(Scarlet Records) Michele Luppi e Oleg Smirnoff sono tornati a fare parte dei Vision Divine, ed è subito magia! Il cantante, che ha saputo fare sue le melodie vocali scritte da e per la voce di Fabio Lione nel capolavoro “Stream Of Consciousness”, è tornato a prestare la sua voce praticamente illimitata alla band che ha contribuito a lanciarlo come uno dei migliori singer della ben nutrita scena power metal tricolore. Quanto a Oleg Smirnoff, beh, il solo fatto di aver contribuito alla stesura di un album come “Headquake” degli Eldritch è sufficiente, per quanto mi riguarda, a essere annoverato tra gli dei del metal tricolore. Aggiungiamo poi lo stile inconfondibile di Olaf Thorsen alla chitarra, e il gioco è fatto. I Vision Divine sono tornati ai loro eccelsi livelli con questo EP che, sin dalla copertina, rappresenta un ponte tra passato e futuro. Le ali dell’angelo e la prigione rappresentate nella cover richiamano infatti “Stream Of Consciousness”, il droide è quello di “The Perfect Machine”, mentre l’orologio a pendolo è quello di “The 25th Hour”. Alcuni versi in francese, accompagnati dalle tastiere di Smirnoff, costituiscono “Sator Rotas”, perfetta intro per la title track, aggressiva e rocciosa ma dal retrogusto malinconico, in un perfetto connubio tra potenza e melodia, il tutto impreziosito da una sezione ritmica di prim’ordine, costituita dall’accoppiata Andrea “Tower” Torricini al basso e Matt Peruzzi alla batteria. Da incorniciare lo splendido assolo di chitarra. Si sterza decisamente verso il metal melodico intriso di hard rock con “18 (It Feels Like Heaven)”, dal ritornello molto ruffiano, controcanti e melodie orecchiabili, il tutto baciato da un solo di Olaf in grande stato di grazia. Si torna al power tout-court con “Andromeda”, una ‘pedalata’ in doppia cassa a velocità vorticose, chitarra arrogante nel riffing e protagonista di un duello all’ultima nota con le keys di Smirnoff. Gli ultimi tre brani sono nuove versioni di pezzi appartenenti sempre all’era Luppi, a partire da “Identities (2026 Version)”, rimasta piuttosto simile all’originale – d’altronde è quasi impossibile da migliorare –, se non per una maggiore attenzione alle linee vocali, a più tracce, che creano un effetto à la Queen, passando per “God Is Dead (2026 Version)”, qui resa più aggressiva sempre a livello vocale, con Luppi che supera se stesso disseminando acuti sovrumani, come quello che apre la nuova “The 25th Hour (2026 Version)”, con un’inedita parte centrale dal sapore jazz, il tutto valorizzato da una produzione praticamente perfetta. Se queste sono le premesse per il prossimo album, c’è di che spellarsi le mani. Nel frattempo, non vedo l’ora di vederli dal vivo il 27 luglio, a supporto della data italiana dei Savatage.
(Matteo Piotto) Voto: 9/10




