(Napalm Records) Di solito tendo a leggere le info allegate all’album da recensire solo dopo aver ascoltato il disco in questione, per evitare di venire influenzato dalle dichiarazioni, ovviamente altisonanti, che hanno chiaramente una funzione promozionale. Questa volta, cercando in realtà un’altra cartella, ho invece aperto le informazioni riguardanti “Far From God”, ultimo album dei Moonspell, descritto come una sorta di “Irreligious” del ventunesimo secolo, cosa che ho immediatamente bollato come una cazzata colossale, come se i Metallica se ne uscissero dicendo che il loro prossimo album surclasserà “Master Of Puppets”: una cosa piuttosto difficile da credere. Devo però ammettere che l’aver scomodato una tale pietra miliare è riuscito a creare in me alte aspettative, ampiamente ripagate all’ascolto dell’album. “Far From God” è un piccolo capolavoro, capace di catturare il miglior periodo della formazione lusitana, quello che va da “Wolfheart” a “Sin/Pecado”, filtrato attraverso l’esperienza trentennale della band. Anche le tematiche sono tornate quelle di quell’epoca dorata, con tanto di lupi mannari e vampiri, per i quali Fernando Ribeiro ha ritrovato la passione dopo aver visto il remake del 2024 del classico “Nosferatu”, al punto da ritrovare l’ispirazione sia dal punto di vista lirico sia da quello compositivo, riprendendo quelle sonorità che hanno reso grandi i Moonspell a metà degli anni ’90. “Cross Your Heart” è diretta, semplice, dal marcato taglio dark wave ottantiano, figlio dei Sister Of Mercy, lontano dalle strutture a volte fin troppo intricate che caratterizzavano il precedente lavoro “Hermitage”. Lo stesso discorso vale per la title track, guidata dalla caratteristica voce suadente di Fernando, protagonista di un ritornello che entra subito in testa, coadiuvato da un atmosferico tappeto di tastiere. “Biblical” mette in mostra linee di basso vivaci e un mood pinkfloydiano – “The Wall” era il riferimento –, con un finale maggiormente aggressivo e Fernando che rispolvera le harsh vocals. Estremamente sinuosa e umorale è “The Great Wolf In The Sky”, meno lineare e radiofonica, eppure ugualmente catchy. Romantica e cangiante, “Your Promise Of Light” viene sballottata tra soffusi tappeti ambient e impetuose scariche di rabbia, tra arpeggi minimali, voci sussurrate e distorsioni che sostengono gli scream rabbiosi. “For The Love Of The Mortals” seduce e accarezza con le sue sonorità dark gothic, accompagnate da orchestrazioni e percussioni simil-tribali, mentre “Our Freedom To Fall” è di gran lunga il brano più aggressivo dell’intero platter, tra riff doom, harsh vocals che si spingono fino al growl e un finale che riprende il riff di “Where The Slime Lives” dei Morbid Angel. “Reconquista” recupera in toto le sonorità di “Irreligious”, con tanto di parti in lingua portoghese e intrecci sonori ed emotivi di rara bellezza, concludendo un album nel quale poesia, mistero, romanticismo e oscurità si fondono con strutture furbescamente assimilabili fin dal primo ascolto, dando vita a uno dei lavori più ispirati della band lusitana.

(Matteo Piotto) Voto: 9/10