(Nuclear Blast Records) Otto anni da “Eonian”, senza contare la compilation “Inspiratio Profanus”, tanto bella quanto superflua a livello discografico. “Eonian” è stato un grande disco, anche se col tempo non ha retto come i capolavori usciti fino a “Death Cult Armageddon”. Eppure aveva un tono grandioso, con tastiere onnipresenti come ci si aspetta da un pilastro del Symphonic Black Metal: basta ascoltare “Interdimensional Summit” per capire quella pomposità trionfale. Era quindi lecito chiedersi dove sarebbe potuta arrivare tale maestosità sonora con questo nuovo lavoro, l’undicesimo in 33 anni di carriera: cosa aspettarsi dai Dimmu Borgir anno MMXXVI? Ed è qui che le strade si divideranno: c’è chi amerà questo disco, chi lo odierà, chi lo troverà insignificante e chi invece lo collocherà tra i migliori. Fa parte del gioco. “Grand Serpent Rising” ha molte meno orchestrazioni, è molto più chitarristico ed è ricco di assoli… tanto che quel “Grand” nel titolo potrebbe quasi trarre in inganno rispetto ai cori e alle orchestre del passato. Tecnicamente siamo davanti alla perfezione, con una produzione sublime e lo zampino di Fredrik Nordström: un disco forse troppo lungo (o con troppe filler?), ma comunque avvincente e ben costruito. Le orchestrazioni ci sono, ma restano più controllate e si scatenano al momento giusto, mentre gli assoli spesso prendono il posto di ciò che una volta veniva affidato alle keys, cosa comprensibile visto il ritorno della band alla formula del duo originale composto dal frontman Shagrath e dal chitarrista Silenoz. I brani sono ricchi di dettagli e arrangiamenti intelligenti, pezzi che richiedono più ascolti per essere assimilati, mentre in passato c’era sempre qualche classico istantaneo capace di colpire subito. Il mood cupo e teatrale nasce con “Tridentium”, seguito da “Ascent”, che chiarisce subito l’approccio del disco: i Dimmu Borgir si riassumono e si autocelebrano, riorganizzando gli elementi più iconici della loro carriera all’interno di questi tredici brani. Ma nasce anche un dubbio: si tratta di idee già sentite oppure no? “As Seen in the Unseen” è epica e dotata di un refrain tanto semplice quanto irresistibile. Bello il pianoforte di “The Qryptfarer”, che richiama il songwriting storico del gruppo. Oscura ed efficace “Ulvgjeld & Blodsodel”; ottima la chitarra di “Repository of Divine Transmutation”, uno dei pezzi più particolari, con qualche richiamo ai Satyricon. Ben costruita “Slik Minnes en Alkymist”, anche se con linee vocali poco memorabili; discreta “The Exonerated”, più filler “Recognizant”. Drammatica e molto dark “At the Precipice of Convergence”, inquietante “Shadows of a Thousand Perceptions”, splendido infine “Gjǫll”, lo strumentale conclusivo. Un tentativo di rinascita, di ritorno alla gloria o un canto del cigno? Nel primo caso c’è ancora da lavorare, anche se la direzione verso un rinnovamento esiste. Nel secondo… meglio riprovarci, perché l’album è sicuramente bello e godibile, ma i Dimmu Borgir ci hanno abituati a qualcosa di molto più grandioso.

(Luca Zakk) Voto: 7,5/10