(Xtreem Music) I torinesi Ural sono la prova vivente di come sia possibile evolvere in maniera esponenziale il proprio stile rimanendo al contempo legati a doppio filo alle proprie origini; giunta al quarto full length, la formazione piemontese si ripresenta con nove trascinanti pezzi di crossover thrash tipicamente East Coast, con richiami evidenti ad Anthrax e Nuclear Assault, tra accelerazioni, gang chorus e parti mosh, e con qualche rimando anche alla Bay Area, come nel caso di “Rat In A Cage”, stilisticamente affine agli Exodus. Ma la differenza principale tra gli Ural e la miriade di formazioni thrash contemporanee è una certa attitudine alla sperimentazione, con l’inserimento di brevi partiture inaspettate che, se a un primo impatto possono lasciare perplessi e spiazzati, con il proseguire degli ascolti si rivelano proprio quelle finezze capaci di portare le composizioni su un altro livello. Mi riferisco principalmente ai numerosi stacchi progressivi presi in prestito da Voivod e Coroner, che sviluppano così ulteriormente un percorso già intrapreso con il precedente lavoro “Psychoverse”. Si tratta appunto di piccoli stacchi che non inficiano minimamente il tiro dei brani, ma che sono in grado di creare quell’effetto sorpresa e imprevedibilità, nonché di grande personalità, come nella parte centrale dell’opener “Extreme Paranoia”, con partiture sghembe che irrompono nel vortice di riff, oppure nei fraseggi irregolari e affatto scontati di “Wrong Children”. Molto particolare e piacevole è la cover del trombonista jazz J.J. Johnson “Flat Black”, con il trombone del maestro Sergio Chiricosta in primo piano, mentre la band macina riff secchi e marziali. Un album che mette d’accordo i thrashers più oltranzisti e coloro che sono alla ricerca di un sound intelligente, geniale ed evoluto, senza però voler rinunciare a impatto e aggressività.
(Matteo Piotto) Voto: 9/10




