(Apocalyptic Witchcraft) Gli inglesi Wyrdstæf sono un’entità strana. Invocano epoche antiche, tra il paleolitico e il mesolitico, osannano gli antenati che, in un mondo fatto di ghiaccio e meraviglie naturali, vivevano come cacciatori-raccoglitori tra l’incredibile megafauna. Il sound di questa band, di questo disco, si colloca quindi tra il rituale e una concezione estrema di caos musicale, in qualche modo riconducibile a qualche forma inospitale di black o death, descrivendo con fantasia azzeccata quella che potrebbe essere stata l’atmosfera di quelle epoche, di questi individui preistorici che solcavano lande ancora lontane da qualsivoglia concetto di civiltà moderna. Ma i loro lunghi brani non sono solo musica, sono rituali, riti tribali. Urla, invocazioni, crepitio del fuoco, tamburi e occasionali evoluzioni verso una musica aggressiva con scream brutali, devastanti. Con “Great Migrations” la musica domina i rituali, ed ecco che emerge un death pesante, lento ma incisivo, infestato da spunti doom e da un’aggressività che richiama il black più ortodosso, tuttavia con subdoli spunti industrial. Brani come “Hyperborean” sono un’esperienza travolgente, con quel passaggio tra un ambient tetro immensamente suggestivo e un death/black privo di pietà. In chiusura due macigni: “Parhelion”, oltre nove minuti di rituale occulto appartenente ad antichità remote, e la title track — altri 9 minuti — assurdamente catchy, provocante, con voci clean e un crescendo che non può lasciare indifferenti. I Wyrdstæf attingono con genialità dall’antichità primordiale, evocano quei tempi perduti, celebrano quel mondo che venne molto prima del nostro. Trasformare in arte le origini primordiali dell’umanità è una forma di culto. È una forma di tributo. È un favoloso modo per ricordare chi siamo, chi siamo stati e da dove veniamo.

(Luca Zakk) Voto: 7,5/10