
(Season of Mist) Dietro una copertina di Niklas Sundin giunge il terzo capitolo di questa favolosa saga, questo “A Dark Poem” iniziato nel 2025 con la prima parte, continuato quest’anno con la seconda e ora giunto alla terza. Predecessori e successori (per la storia e lo stile) dei fratelli In the Woods…, con questo lavoro forse tracciano davvero un punto di unione tra le due band, rivelando di essere figli della stessa genialità artistica che iniziò quando Tchort fondò questa band nel 1990. La voce di Kjetil Nordhus è pura emozione, un timbro e una personalità pazzeschi che danno vita a brani che vivono tra metal e prog, tra atmosferico e avantgarde… viaggiando davvero in un parallelo stilistico con gli In the Woods…. Sembra quasi che una band di altissimo livello si sia divisa in due entità di equivalente grandezza, duplicando le emozioni che ci giungono con i loro dischi. “A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex” è pazzesco, è audace, è quasi incredibile. “Unconditional Artificial Chemistry” è un brano dei Green Carnation all’ennesima potenza, musicale, catchy, con linee vocali sublimi e una potenza sonora che fa tremare la terra. Ma è la title track a rendere tutto surreale: delicata, suggestiva, sensuale; così dark, così brillante, così semplice, così infinitamente complessa, mentre ecco che abbraccia svariate direzioni la contorta “Broken Souls, Common Enemies”. Stein Roger Sordal, bassista e principale autore dei testi, ha affermato: “L’intenzione alla base di ‘A Dark Poem’ era quella di costruire un universo musicale completamente nuovo. Sebbene la direzione si sia delineata man mano che il percorso creativo prendeva forma, ‘The Messiah Complex’ è stato pianificato con cura, con una visione chiara di dove volevamo che la storia si concludesse. Il nostro obiettivo era che tutte e tre le parti fossero autonome, ma la Parte III le riunisce tutte in un insieme unitario”. Ci è riuscito? Diamine sì. E la conclusiva, lunghissima (quasi 17 minuti) “A Dark Poem – Orchestral Suite” è pura poesia prog, quasi un punto di incontro tra la negazione di ogni compromesso evidenziata dall’orchestrazione teatrale (con la flautista Ingrid Ose, che torna a esibirsi, e i suoi colleghi dell’Orchestra Sinfonica e del Coro dell’Opera di Kristiansand) e gli eterni Hawkwind (per la parte narrativa), dando vita alle poesie di Arthur Ribaud e alla sua interpretazione rimbaudiana di Ofelia, il tragico personaggio di Shakespeare. Con “A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex” i Green Carnation chiudono egregiamente una trilogia, scrivono l’ultima pagina di un tomo corposo, il quale lascia spudoratamente intendere che questa ‘fine’ è solo l’anticipazione di un nuovo inizio. E se guardiamo alla storia di questa band, possiamo solo aspettarci grandi, grandissime cose!
(Luca Zakk) Voto: 9,5/10




