(Napalm Records) Con alle spalle una carriera ultratrentennale, giungono al quattordicesimo sigillo i Kamelot, alfieri del lato più teatrale, bombastico e sottilmente oscuro del power metal. “Dark Asylum” ruota intorno a un ambizioso concept di stampo gotico: l’ambientazione della vicenda è Raven Hill, ex cattedrale successivamente convertita in manicomio. Il protagonista è un paziente, il quale, tra ricordi e pure illusioni, cerca di trovare un barlume di sanità mentale. “Sanctorium”, parola che mescola i termini ‘santuario’ e ‘sanatorio’, spalanca idealmente i cancelli dell’edificio, con un’ouverture in pieno stile Kamelot, perfetta per aprire la strada alla cinematografica “Ashen World”, che vede come guest Ignacia Fernàndez, cantante dei Decessus e Miss Cile 2025. Un grande pezzo d’apertura, grazie anche a un assolo da manuale di Youngblood. La title track ha nel ritornello il proprio punto di forza, grazie alla prova magistrale di Tommy Karevik, il quale ci trascina all’interno della spirale di follia di Raven Hill. La teatralità si taglia a fette su “Sanctuary”, dove il cantato di Karevik incontra nuovamente il growl di Ignacia Fernàndez, con l’aggiunta della voce angelica di Clémentine Delauney. Dopo il breve interludio dal sapore ecclesiastico “Nocte Veritas”, tocca a “One Last Masquerade”, brano che vede la partecipazione di Tobias Sammet, per uno dei pezzi più heavy dell’intero disco. “Ivy, My Dear” è una dolce ballad dal sapore fortemente folk, decisamente accattivante, mentre “Godlike Alchemy” è la quintessenza del Kamelot sound, tra riff potenti, orchestrazioni e grandi linee vocali. “The Sleeping Mind (Orphic Paradigm)” è onirica nelle tematiche e vivace musicalmente, per quello che è l’apice progressivo dell’album insieme a “Kaleidoscope”, titolo azzeccato sia per descrivere l’inquietudine musicale del pezzo sia per quanto riguarda il concept, visto che parla di frammentazione mentale. “Enigma (Think Of Me)” e “Cassandra’s Disease” rappresentano il punto più oscuro dell’intero platter, dove realtà e illusione si mescolano in maniera sempre più indistinguibile. “Beneath The Moon (Tunglið)” è quieta, eterea, dominata dal violino di Lea Sophie Fischer degli Eluvietie e dalle voci di Rannveig Sif Sigurðardóttir e Sólveig Sara Leupold. “The Puppet King” è veloce, potente e drammatica, prima della solenne outro “Sanctum Requiem”, che mette la parola fine a uno dei migliori album della carriera dei Kamelot. Mai come questa volta, il mix tra parti power, elementi orchestrali e atmosfere gotiche si è incastrato alla perfezione, per quello che è il lavoro più ispirato da quando Karevik è al microfono.

(Matteo Piotto) Voto: 9/10