(earMUSIC) L’iconico Kai Hansen, cofondatore dei leggendari Helloween e dei mitici Gamma Ray, pubblica finalmente il suo primo album solista o, per la precisione, a suo nome; in realtà dieci anni fa uscì “XXX – Three Decades in Metal”, ma non era veramente un album a nome Hansen, era piuttosto un Kai Hansen & Friends, vista anche la vasta schiera di amici che sono intervenuti nella release (tra i tanti Dee Snider, Michael Kiske, Ralf Scheepers, Tobias Sammet, Roland Grapow e Michael Weikath). Il nuovo “Born with a Hammer” vede Kai e la sua band, stessi membri di dieci anni fa (Eike Freese, Alexander Dietz degli Heaven Shall Burn e Daniel Wilding dei Carcass), con l’aggiunta di un altro chitarrista, il figlio Tim Hansen (classe 1999, già in forze agli Induction), e spazia in ogni direzione, senza remore, senza timore. Con un’intelligenza compositiva decisamente eclettica, l’album tocca il metal, il power metal, il rock, ma anche il dark… viaggiando poi in ogni direzione stilistica, senza tuttavia venire meno all’energia che Kai Hansen ha sempre inserito in ogni canzone da lui scritta, suonata o cantata. “Feeding The Beast” è heavy metal, puro, grezzo, schietto ma con l’aggiunta di un tocco di modernità: è l’heavy metal del quale abbiamo tutti bisogno. “Welcome To Life” inizia a sorprendere: un metallo power-punk stile primi Helloween… che riesce tuttavia a far emergere una divagazione decisamente… reggae! C’è elettronica sulla travolgente e avvincente “Don’t Care”, oscura “Wait And See”, ribellione pura con la rabbiosa “I.D.G.A.F.” (l’acronimo sta per I Don’t Give A Fuck, tanto per essere Kai Hansen senza controindicazioni). Epica, un po’ malinconica, teatrale e arricchita dal pianoforte la title track… sembra quasi che Kai ci stia dicendo che si trova a suo agio anche in ambiti metal-opera. C’è un bel feeling anni ’80 sul power metal di “End Of The Road”, è fuori controllo “Triple Trouble”. Gloriosa, iper-classica e sognante “Invaders”, prima della conclusiva “Wonderland”, una mazzata che prende Helloween, Judas Priest, power, death metal e thrash metal per spingerli dentro uno schiacciasassi contemporaneamente. Chitarre che spaccano, assoli impeccabili, musica potente, diretta, incalzante ma sempre genialmente imprevedibile. Ma sapete cosa rende questo disco una bomba? Quella voce incazzata e maleducata in ogni dannato brano, quella voce che questo sottoscritto, ragazzo di 12 anni, sentì uscire dalle casse non appena appoggiò la puntina sul vinile e l’aria fu invasa dalla potenza selvaggia dell’urlo di “Starlight”, dopo quell’intramontabile ‘risveglio’ (sapete benissimo di cosa sto parlando!). Ecco, sta tutto lì. Kai Hansen e la sua voce, rimasta immutata, in ogni tonalità, comprese quelle più acute. Kai potrebbe suonare qualsiasi genere musicale, con qualsivoglia musicista, amico o parente… ma niente e nulla potrà mai scindere il suo timbro da quella violenza ribelle della prima metà dei favolosi anni ’80!

(Luca Zakk) Voto: 9/10