(Debemur Morti Productions) Si saluta sempre con piacere e grandi aspettative un nuovo album dei The Lovecraft Sextet di Jason Köhnen, musicista olandese dedito a un avant-garde che sconfina nel jazz, nell’ambient, nel drone e nella psichedelia. “Penance” è un’ipotetica colonna sonora delle nostre vite, con suoni che potrebbero rappresentare il limite fisico delle nostre menti, oltre il quale si passa da riflessioni profonde e personali alla consapevolezza della realtà. Tra il sogno e la realtà, tra il nostro io più profondo e i pensieri che vorremmo esportare nel mondo. The Lovecraft Sextet è un progetto mistico, esoterico e psichedelico, e l’album è un fluire di suoni, sommatorie di idee, lamenti, vocalizzi, cori e fremiti musicali che sembrano celestiali o costituiscono il resoconto dell’angoscia e della malinconia. Da un inizio misurato, tra il sinistro e il malinconico, con “Si Quaeris”, si passa a un maelstrom vorticante per un black-jazz caotico, “Symbolom Apostolorum”. “Anima Christi” è una sommessa andatura tra l’ambient e un’evocazione epica struggente. I fiati solcano questi suoni d’atmosfera e dettano l’umore e i sentimenti. Poi il tutto evolve e si passa dal black a una musica quasi sacra. “Requiem Aeternam” è ancora un passo cauto, tra jazz e sacralità, con cori femminili, fiati e sintetizzatori. “Confiteor” rappresenta il caos, la massima destabilizzazione noise, mentre gli undici minuti finali di “Te Deum” sono ben rappresentati già dal titolo. Il Te Deum è un inno cristiano il cui titolo deriva dall’espressione «noi ti lodiamo, Dio», ma The Lovecraft Sextet ribalta la celestialità e l’amore dell’inno in una composizione nella quale ritorna un’altalena di scream, suoni, generi e altro ancora, con andature sofferte e momenti pacati, ma carichi di atmosfere fosche, intimiste e anche rituali. “Penance” è un lavoro che entra ed esce dall’anima e lo si potrebbe ascoltare in loop, tentando di trovare una via d’uscita tra sé stessi e il mondo circostante.
(Alberto Vitale) Voto: 9/10




