(Cherry Red Records) Spazio. Tempo. Spaziotempo. È incredibile… gli Hawkwind di Brock esistono ormai da epoche remote, da tempo immemore, praticamente dall’alba della civiltà, ammesso e non concesso si siano formati in QUESTA civiltà, su QUESTO pianeta. Una infinità di dischi per una band che si rinnova costantemente, che si reinventa, una band che si nega pubblicando dischi sotto altri moniker. Una band che ruota attorno al supremo Dave Brock, indipendentemente dalla line up, sempre in evoluzione: non dimentichiamo che Lemmy entrò nella band rimanendoci per tre dischi, solo perché il bassista quel giorno era irreperibile, o che ad un certo il batterista lasciò la band venendo prontamente sostituito da uno nuovo… prima del ritorno di quello originale, evolvendo verso una line up con be due batteristi, per il semplice fatto che a entrambi piaceva stare nel gruppo. Una band che ha schierato musicisti di tutti i tipi, da flautisti a generatori di suoni, senza dimenticare poeti, narratori… con l’obbligo di citare nomi noti quali Arthur Brown, Samantha Fox, Eric Clapton o Phil Campbell. Un nuovo album, apparentemente il 36°, il quale richiama al passato: impossibile non pensare all’era di “Spirit of the Age” con la bellissima “The Starship (One Love One Life)”… diamine, pure le linee di basso riportano a quei giorni, ed infatti non mancano nemmeno questa volta le percussioni e la voce di Richard Chadwick, un punto extra nel viaggio a ritroso nel tempo. “Our Lives Can’t Last Forever” apre seducente, ipnotica, malinconica ma sempre ricca di una chitarra sublime. Ma nello stile eclettico della band inglese non manca il futuro cosmico scandito dal sassofono di Michal Sosna, come succede nella favolosa “What Are We Going To Do While We’re Here”… un ulteriore tassello in un album seducente, provocante, irresistibile. Ascolto la band di Brock da sempre, anche grazie al buon zio Lemmy, è infatti impossibile dimenticare gli album che lo vedevano annoverato nella line up. Tuttavia, per quanto sia per me una missione, trovo difficilissimo seguirne la discografia fatta di dischi, di remix, di cover di loro stessi, di riedizioni con altri musicisti, di dischi pubblicati con nomi differenti o con il nome di Brock come solista, ovvero il mastermind assoluto; e questo “Stories From Time & Space” è, nuovamente, un disco unico ma associabile agli Hawkwind ad occhi chiusi. Un turbinio di suoni che da oltre cinque decenni continua ad evolversi pur restando inequivocabilmente Hawkwind. Esiste un inizio? Esiste una fine? Come fa Brock ad avere questa infinita scia di ispirazione che gli permette di sfornare dischi da tutto questo tempo, con un ventaglio vastissimo di musicisti? Credo sia un superpotere… forse lui non è umano, probabilmente non è di questo pianeta… cosa che, dopotutto, ci ha fatto sempre supporre, visto che ci narra storie di mondi lontani e viaggi intergalattici da sempre! “Stories From Time & Space” è la sintesi degli Hawkwind, la sintesi sonora, la sintesi lirica, la sintesi nel concetto del titolo stesso, perché questa band ha cavalcato il tempo, ha anticipato il corso delle epoche, ha scritto pagine intere di rock, di space rock, di rock psichedelico. Gli anni, le tendenze e le epoche passano, gli idoli sorgono e tramontano, le mode nascono e muoiono, le leggende si disperdono negli echi del tempo… ed in tutto questo umano incedere del tempo, dentro un determinato e limitatissimo spazio, gli Hawkwind vanno oltre, volano più in alto, dominano la dimensione temporale, osservando ed influenzando il nostro piccolo mondo, delineato dai piccoli confini crudeli del tempo che scorre beffardo ed inesorabile.

(Luca Zakk) Voto: 10/10