressivi ma ancora molto melodici, più vicini al doom che al metal estremo e, infine, quelle tastiere quasi forzate, geniali nella loro purezza priva di influenze, quasi evocative dei primi vagiti di quello che poi divenne il symphonic black metal. Inquietante “Iron Dragons”, minacciosa nella sua geniale semplicità “Across The Rainbow Bridge”, salto indietro agli albori del black metal sinfonico con l’ottima “Quest For The Book Of Wrath”. Ci sono spiragli di thrash (sinfonico?) su “Call Upon The Gods Of Chaos”. Come rimanere impassibili di fronte a perle quali l’incalzante “A Thousand Torches”, con quella linea di basso pulsante, quella chitarra super melodica e quelle keys che spingono verso la gloria. Canzoni come “Lord Of The Millennia” inglobano i fondamenti antichi di tante modernità del metal, meravigliosamente epici i sette minuti abbondanti di “March Towards The End Of Time”, prima della conclusiva e ribelle “Slaves Shall Serve”. Tre quarti d’ora scanditi da dieci brani puri, senza compromessi, forgiati con passione usando il metallo più pregiato, il metallo vero, quello antico, luccicante come taglienti lame di spade, pesante come letali mazze ferrate. I Countess, ancora una volta, sono stati capaci di fondere con micidiale originalità il black della prima ondata con l’heavy e il doom tradizionali, regalandoci qualcosa che esalta, che stimola e che alimenta un bellissimo senso nostalgico per un sound ormai antico, anche se tutt’altro che dimenticato.
(Luca Zakk) Voto: 8/10




