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SEPULTURA – “Machine Messiah”

by on Gen.11, 2017, under ALBUM, S

(Nuclear Blast) Finalmente ci siamo! Dopo venti anni alla costante ricerca della giusta formula compositiva, i Sepultura sono riusciti in un solo colpo a riportare in alto il nome della band, mantenendone lo stile ben distinguibile, ma allo stesso tempo a scrollarsi di dosso la costante ombra di Max Cavalera. Era ora, direi. “Machine Messiah” brilla di luce propria, risultato di una band coesa, con tre quarti di essa che suona insieme da un ventennio, con composizioni mai come ora così ispirate e variegate. Il quattordicesimo lavoro della formazione carioca ha il grandissimo pregio di non annoiare, grazie a canzoni che pescano da un po’ tutta la discografia, mescolando sapientemente il thrash/hardcore con alcune cose sperimentali contenute in dischi come “Dante XXI”, “Kairos” e “A-Lex”. L’album si apre con la title track, piuttosto atipica nelle sonorità alquanto darkeggianti, con la voce di Derrick Green che passa agevolmente da vocalizzi baritonali alle Pete Steele, allo screaming abrasivo che lo caratterizza. È proprio il singer la sorpresa più bella: per anni è stato messo in croce per il solo fatto di non essere Max Cavalera. Bene, con gli anni Derrick ha saputo imporre il proprio stile, esprimendosi in un registro vocale sicuramente più ampio di quello dell’illustre predecessore, il quale ultimamente sembra un po’ arrancare con la voce. “I Am The Enemy” è decisamente più diretta e veloce, dall’incedere tipicamente hardcore, con un bel stacco thrash nella parte centrale. “Phantom Self” è aperta da percussioni e da suoni orchestrali che ben si fondono con il muro di chitarra innalzato da Andreas Kisser. “Iceberg Dances” è un bellissimo pezzo strumentale, nel quale si alternano ritmiche sincopate (ottimo il lavoro dietro le pelli di Eloy Casagrande), riffs potentissimi e chitarre acustiche. “Vandals Nest” è una fucilata thrash old school, stemperata da una parte centrale più groovy e melodica, prima dell’accelerazione finale. Un album che mi ha profondamente colpito, erano diversi anni che non si notava un’ispirazione tale in seno ai Sepultura, capaci in questo lavoro di mantenessi fedeli al proprio nome, senza rinunciare ad evolversi. Grandissimo ritorno

(Matteo Piotto) Voto: 9/10

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