(Cherry Red Records) Quando la band Hawkwind non può ritrovarsi nella totalità dei suoi elementi per questioni logistiche, era già successo nel 2012 e allora pubblicò l’ottimo “Stellar Variations”, diventa appunto ‘Light Orchestra’, cioè la sua versione alleggerita! Accade nuovamente e a causa del ‘carnivorous’ che anche il meno avvezzo a certe sfumature delle parole, avrà capito che quel titolo è l’anagramma di ‘coronavirus’. Dunque pandemia, lockdown, impossibilità di muoversi non solo tra stati, ma anche tra regioni, province e le stesse città. Una catastrofe e sopra la quale ancora una volta l’astronave degli Hawkwind si libra in volo. In realtà l’album nasce come un possibile album solista di Dave Brock, chitarra, voce, tastiere e immortale capitano dell’astronave che la abita dal 1969. Brock avvia il progetto nell’inverno del 2019, poi nel gennaio e febbraio successivi hanno poi aggiunto dei contributi i soli Richard Chadwick (batteria) e Magnus Martin (chitarra, voci e tastiere). Nelle modalità sonore “Carnivorous” suona proprio come un album degli Hawkwind, perché in definitiva è stato plasmato come tale. Dunque la denominazione ‘Light Orchestra’ viene aggiunta anche per rispetto agli assenti. Un sound proiettato al futuro che forse, si osa scrivere, ha messo mano in qualche cassetto dove c’è qualche vecchio nastro, spartito, idea. “Carnivorous” a tratti sembra un insieme di outtakes ma anche e soprattutto una lunga jam saession. Nonostante ciò i risultati sono di gran lunga piacevoli. Synth imperiosi, dominanti, spina dorsale del tutto, quanto gli effetti sonori. Come per “Whose Call Is It Anyway?”, “Attraction” oppure la bellissima “Square Peg Into A Round Hole”. Sono dunque tante le atmosfere: spaziali, elettroniche, ambient, sognanti e nebulose. L’uso di sporadici cori femminili ha portato dei registri nuovi. La chitarra di Dave Brock invece appare dimessa, di contorno, forse poco ruggente ma solo a causa della produzione. Oltre 71′ di durata “Carnivorous” che sembra l’entrare in una dimensione costruita in larga parte con i concetti adoperati dalla band in questi ultimissimi anni, cioè attraverso lunghi flussi sonori ben definiti che dominano interamente i loro album. Gli Hawkwind, quanto nella loro versione ‘light’, ormai non scrivono più dei pezzi unici, caratterizzanti, legati al netto di tutto al formato canzone. Rispetta in parte quanto scritto la sola “Dyna-mite”, “Windy Day” per il suo grazioso incedere e ritornello stagionato ma di presa sicura («la la la laaa …la la la la la laa») e probabilmente “Forgotten Memories”. Oggi negli Hawkwind tutto sembra un’unica grande sperimentazione, quanto un suonare sopra le righe, e lo è anche questa loro versione leggera.

(Alberto Vitale) Voto: 8/10