
(Personal Records) Dal Perù debutta questo trio capace di un doom suggestivo ed evocativo. Sono in circolazione da oltre un decennio, hanno solo un demo in curriculum, ma non sono dei novellini, visto che il loro nome è noto nella scena underground del loro paese e che i musicisti sono tutti attivi in altri progetti locali. Un doom dal sentore epico, sempre incalzante, sempre coinvolgente, molto melodico, con atmosfere pesanti e nebbiose, misteriose e deliziosamente maligne, arricchite anche dal cantato in lingua madre. Cinque brani consistenti anche nella durata, dai cinque ad oltre i dieci minuti, con la conclusiva “Kamog” che supera i quindici… cosa che mi fa sorridere se pensiamo che tale brano è concepito come bonus track, quasi un ulteriore rito funebre dopo una liturgia diabolica. È puro doom con un tocco vintage l’opener “Ritual”, con linee vocali caratterizzate da una bella voce clean, mai in primo piano, mai dominante, come se fosse concepita per sonorità shoegaze, mentre ritmiche pesanti, a volte lente, a tratti rocambolesche, determinano un incedere irresistibile. Non mancano gli assoli in questi brani, nemmeno sulla tetra “Engendro”, traccia con un riff sulfureo e super classico, quasi banale nella sua incredibile efficacia, mentre “Hor Hodin” è più melodica, più suonata, quasi capace di strizzare l’occhio a un death doom nordico, senza comunque lasciare da parte un riffing pungente e avvolgente. Pesante, pesantissima la granitica “Animal Dog”; sembra volare lontano, oltre le galassie, la conclusiva e già citata “Kamog”. Tre quarti d’ora (bonus compresa) durante i quali l’odore di zolfo si sente eccome, mentre l’odore del fumo accompagna quello di qualcosa che brucia, che viene annientato dalle fiamme, che viene inghiottito negli abissi della terra, giù nel profondo degli inferi.
(Luca Zakk) Voto: 8/10




