
(BMG Records) Alla veneranda età di settantotto anni e con una lunga carriera alle spalle, Tony Iommi potrebbe tranquillamente adagiarsi sugli allori e non sentirsi in dovere di dimostrare nulla. Sono passati quasi sessant’anni da quando Frank Anthony Iommi si divertiva a bullizzare un coetaneo disagiato chiamato John Michael ‘Ozzy’ Osbourne, con il quale, poco tempo dopo, coadiuvato dagli altrettanto essenziali Terence Michael Joseph ‘Geezer’ Butler e William Thomas ‘Bill’ Ward, ha forgiato le tavole della legge del metal, inventandolo di sana pianta con i Black Sabbath, entrando così nella leggenda e imponendosi come il riff master per antonomasia. Per fortuna il baffuto axe man inglese non è il tipo che ama vivere di rendita, dimostrando invece un’urgenza compositiva, una voglia di rimettersi in gioco che forse in parte è figlia del dolore per la perdita di un compagno di avventura e amico, oltre che di un’indiscussa icona come era e sarà sempre Ozzy. A poco più di un anno dall’addio alle scene dei Black Sabbath e dalla successiva morte di Ozzy, Iommi si ripresenta sul mercato con un album decisamente cupo, potente e ispirato, serio candidato a essere uno dei dischi rock dell’anno. Oltre a Tony alla chitarra, questo lavoro vede alla voce Jørn Lande, singer fin troppo sottovalutato, ma dotato di un range vocale illimitato, tanto da impressionare Iommi, il quale ha avuto modo di apprezzarlo durante il tributo a Ronnie James Dio, uno dei principali punti di riferimento del singer scandinavo. Al basso troviamo Becky Baldwin dei Mercyful Fate, dotata di uno stile affine a quello di Geezer Butler, che Tony avrebbe voluto reclutare ma che, a causa di altri impegni del bassista, non è stato possibile portare in line up, mentre alla batteria siede il rinomato session man Karl Brazil. L’opener “Under The Violent Sun” è ipnotica, evocativa, vicina al miglior repertorio sabbathiano dell’era Tony Martin, seguita dalla plumbea “Black Times”, ponte ideale tra i Black Sabbath degli esordi e l’epicità dell’era Dio. Decisamente più ritmata e aggressiva, quasi al limite del thrash, è “World Alone”, singolo apripista proposto in anteprima, deliziando gli headbangers più oltranzisti. Si cambia radicalmente registro con “Beyond The Dead”, inquietante nel suo incedere tetro, reso quasi horrorifico dallo stile cantilenante di Lande, mentre la ‘tempestosa’ e cinematografica “Stormwatcher” ci riporta a sonorità che non avrebbero affatto sfigurato in un album come “Mob Rules”. “Death Wake” poggia su pochi ma incisivi riff spettrali, con Jorn protagonista nelle vesti di gran cerimoniere, prima del meraviglioso assolo, cortesia di un altro gigante della chitarra, tale Brian May! Più moderna, dannatamente heavy e potente, “Return Of The Arbalist” richiama il periodo di “Dehumanizer”, il mio preferito tra quelli registrati con Dio alla voce. La conclusiva “Legacy” è cupa, marziale, una sorta di riassunto del songwriting di Iommi, con Lande che in questo frangente ricorda in maniera impressionante Chris Cornell, palesando ulteriormente l’influenza che il Sabbath sound ha avuto anche su una band come i Soundgarden. Un album monumentale, magnifico, sabbathiano fino al midollo, e non potrebbe essere altrimenti. Capolavoro!
(Matteo Piotto) Voto: 10/10




