(Black Widow Records) Terzo album per Abyssian, progetto nato nel 2010 per volontà di Roberto Messina, ex chitarrista e tastierista dei siciliani Sinoath, i quali, dopo gli esordi vicini al black metal, si sono poi spostati verso sonorità dark, gothic e doom. Roberto è successivamente uscito dai Sinoath nel 1996 e, dopo anni di inattività, ha deciso di riprendere il discorso interrotto con la precedente band, mantenendo lo stesso tipo di approccio con la sua creatura Abyssian. La differenza principale rispetto al passato riguarda le tematiche trattate, con un interesse spostato verso civiltà sommerse come Atlantide e la creazione del mondo dal punto di vista della cultura sumera. Musicalmente ci troviamo davanti a un doom metal potente e solenne, fortemente influenzato dal dark gothic degli anni ’80, in primis Sister Of Mercy, e dal gothic metal degli anni ’90, con formazioni come Moonspell e Type O Negative a influenzarne l’approccio doomy e lo stile vocale cupo e potente. L’album si apre con “In My Times Of Forlorn”, lunga intro acustica con in sottofondo lo scroscio della pioggia, a creare un’atmosfera molto suggestiva, che lascia poi il posto all’opener “Let Me Die Under The Stars I”, dal riffing cupo e pesantissimo, ma reso dinamico e accattivante dal drumming vario e fantasioso di Daniele Ferru, mentre il basso di Vinz suona pieno, ben presente e incalzante e la voce profonda e cupa di Umberto Vono risulta teatrale e salmodiante. “Let Me Die Under The Stars II” è un mid tempo in palm muting, un po’ à la “Rain” dei The Cult, per poi svilupparsi in aperture più dilatate che mettono nuovamente in mostra le doti della voce catalizzante e magnetica di Vono. Molto interessante e indovinata l’accelerazione quasi thrashy prima del finale, corredata da un assolo semplice ma efficace. “Let Me Die Under The Stars III” è la più lunga delle tre parti che costituiscono la title track e si apre con una melodia malinconica intessuta dalle chitarre, sulla quale poggia la voce, nuovamente declamatoria e d’impostazione più doom che dark, a sprizzare malinconia e teatralità da ogni poro. Nella parte centrale compaiono alcune reminiscenze black metal, soprattutto per certe dissonanze della chitarra che sfociano poi in un finale acustico con spoken word drammatiche che lasciano un senso di disperazione. “Back To Tilmun + 2025” è la riproposizione del brano apparso su “Nibiruan Chronicles” del 2016 e presenta sonorità più serrate, con ritmiche thrash che sanno di Celtic Frost e alcune harsh vocals, il tutto riarrangiato nello stile attuale della band. L’album si chiude con “Avalon”, cover totalmente stravolta e dalla durata doppia rispetto all’originale dei Roxy Music, mantenendone la malinconia e la melodia portante, ma rendendola ancora più oscura e inquietante. Un lavoro che segna un’ulteriore maturazione rispetto al passato, con una maggiore varietà melodica in grado di dare risalto a brani di grande qualità, rendendoli memorabili.

(Matteo Piotto) Voto: 8/10