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JUGGERNAUGHT – “Bring The Meat Back”

by on Gen.26, 2013, under ALBUM, J

copjuggernaught(Autoproduzione) In casi come questi la parola musica dovrebbe essere convertita al maschile. Questo è rock maschio, rock virile, possente. Sono in quattro, e sono Sudafricani. Hanno all’attivo un paio di releases, ma ben oltre trecento esibizioni dal vivo. Rock maschio sbattuto in faccia alla gente, dal vivo, sudore ed amplificatori, un furgone e qualche chitarra. Musicalmente sono fantastici. Suonano alla grande, sono bravissimi, abilissimi e dimostrano un’intesa interna al gruppo assolutamente perfetta. Cosa suonano? Solo del dannato rock’n’roll, con componenti sludge, ed una sana, assoluta, allucinata devozione per il padre del genere, il blues. Catchy, pieni di energia, trascinano, avvolgono, travolgono con il loro suono, con le loro note con i loro riff. Un autentico feeling anni ’70 è percepibile in tutte le undici  tracce di questi quaranta minuti di musica vera, sincera, efficace. C’è pure un po’ di fusion, ma la sintesi è chiara: sono quattro blues man, e sanno dare quel valore aggiunto al suono di ogni singolo strumento. La opener è già un curriculum: il main riff trascina, la voce è rauca, forse la componente più blues della band; la linea di basso è semplicemente fenomenale, anche considerando le varianti e le improvvisazioni che l’addetto alle quattro corde si inventa, arrivando a supportare con naturalezza i riff funky con un godibilissimo slap & tapping.  Ritmo superbo per “Train”, che nasconde quel feeling southern. “The Storm”, costruita su un costante crescendo, con quella chitarra irresistibile, e quel maestoso duo di basso e batteria. E’ il turno del batterista su “Beef Or Chicken”, il quale riempie con fills e deliziosi lavoretti di fino, artigiano del ritmo, sempre con il fedele supporto di una linea di basso piena di elettricità. Puro sublime blues per la deliziosa “Back Door Woman”, il cui testo è totalmente ironico, divertente, forse la massima espressione dei doppi sensi che un po’ caratterizzano tutto l’album. Un po’ di atmosfera tribale per questi Africani con “Booty Call”, costruita su un ritmo avvincente, ed un lavoro degli strumenti a corde che definirei fantastico. No, in questo disco non ci sono campionamenti, effetti o tastiere. Questa è roba sporca, roba che puzza di corpi ammassati sotto un palco, che si muovono come pazzi in una torrida notte d’estate. La title track è strana, è una specie di jam session, una ulteriore prova che i quattro si divertono a suonare assieme, prima di pensare al pubblico, alla scena, alla critica; anche in questa traccia il valore dei musicisti viene esposto come merce preziosa venduta con l’offerta speciale in un assurdo giorno di saldi per massaie stufe di star chiuse in casa. Veramente la voglia di star fermi, di star in casa, di riposare va all’inferno con questi blues men, e la seguente “Follow The Scent Of The Musky Brisket” è un invito ad uscire, gridare, divertirsi. Ancora blues, ma con una irresistibile ironia su “Wors”, perfetto pezzo da suonare, da esibire, da far esplodere sul palco. L’epilogo dell’album va in crescendo verso un rock più solido concludendo con la bellissima “Paint It Brown”, altro  pezzo potente, altra scarica di adrenalina, altra defibrillazione diretta ai sistema nervoso. Questa è energia, questa è musica. Questa è la risposta all’opaca vita moderna. Una risposta che è sempre stata li, davanti a noi: una chitarra, un basso, una batteria ed una voce capace di grattar via la muffa che ci copre.  La cosa veramente ironica? La vera risposta non è altro che del semplice blues and roll.

(Luca Zakk) Voto: 8,5/10

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