
“Thank you Milan!! Last night… we made history together.”
È così che gli Iron Maiden ringraziano sui social le oltre 40.000 persone presenti al San Siro mercoledì 17 giugno per l’unica tappa italiana del Run For Your Lives World Tour 2026.
E non potevano farlo meglio.
Alle tante persone che mi hanno chiesto “Com’è andato il concerto?” io non so cosa rispondere se non “Una meraviglia. Non ci sono parole. Punto.”
San Siro, spesso descritto come un enorme ammasso di cemento, è un posto magico e ieri ha finalmente ospitato il primo concerto metal.
La serata si apre con i Trivium, nel prato parte il pogo e nello stadio si diventa sempre più impazienti. Puntualissimo, alle 20:50 parte il preludio di ogni concerto degli Iron Maiden, l’inconfondibile “Doctor Doctor” degli UFO, e l’emozione si sente forte già dalla prima nota. Il boato di San Siro esplode, inizia “The Ides of March” e si materializza la leggenda: gli Iron Maiden salgono sul palco e per oltre due ore regalano una lezione di heavy metal indimenticabile, dimostrando come si possa celebrare mezzo secolo di carriera continuando a suonare con passione, energia e una credibilità che pochi artisti possono vantare. La band è in ottima forma, Steve Harris, fondatore e leader, domina la scena con il suo inseparabile Fender Precision e il celebre galoppo che ha definito il sound maideniano. Instancabile come sempre, percorre il palco da una parte all’altra mantenendo un contatto costante con il pubblico e guidando l’intera macchina. Alle chitarre, il trio composto da Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers continua a essere uno spettacolo nello spettacolo. Alla batteria, Simon Dawson appare molto più integrato nel gruppo rispetto al 2025.
La setlist del Run For Your Lives Tour è un autentico viaggio e una celebrazione dei primi dodici anni di storia maideniana, da “Iron Maiden” a “Fear of the Dark” (1980-1992).
Se “Murders in the Rue Morgue”, “Wrathchild” e “Killers” partono con qualche problema di resa sonora, una situazione non insolita per San Siro nelle fasi iniziali dei concerti, è con “Phantom of the Opera” che la magia si manifesta in tutta la sua grandezza. In quel momento emerge l’essenza più autentica degli Iron Maiden: il perfetto equilibrio tra heavy metal, letteratura, teatro, immaginario e narrazione storica. Un’identità artistica che li ha resi unici e irripetibili.
Si prosegue con “The Number of the Beast”, seguita dalla vera sorpresa di questo tour: “Infinite Dreams”. Bruce Dickinson, uno dei più grandi frontman della storia della musica, che a 67 anni corre da una parte all’altra del palco, cambia costumi, salta, urla, interpreta ogni brano e, soprattutto, canta in maniera impressionante, introduce la canzone che mancava in scaletta dal 1988 così: “È un’occasione incredibile per noi essere qui, in uno stadio leggendario. Siamo la prima band metal a farlo. 38 anni fa non avremmo mai immaginato di poterci esibire qui, di fronte al più grande pubblico in Italia ed è straordinario. 38 anni fa abbiamo scritto questa canzone che parla di sogni: spero che i vostri possano essere infiniti stanotte.”
Adrian Smith si prende il palco con la sua Lado e parte con uno dei riff che contraddistingue l’album “Seventh Son of a Seventh Son”, il canto del cigno degli anni 80 maideniani. L’unica cosa che stona in questo momento epico è la mancata modifica della scenografia, quindi resta sullo sfondo “The Clairvoyant” come reminiscenza della setlist del Run For Your Lives World Tour 2025. Qualcosa che non ci si aspetta da chi ha una cura maniacale per ogni singolo dettaglio. Ma “that’s all folks” e si prosegue con “Powerslave”, “2 Minutes to Midnight”, la monumentale “Rime of the Ancient Mariner”, “Run to the Hills”, inno di questo tour, il capolavoro “Seventh Son of a Seventh Son”, “The Trooper”, “Hallowed Be Thy Name” e “Iron Maiden” ad augurare la buonanotte “from Iron Maiden, from Eddie and from the boys”, ma solo per finta. Dopo pochi minuti, la band riparte instancabile con “Aces High”, “Fear of the Dark” e “Wasted Years”, che chiude questa serata storica e incredibile.
Non è stato soltanto un concerto, ma un’immersione nella storia della band e, soprattutto, nella propria storia. Guardandosi intorno c’erano generazioni diverse, storie diverse, unite dalla stessa passione, dalle stesse canzoni e dalle stesse magliette epiche e inconfondibili. In una società che divide, gli Iron Maiden hanno dimostrato ancora una volta come la musica possa creare una comunità autentica, una famiglia, anche se per un paio di ore.
E forse è proprio questo il punto. Quando le ultime note di “Wasted Years” svaniscono nella notte milanese e le luci si riaccendono, la sensazione è quella di aver assistito a qualcosa che va oltre il semplice intrattenimento.
Gli Iron Maiden non hanno soltanto suonato a San Siro. Hanno scritto una pagina di storia. E le oltre 40.000 persone presenti potranno dire di esserci state. Perché certe serate finiscono. Le leggende, invece, restano.
Così come i sogni infiniti.
E così come l’epilogo di ogni concerto degli Iron Maiden, resta quel connubio perfetto tra la gioia di averne preso parte e la malinconia per la fine di quell’attesa infinita, con la speranza che presto ne cominci un’altra e che ci dia l’occasione di rivederli. Ma ora è tempo di fischiettare e canticchiare “Always Look on the Bright Side of Life”.
UP THE IRONS!
(Jessica Di Maggio)





