
(Prophecy Productions) Capolavoro. Håvard Ellefsen è stato bassista e principale autore di testi nei primissimi Emperor. Poi è stato un precursore del dungeon synth, cosa che lo ha ovviamente condotto al synth/dark wave e, successivamente, al rock elettronico industriale. Le varie “ere” di Mortiis le chiamano, i suoi cambiamenti di stile. E poi arriva “Ghosts of Europa”, album che comprende tutti questi stili, esaltandoli e rinnegandoli allo stesso tempo, dando vita a un disco che va oltre il synth, oltre il folk, oltre il pop, perfino oltre il rock, più o meno tetro… e va anche ben oltre il favoloso viaggio di un’altra entità nordica con radici black: Ulver. “Ghosts of Europa” conferma che Mortiis è un incredibile genio, un essere tanto noto quanto misterioso, un folletto dannato, questo troll infernale fuoriuscito da qualche impenetrabile foresta norvegese, tra alberi che ingoiano la poca luce nordica, notti gelide e suoni inquietanti che squarciano il silenzio del paesaggio innevato. La title track in apertura è pura poesia, sia sonora che letterale; il groove di synth è letale, gli arrangiamenti, gli effetti vocali e i suoni intrecciati in sottofondo sono creatività senza limiti. Un brano che si fa ascoltare e riascoltare, penetrando con delicata violenza nel cervello e occupandone gli spazi coscienti e onirici. C’è un tocco di folk su “Return to the Old Fields”, un folk che si intreccia con quel dungeon che solo Mortiis riesce a concepire. Oscura e malinconica “The Faith That Fades Away”, delizioso il synth wave di “Violent Silence”. Atmosferica, ambient, ipnotica ma anche futuristica e cosmica “Transcending Morpheus”; un autentico portento “Tundra, Heart of Hell”. Decadente e graffiante “Tribes of Dystopia”, prima della drammatica e conclusiva “Farewell Romero”. Un capolavoro di musica senza confini. Oscurità e malinconia. Energia e perversione. Ispirazione deviata e cinismo compositivo. Un album immenso. Un autentico capolavoro. Con una lista di ospiti immensa (tra i tanti: Sarah Jezebel Deva, Christopher Amott… fino a Thorsten Quaeschning dei Tangerine Dream!), impegnati nei più disparati incarichi (synth, voci, effetti, strumenti convenzionali e non), “Ghosts of Europa” è un’opera che attira a sé una diversità di tendenze e gusti incredibile, demolendo definitivamente inutili barriere tra mode e gusti musicali, dal black al pop, dal dark a una vasta varietà di musica realizzata con il synth (Synthwave, Retrowave, EBM, ecc.), sia essa ballabile o meno. Un disco che si descrive da solo, semplicemente lasciandosi andare e catturando i vari messaggi contenuti nelle lyric, le quali accusano (“Quando mi hai mostrato il mondo, tutto ciò che ho visto era amarezza; quando mi hai mostrato la tua casa, non ho trovato alcuna tenerezza”), allontanano (“Lasciami con i miei peccati, lasciami con i miei pensieri”), ripudiano (“Alla luce della tua assenza c’è una presenza ancora più grande; e in assenza della tua luce c’è una comprensione ancora più profonda”). E infine si rassegnano, recitando: “Ho trovato un modo per alleviare un po’ il dolore.”
(Luca Zakk) Voto: 10/10




