
(Andromeda Relix / Lizard Records / Ma.Ra.Cash records) Piccolo viaggio introspettivo nel nostro mondo per voi che state là fuori. Non ho idea, o meglio non ricordo, come un normale ascoltatore o fan veda il lavoro di noi writers, di noi redattori, sempre impegnati ad ascoltare roba assurda, tutta roba che forse voi fruirete online, forse comprando un brano, un CD o un vinile. A gente come noi arrivano decine di email al giorno, decine di EPK (kit stampa digitali) e, a volte, pure qualche CD fisico. Il CD fisico è accompagnato dalla stampa di un PDF che spiega di cosa si tratti, spiega in qualche modo (e in qualche lingua) che roba è. Poi saltano fuori i Vade Aratro. E tutto cambia. Qui sotto uno scan della lettera accompagnatoria al CD fisico pervenutomi. Che roba! Che dite? Wow! Sono italianissimi, giungono al quarto disco in circa vent’anni di storia e suonano heavy, thrash, rock… il tutto orientato a un folk rurale infinitamente italiano, con testi in lingua madre che non snocciolano ritornelli banali da urlare in concerto, piuttosto storie, immagini, sensazioni di vita vera, vita vissuta, vita reale. Infatti le dieci canzoni sono ambientate la sera del dieci agosto 1996 — San Lorenzo — nei pressi di un ipotetico macero, in un’ipotetica campagna, in effetti del tutto simile alla nostra, ovvero quella nei paraggi di San Giovanni in Persiceto (BO), luogo di origine dell’intera band. È un concept il disco: vita adolescente, ragazzi che si trovano nei paraggi di un macero (stagni artificiali sparsi tra i campi, utilizzati per la lavorazione della canapa fino alla metà del secolo scorso) di provincia, giungendo in motorino, per far festa, per fumarsi canne, per scoprire l’amore, un’anticipazione della vita. Un disco che narra. Un disco che narra con riff rock, passaggi heavy, una specie di rock opera rurale che nasconde un immenso valore. Certo, non è un disco internazionale, anche perché cantato tutto in italiano, ma “I Racconti Del Macero” è una vera rock opera, una rock opera underground, una rock opera rurale, una pagina di storia di vita nella quale ogni ultraquarantenne italiano vissuto lontano dalle metropoli può riconoscersi, riscoprirsi, identificarsi. Ecco che i brani narrano di trasferte al macero con Helloween in cuffia, legami con la vita rurale, la purezza della gioventù che si tuffa in questi stagni, il ciclomotore come immagine della mobilità futura, il collegamento con l’antichità, con la storia, con la tradizione. Le scoperte, le incredibili scoperte, i segreti, la natura che respira e canta, la cronaca… fino alle stelle cadenti. Un disco da ascoltare. Da sentire. A prescindere. Lasciatevi andare e riscoprite le vostre origini: non è musica folk, è heavy, ma il legame con la nostra — la vostra — storia diventa travolgente.
(Luca Zakk) Voto: 9/10





