(Century Media) Questa volta sono passati ben sei anni dal precedente lavoro (qui)… i quali sono sembrati decisamente un’eternità. Certo, anche “Venereal Dawn” apparve dopo ben quattro anni dal mitico “Ylem”, ma questa lunghissima pausa che nel frattempo ha portato al cambio del millennio, interrotta solo da reissue (come quella di “Stab Wounds”, lo scorso autunno, qui) poteva far pensare alla fine creativa di questa mitica band tedesca, ormai in circolazione da oltre venticinque anni. Ma ogni membro di questa band è pieno di impegni: Seraph è sempre in tour anche come tecnico. Lo stesso V. Santura è impegnatissimo con i Triptykon, oltre ad aver fondato una nuova band,i Rootbrain, con dei finlandesi… ed i Dark Fortress non sono certo un progetto per i ritagli di tempo, ormai sono una entità unica e non appena i ragazzi riescono a dedicarci la necessaria concentrazione, ecco che emerge nuova musica, decisamente ispirata, sferzante, poderosa ed in qualche modo sempre intensificata da elementi atmosferici. Con una line up sostanziamente stabile (salvo minime variazioni), il nucleo dell’armata comandata da V. Santura, con Morean alla voce, Asvargr all’altra chitarra e Seraph dietro le pelli rimane solido e unito celebrando la nascita dell’ottavo album il quale, ancora una volta, assicura un impatto poderoso e certamente unico. La prima parte dell’album sfoga rabbia e violenza: “Coalescence” è inquietante, senza riposo, una scia di ansia estremamente oscura e sferzante. Il singolo “The Spider in the Web” è un brano che si fa memorizzare, catchy, con ottime keys, un intermezzo atmosferico seducente arricchito da un bell’assolo, ma sostanzialmente diretto e privo di certe complessità alle quali la band ci ha abituato negli anni. Questo vale anche per la furibonda title track, comunque caratterizzata da un finale stupefacente, ma è con “Pali Aike” che torna quell’atteggiamento da misterioso rituale oscuro tipico della band bavarese! Un brano suggestivo, con un mid tempo seducente, stupende clean vocals intrecciate a growl profondi ed un assolo maleficamente ipnotico. Contorta e demoniaca “Pazuzu”, un brano che abbraccia black metal e symphonic black metal, ma anche metallo oscuro con un groove micidiale! Immenso dolore viene espresso con l’introspettiva “Isa”, un brano che i fans di questa band assoceranno all’epoca compresa tra “Séance” e “Ylem”: clean vocals, sussurri, growl, arpeggi, incalzare ritmico pensato per oscure seduzioni e, ovviamente, un assolo incantevole. Capolavoro anche “Pulling At Threads”: tra il sinfonico ed il metal, tra il black ed il death, aperture con riff thrashy che generano headbanging compulsivo, varianti delle vocals che confermano la stupefacente performance di Morean. Subdolamente drammatica “In Deepest Time”, un brano che in quei riff classici inietta nebulose di oscurità impenetrabile, arrivando ad una pulizia cosmica che ricorda i Dimmu Borgir dell’epoca che contemplava le clean vocals di Vortex. “Swan Song” è un intreccio di idee deliziosamente complicate, melodie intense e divagazioni angosciose, prima della divagazione dark-ambient-industrial della sperimentale conclusiva “Nox Irae”. C’è tanta evoluzione, una specie crudele di maturazione, in questo nuovo album, il quale non assomiglia per nulla ai precedenti ma -indubbiamente- ne è figlio, quasi come se la band avesse spremuto tutti questi anni di esperienza e dischi favolosi in un’unica entità tetra e pregna di sulfurea malvagità. “Spectres from the Old World” non vuole essere un album di sola violenza e nemmeno di sola oscurità: vuole essere l’arma letale di un esercito delle tenebre che assalta, invade e stermina utilizzando una combinazione intelligente e ben coordinata delle più crudeli arti della morte.

(Luca Zakk) Voto: 9/10