(Noise Records) Cronos è il re dei paraculi: il buon Conrad è perfettamente cosciente che gran parte del suo successo provenga dai primissimi anni ’80, quando dischi come “Welcome To Hell”, “Black Metal”, “At War With Satan” e il leggermente inferiore, eppure infernale, “Possessed” hanno alzato l’asticella del metal estremo, per la gioia dei teenager del tempo e l’orrore dei genitori; conscio di ciò, il cantante e bassista inglese dissemina gli album dei Venom di svariate citazioni al proprio glorioso passato: basti pensare al disco del 2006, intitolato “Metal Black”, fino al singolo apripista del nuovo “Into Oblivion”, intitolato “Lay Down Your Souls”, per non parlare della copertina, praticamente la riproposizione di quella di “Black Metal”, ma questa volta realizzata con l’AI. Ma veniamo alla musica: dopo il decente “From The Very Depths” e il deludente e poco ispirato “Storm The Gates”, le mie aspettative erano tiepide, e invece mi trovo tra le mani il loro miglior lavoro almeno dai tempi di “Resurrection”; anzi, se non fosse per alcuni filler verso la fine del disco, direi, senza temere smentita alcuna, che “Into Oblivion” potrebbe giocarsela con i capolavori citati a inizio recensione. La title track è tipicamente Venom: rock & roll veloce e incazzato, come Lemmy sotto anfetamine comanda, mentre il ringhio di Cronos gestisce bene sia le partiture più rabbiose sia l’articolato rallentamento nel finale. “Lay Down Your Souls” tira dritta, riportandoci a “Black Metal”, sia nel riffing sia nel refrain ‘Lay Down Your Soul To The Gods Of Rock And Roll’… Devastante! Anche “Kicked Outta Hell” ha tutte le caratteristiche per diventare un nuovo classico, con quel riff al limite dello speed metal e uno sviluppo dal sapore NWOBHM, arricchito da interessanti cambi di tempo e addirittura da un mini assolo di basso da parte di Cronos. “Nevermore” e “Man & Beast” sono rocciose e spezzacollo, mentre “As Above, So Below” è maleducata, con un chorus cantilenante dalla forte attitudine punk. Lo speed metal di “Death The Leveller” ci riporta nuovamente ai sulfurei esordi, ma con un tasso tecnico e una potenza sonora aumentati a dismisura, in contrapposizione a “Legend”, percussiva e dalle strofe quasi recitate, un po’ affine a brani come “Manitou”, mentre “Live Loud” prende a schiaffi in faccia l’ascoltatore con la sua velocità, per poi rallentare all’altezza del cadenzato e ultra-heavy refrain. Un album finora impeccabile, purtroppo inficiato da tre brani evitabili che ne abbassano la qualità, a partire da “Metal Bloody Metal”, carina ma assai banale, passando per l’insulsa “Dog Of War”, uno dei brani più inutili dell’intera discografia della band, per finire con “Deathwitch”, la meno peggio del trittico, baciata da un buon riff ma piuttosto prevedibile. La conclusiva “Unholy Mother” rialza le quotazioni del disco, con strutture ritmiche particolari inframmezzate da arpeggi dissonanti, molto black metal, genere del quale i Venom sono precursori indiscussi. Peccato per i tre brani poco ispirati verso la fine dell’album, perché, togliendo quelli, avremmo tra le mani uno dei migliori lavori mai incisi sotto il nome Venom.

(Matteo Piotto) Voto: 9/10