
(Black Widow Records) Debut album per Sarvaega, progetto nato dalla mente di Julia, ex cantante e bassista di Julia And The Roofers, formazione in cui ha collaborato Peso dei Necrodeath, il quale, oltre a essersi prestato nel ruolo di batterista, ha funto da mentore, segnalando il talento di Julia alla Black Widow. Il legame con i Necrodeath è ulteriormente rafforzato dal fatto che il chitarrista degli storici thrashers, Pier Gonella, si è occupato della produzione. Trovo affascinante il monicker Sarvaega, una versione dialettale genovese del termine ‘selvaggia’, che suona simile sia al veneto ‘selvadega’ sia al veneto arcaico ‘salbéga’. Ma, tornando al disco, il genere proposto è una sorta di incrocio tra il doom degli anni ’70 e il gothic metal che ha dominato la fine degli anni ’90; troviamo infatti tra le influenze gli onnipresenti Black Sabbath, insieme ai loro discepoli Type O Negative, Cathedral, i primi Death SS e Paul Chain. L’opener “Come To An End” è sulfurea, epica ed evocativa, caratterizzata dal basso in rilievo, dall’organo che dona profondità e sacralità e dalla voce pazzesca di Sarvaega, intrisa di blues, potente e rauca, figlia di Janis Joplin applicata al doom. Affascinante e catchy “The Rope”, dal ritmo sostenuto e commerciale, o almeno così appare nella prima metà, perché nella seconda parte il brano assume tinte oltremodo inquietanti, con vocals cantilenanti e quel ‘Do It’ ripetuto ossessivamente, in grado di mettere non pochi brividi. “Summer (Seems So Easy)” unisce il più tradizionale doom, lento e funereo, a suggestioni psichedeliche, grazie alla presenza del sitar; va segnalato il meraviglioso assolo di chitarra del bravissimo Damiano Lagozzo. Altrettanto psichedelica e ipnotica è “Pain”, un trionfo di chitarre acustiche e percussioni dal sapore tribale, mentre “Bones” si divide tra l’energia esplosiva della prima parte e quella più evocativa e rituale della seconda metà, con un andazzo simile a quello di “The Rope”. Il singolo “Down In The Net” è pesante come la vita e tetro come la morte, puro doom lentissimo, vicino allo stile dei Saint Vitus, dominato da linee vocali meravigliose che, nei momenti più vivaci, mi ricordano quelle di Martina Vivaldi ai tempi di “Merry Go Round”. “Love Will Shed A Tear” poggia su atmosfere eteree e rarefatte, vicine al folk, mentre “Black Sabbath”, riletta in versione doom, rende omaggio all’oscuro rock psichedelico dei Coven. Un album potente, oscuro, meravigliosamente psichedelico ed evocativo; insieme ai miei conterranei Messa, il miglior esempio di gothic/doom con voce femminile.
(Matteo Piotto) Voto: 9/10




