(SPV-Audioglobe) Quattordici album in studio e una carriera lunga 35 anni (senza contare naturalmente i momenti di “pausa”): i Riot sono una delle istituzioni dell’heavy metal americano e sorprende sempre scoprire che in Italia siano davvero in pochi a conoscere e ad apprezzare questa band. “Immortal Soul” ce li presenta in grande spolvero, con la formazione di uno dei loro dischi più amati, quel “Thundersteel” che nel lontanissimo 1988 segnò una data decisiva per il destino dello speed. Il disco allinea 12 brani e sono davvero pochi i momenti di stanca. In “Riot”, che apre programmaticamente la scaletta, si riconoscono le trame tipiche della chitarra di Reale, stavolta inserite in una produzione moderna ma che mantiene in ogni caso un tocco vintage. La vera sorpresa è la voce di Tony Moore, che in questi anni è diventata meno squillante ma molto matura. Di per sé il brano suona molto allegro, quasi dalle parti dei Gamma Ray! In “Still your Man” emerge invece l’anima speed e ci troviamo probabilmente di fronte al brano che più direttamente richiama “Thundersteel” (sia l’album che la canzone); sulla stessa linea si collocano “Wings are for Angels” e “Sins of the Father”, quest’ultima sicuramente uno dei picchi del disco nel suo incedere incalzante. Funziona di meno il mid-tempo a cascata “Crawling”, mentre la titletrack ha il taglio fine anni ’80 che tutti i defenders vorrebbero sempre sentire. In questo caso, peraltro, il cantato di Moore si fa più evocativo e sfumato. “Insanity” è più ingenua ma non per questo disprezzabile; la band si tiene il refrain migliore per l’ultimo brano in scaletta, “Echoes”. Un disco nato sotto una buona stella che non deluderà né gli appassionati storici né le nuove generazioni.

(Renato de Filippis) Voto: 7,5/10