VOLTURE – “On the Edge”
(High Roller Records) Una bella copertina pacchiana incornicia l’esordio sulla lunga distanza dei Volture, una band che era partita col botto (ricordo uno split con gli Enforcer che andò esaurito subito), ma che poi forse ha aspettato troppo tempo per il full-length. Certamente in questo ritardo giocano i problemi di line-up (i nostri hanno cambiato di recente il vocalist): alla fine “On the Edge” risulta essere un prodotto buono ma non eccezionale, e sicuramente i sopracitati Enforcer sono a miglia di distanza. (altro…)
(Cruz del Sur/Audioglobe) Atteso spasmodicamente da tutti i cultori del metallo epico a 360°, “The white Goddess” è il secondo full-length dei bavaresi Atlantean Kodex. Non stupisca che una band con un solo disco all’attivo sia riuscita a catalizzare così tanto l’attenzione degli appassionati: accanto all’ottimo “The golden Bough”, i Kodex hanno infatti pubblicato diversi ep e live (spesso in edizione limitatissima… dove ‘limitatissima’ significa anche 15 copie!) che gli hanno fatto acquisire lo status di culto assoluto.
(Pure Underground/Audioglobe) Ci sono band così fedeli al verbo degli eighties da mettere quasi tenerezza: i tedeschi Stainless Steel, naturalmente attivi nella seconda metà degli ’80 e oggi riformati, appartengono sicuramente a questa categoria. Ma “Metal Machine”, per quanto neanche una nota sia originale, sa quasi sempre divertire e coinvolgere il defender of the faith. Il discorso è sempre quello: se ci sono l’attitudine, il mood e la capacità di songwriting, ripetere i soliti schemi non è mai un problema!
(Pesanta Urfolk) L’heavy metal è una scena vasta. Forse il genere che attinge in maniera più trasversale da innumervoli generi, creando idee nuove, concetti nuovi, stili nuovi. E ci sono labels come la Pesanta Urfolk che pubblicano una vasta gamma di sonorità, spesso legate al metal, ma altrettanto spesso lontane, divergenti, ma tuttavia altamente apprezzabili dall’ascoltatore metal medio, capace con intelligenza e gusto di estendere i suoi interessi verso orizzonti lontani, vasti, diversi. Un esempio di questa divagazione
(Svart Records) La Svart Records è un’etichetta finlandese che copre un ampio spettro di generi, dal doom all’avantgarde passando per il gothic. Nel loro rooster c’è anche l’artista neofolk Mikko Pöyhönen, che in questo suo secondo album propone dodici brevi brani in cui si esibisce, da solo, alla voce e alla chitarra acustica. Una musica assolutamente essenziale, per apprezzare la quale sarebbe necessario conoscere anche i testi: ma dato che sono tutti in finlandese, devo purtroppo confessare di non avere
(Autoproduzione) Non male l’idea dei texani Mahogany Hand Grenade, che colpiscono anche per il monicker: il loro debut è un ep di prog strumentale intervallato e come ‘riempito’ da sample parlati di personalità storiche del Novecento. Non saprei spiegarvi bene come, ma devo dire che in questo modo la musica risulta meno ‘pesante’ (il progressive senza voci non è certo pop da classifica) e acquista un inatteso brio. È un dedalo pieno di spigoli quello della titletrack, mentre “Trouble for Trouble”
(Target Distribution / Mighty Music) Importante passo avanti per i Danesi Plöw. Album di debutto, full length, prova pratica di devastazione sonora. Rispetto all’EP “Bicentennial Picnic” di oltre un anno fa, la band ha raffinato il suo suono, rendendolo più corposo, più sensuale, più tecnico… anche se sempre brutale, fondato su uno sludge/stoner spietato, scatenato, irresistibile. Le chitarre ritmiche sono feroci, estremamente heavy, mentre dei tocchi melodici rendono l’esperienza dinamica, pungente,
(Hells Headbangers) I Zemial sono tra le cose migliori che la scena metal greca abbia mai prodotto e se non ci credete è meglio che vi sbrighiate a procurarvi qualcosa di Archon Vorskaath, titolare del progetto. Terzo album in venti anni, diverse release minori e un’attitudine al black metal rimasta underground e affascinante. Black metal greco, fatto dunque di un riffing, ma non da meno la batteria, che riprende schemi sonori classici, cioè roba presa da Venom, Bathory, ma anche la NWOBHM.
(Punishment 18 Records) I danesi Hell’s Domain sfornano un debut album di thrash metal dalle andature spigliate, veloci e e dalle atmosfere fresche, pur rimarcando la tradizione del genere. Un thrash metal che segue un legame di sangue, ma rivitalizzato, con la Bay Are. I musicisti hanno tutti una buona esperienza nell’underground e non di madre patria, infatti presenzia le pelli addirittura Anders Gyldenøhr, batterista per i mitici Artillery e per HateSphere. Una vera macchina da guerra. Un tocco sapiente.
(Bakerteam/Audioglobe) I simpatici triestini Sinheresy debuttano su Bakerteam Records con questo interessante “Paint the World”, un concentrato di symphonic power metal tendente al gotico e stracolmo di energia. “Last Fall” è quanto di più boombastico ci si possa immaginare senza cadere nel pacchiano: non c’è la teatralità dei Nightwish o degli Epica (anche il break è misurato), ma piuttosto la solidità power degli Edenbridge, o forse ancora di più dei Visions of Atlantis. La cosa stupisce in modo particolare
(High Roller Records) I Protector nacquero a Wolfsburg nel 1986, sono dunque figli dei primi passi dell’ondata thrash metal tedesca e infatti questo nuovo album, il primo dal 1993, lo dichiara apertamente. Nel 1994 la band si prese una pausa di riflessione, ma nel 2005 il cantante e membro originario Martin Missy, decise di darsi una mossa e ripartire, ma di farlo con lo svedese Carl-Gustav Karlsson (batterista nel giro di Grief Of Emerald e Mastema), Michael Carlsson (chitarrista, altro Mastema) e poi con l’aggiunta
(Blood Harvest) Nuova idea di Cazz Grant (Crucifer, Infernal Hatred, ex Cromlech e via dicendo), anzi non del tutto nuova, visto il demo del 2011 (nel quale figuravano Craig Smilowski, ex-Immolation, ex-Goreaphobia, Rellik, e il bassista Matt Dwyer, Rellik e appunto Cazz “The Black Lourde of Crucifixion” Grant). Masada è anche Chris Milewski, basso e chitarre, Grant è ovviamente voce e batteria. “Hideous Rot” è un mini album (che esce in CD, vinile e cassetta) il quale propone un death metal tirato, veloce, 
(SPV/Audioglobe) Fra le decine di band che si chiamano Legion ci occupiamo qui dei giovani americani dell’Ohio, che arrivano al debut attraverso una etichetta prestigiosa come la SPV. In “Woke” ascoltiamo un death-core potente ma canonico, che ricorda in più punti gli Oceano e in altri i Meshuggah. Fin da “And then, the Devil said” si fa notare il growling profondo e demoniaco di Michael Guilford; “Righteous Dictation” ha una struttura da modern thrash, “Priest” è un vero terremoto (il livello di distorsione del basso è
(Metal Inquisition Records) Scrivere di un album, sapendo di essere condizionato dalle proprie preferenze e gusti, è eticamente corretto? Prima ancora di ascoltare “The Perishing Empire of Lies” mi sono accorto che c’erano tutte le premesse per farselo piacere. L’album mi è stato passato da un amico dei Decapitated Christ (non c’è che dire, nome fantastico), nonché collega di redazione, il quale conosce i miei guasti musicali. Leggo che “The Perishing Empire of Lies” è stato masterizzato da Dan Swanö al solito studio Unisound, quindi la resa sonora ha un sigillo di garanzia. Vi suona la batteria, in “Marching”, un tale come Pete Sandoval, dei Morbid Angel, e canta in altre due Sua Maestà
(Despotz Records/ Cargo) Dahlqvist è un ex Hellacopters, chitarrista. Dopo dieci anni con gli Hella e quattro con Dundertåget e progetti vari ha pensato bene di dedicarsi a qualcosa di totalmente individuale, appunto un album solista. Robert ha aperto il suo cuore in soccorso alla sua inventiva ed ecco che “Solo” è un rock cantato in svedese, nel quale trovano spazio tante composizioni acustiche, a volte sul genere dello psych-folk, ma con melodie morbide e soavi, risvolti più o meno psichedelici e alcun pezzi
(Tradecraft/Universal) Avete mai assistito ad un live dei Megadeth? Io purtroppo si. Purtroppo perché quel giorno, a Roma, la band si fermò dopo appena 40′, forse meno, a causa di un continuo bersagliare i quattro con oggetti, una “simpatica” idea che era iniziata da prima con i supporters Corrosion Of Conformity. Mustaine e soci non rintronarono sul palco. Di recente ho guardato su un comodo divano e con schermo con tanti pollici da sembrare un cinema e con un sistema audio da fantascienza,
(Cyclone Empire) Erano gli anni ’80 e vollero darsi il nome di Pentagram, poi dopo molto tempo scelgono di chiamarsi Pentagram Chile, per distinguersi, si narra, rispettosamente dai doomsters americani, e ben più noti, Pentagram. I Cileni solo adesso arrivano a sfornare un vero e proprio album in studio, dopo una sequela di piccole produzioni e una vita nell’underground. Eppure di loro spesso si è sentito parlare, nelle fanzine e siti web amatoriali, insomma nelle nicchie underground.
(Dust on the Tracks) Provengono niente meno che dalla Tasmania i Taberah, formazione in attività da quasi dieci anni, ma che pubblica solo oggi il secondo disco. Li produce e li sponsorizza Stu Marshall, uno dei principali animatori della scena metal degli antipodi (
Il 27 settembre è venuto a mancare uno dei fondatori dei Great White, il bassista Lorne Black.
(Memorial Records) Provo ad usare una metafora, basandomi sulla copertina (molto bella, è di Federico Musetti, guardate le sue opere
(Inverse Records) Esordienti dalla Finlandia, i Magna Vice ci sottopongono un concept prog di quasi 70 minuti legato alla vicende di un veterano di guerra tormentato dai propri ricordi. E direi che, al di là di tutto, i sette brani di questo debut sono un po’ prolissi: va bene che il progressive richiede tempi lunghi, ma in questo caso essi non sembrano pienamente giustificati dalla struttura delle canzoni. “Temple of Sin” ha un sound pieno e potente che ha subito richiamato nella mia mente i Rainbow
(Autoproduzione) Debutto pesante per questi doomsters di Detroit. Pesante, oppressivo, decadente. Solo tre pezzi, ma estremamente devastanti, monolitici (il demo vanta una durata di oltre venti minuti, nonostante le sole tre canzoni). Suono cattivo, ossessivo, furioso e letale orientato verso un doom incrociato con il death metal, fonte quest’ultima dalla quale viene prelevata una voce estrema ed una certa impostazione dei riff e degli assoli. Certo, gli assoli: questi ultimi sono molto ben concepiti, suonati ed incastrati
(Massacre/Audioglobe) Due anni fa mi sono entusiasmato per “Ravenlord” (recensito
(War Crime Recordings) Nelle note per la stampa si raccona che questa band è un eclettico collettivo del quale fanno parte Mike IX Williams (Eyehategod), Sanford Parker (Buried at Sea), Scott Kelly (Neurosis) e Bruce Lamont (Yakuza). Un ensemble davvero notevole e ben assortito. La musica è piacevole, “Grin with a Purpouse” apre questo 7″con sonorità catatoniche e sommesse. La batteria che ritma in crescendo, le chitarre molli e che vanno in arpeggio, suoni e voci a corredo, per unsieme che è post-metal,
(Autoproduzione) Questa è una band con un front girl di quelle toste. Lo dico io, che non adoro molto le voci femminili. Ma lo dico dopo aver letteralmente goduto di numerosi ascolti di questo debutto degli sconosciutissimi Riseback, metallers Turchi di Istanbul. Difficile dare una perfetta definizione dello stile proposto: è metal moderno, con delle componenti gotiche, progressive, elettroniche… ma con un risultato finale alquanto personale. Riella Eskenazi ha una voce bellissima, una voce della quale mi sono
(Autoproduzione) Con un po’ di timore sacrale faccio girare fra i lettori italiani il nome degli Steik, band melodic rock/metal russa della quale non so niente: né la zona di provenienza precisa, né i nomi dei componenti, né quelli dei brani, dato che sono scritti in cirillico e il package promozionale è abbastanza povero di informazioni (direi anzi che non dice assolutamente niente). E faccio tutto questo perché le tre canzoni di questo ep di debutto, in fin dei conti, mi sono piaciute: i pezzi hanno in generale
(Quality Steel Records) L’oscuro lato umano che cela quella forza misteriosa la quale spinge verso un desiderio possessivo estremo, una fame insaziabile di conquiste, trofei. Forse per essere ricordati, forse per essere immortali, forse per firmare il passo fondamentale di un genere umano che altro non è che una piccola insignificante scintilla nella vastità dell’universo. Ispirato alla storia dell’alpinismo e delle conquiste di cime altissime, questo “Frostbite” descrive perfettamente in chiave black metal l’assurdità umana,
(Devils Clause Records) Merciless Terror è una realtà di Nottingham attiva da pochi anni, ma in compenso ha realizzato diverse pubblicazioni prima di questo debut album. Da segnalare in formazione la presenza, da quest’anno, di Michael Brush ex Hellbastard alla batteria. Il sound è aggressivo, con mid-tempo che spesso spuntano fuori nella marea di riff rovinosi, quasi alla Asphyx, Slayer e Destruction, oltre a cadenze dei compatrioti Bolt Thrower. Il death metal della band inglese è selvaggio, veloce (anche ben registrato),
(Ektro Records) Vágtázó Halottkémek in ungherese, Rasende Leichenbeschauer in tedesco, Galloping Coroners in inglese, e magari qualcosa tipo ‘medici legali al galoppo’ in italiano: comunque vogliate chiamarli, i VHK sono in attività fin dal 1975 (con una pausa fra il 2000 e il 2009), e nell’est europeo sembrano avere uno status di vere e proprie leggende. “Bite the Stars!”, a quanto mi risulta, è il loro primo disco a raggiungere l’Italia, e si presenta di difficile inquadramento fin dalla sgargiante copertina.
(Pitch Black Records) Esattamente un anno fa ebbi il piacere di recensire “It’s a Walk in the Mist” dei canadesi Gypsy Chief Goliath. Freschi di un nuovo contratto discografico, e puntuali come la morte, i sei rockers tornano con questo nuovo disco. Con un evidente -e sfacciato- passo in avanti rispetto al precedente disco, si lanciano su un rock che più di prima trova le sue radici sullo stoner, senza mai dimenticare il legame con il blues, con il southern, ancora una volta ben amalgamati, ancora una volta celebrati con sonorità
(Iron Bonehead) Roba tosta, roba per pochi, pochissimi eletti. Anzi, roba per soli 300 eletti, eletti che devono avere per forza un giradischi. Dalla repubblica Ceca tuonano questi due blacksters, Svar agli strumenti e Jaroslav a voce e testi. Tuonano con efficienza, con violenza, con spietata premeditazione. Se ne fregano di essere noti: cantano in ceco, hanno un titolo impronunciabile se non si mastica la loro madrelingua, e se non fosse per il fatto che sono al debutto, risulterebbe strano chiedere in negozio QUALE album
(Karthago Records) Non siete ancora stanchi del revival di classic metal anni ’80? Per voi la Karthago Records ha appena avviato una nuova collana di ristampe extralusso, che pescheranno in quel sottobosco ancora vastissimo di meteore dell’heavy metal apparse e poi eclissate durante l’epoca d’oro degli eighties. La prima uscita è dedicata ai Bloody Climax, formazione tedesca autrice soltanto di un album e di uno split fra ’85 e ’87; questa compilation raccoglie non solo l’unico lp (dal titolo appunto di “Back to the Wall”)
(Autoproduzione) “Sick of My Lies” apre questo debutto assoluto per la thrash/death metal band italiana Disnòmia e segnala immediatamente come i novelli musicisti siano indirizzati verso un ordine compositivo e vagamente prog, nel senso dei continui cambi di atmosfere e ritmi. Uno stile pulito, infarcito di qualche buona melodia che mi ha ricordato alcune cose dei Rotting Christ di fine anni ’90 o comunque il death metal inglese che implementava accenni doom e poi gothic. Antonio Di Rico viaggia su tonalità