IRON SAVIOR – “The Landing”
(AFM-Audioglobe) Dopo “Megatropolis”, che ormai risale a quattro anni fa, gli Iron Savior di Piet Sielck finalmente tornano sul mercato: ecco quindi “The Landing”, che come è consuetudine per la band assume temi e colori legati alla fantascienza. Il pensiero, in casi come questi, corre sempre a “Somewhere out in Space”, ma il sound degli Iron Savior è come di consueto più roccioso e con un occhio di riguardo per il metallo classico. La formazione che incide, stavolta, è la stessa di “Condition Red”, del 2002, una delle migliori prove di sempre dei questa formazione. Il disco scorre via veloce, volendo essere cattivi potremmo parlare di “routine”: “The Savior” fonde un riff granitico con un ritornello molto melodico, mentre “Starlight”, se non fosse per la voce rude di Sielck, starebbe benissimo su un qualunque disco anni ’90 dei Gamma Ray. Di “Heavy Metal never dies” ne abbiamo tutti sentite a milioni, mentre in “Hall of the Heroes” il basso pulsante e le keys spaziali si intersecano che è un piacere. Anche “R. U. ready” propone il solito songwriting, energico ma senza sorprese; la power ballad “Before the Pain” sancisce di fatto la conclusione di un disco semplice, come dieci anni fa ne uscivano a centinaia, ma che oggi appare da una parte datato e dall’altra quasi una rarità! Non possiamo certo parlare di un capolavoro, ma chi segue la band da tempo lo apprezzerà, e in ogni caso fa piacere sapere che gli Iron Savior sono ancora in pista nonostante il tracollo della Dockyard 1.
(Renato de Filippis) Voto: 6,5/10





(To React Records) E’ il secondo album dei Within Your Pain, questo “Ten Steps Behind”. La band si conferma ancorata a idee che riprendono in grossa dose i breakdown e lo stile mosh, soluzioni che tentano di diversificare i Within Your Pain dall’immenso calderone metalcore dal quale provengono. La produzione ruvida ci risparmia ogni laccatura possibile, in modo da proporre un sound più selvaggio. Non ci sono rivoluzioni stilistiche in “Ten Steps Behind”, anzi qualche recupero da autori metalcore di grido è in vista, in particolare “This Quiet Silence”, tanto Soilwork. C’è anche qualcosa di interessante come “Traitor”, un breve e virulento esempio di death metal imbastardito dall’hardcore, “No Dream We Can Trust In”, “Sometimes Fuck is the Only Word” (grande titolo!) e le sue evoluzioni ritmiche. Parlando di evoluzioni c’è da segnalare la fase centrale, in stile jazz, di “Ghost of Myself” che s’incastona perfettamente in quei basamenti ritmici giganteschi e lenti. Lo slow down è un pezzo forte della band, ma nelle fasi veloci al tendenza al metalcore di marca svedese rischia di esporli all’essere scontati. Riassumendo, i Within Your Pain hanno registrato un album con luci e zone meno illuminate, ma offrono tre quarti d’ora devastanti.



(SPV/Steamhammer-Audioglobe) Nel terzo album degli Stormzone si sente ancora una volta in modo chiaro l’indomabile anima irlandese che vivifica la band: questo rende particolarmente interessante l’hard rock venato di metal offerto nelle dodici tracce di questo “Zero to Rage”. Le melodie e i cori iniziali di “Where we belong” hanno un che di epico e, diciamocelo, il brano è molto debitore di certe cose degli Iron Maiden migliori. Accattivante il ritornello della titletrack, mentre abbiamo hard rock classico e grintoso in “This is our Victory” e “Last Man fighting”. Decisamente atipica nella tracklist la breve e 100% metal “Uprising”, il cui incisivo ritornello “Exist to destroy” vi sarà difficile da dimenticare. Bello e pesante, sempre sul versante metal del disco, il riff di “Fear Hotel”; ancora meglio “Empire of Fear”, che quasi si ferma per poi ripartire in velocità. Il vero capolavoro di “Zero to rage” è però “Jester’s Laughter”, con un impianto doom da fare invidia ai Black Sabbath. Solo due i difetti del disco: la banale “Voice inside my Head” e l’eccessiva lunghezza di alcuni brani. Può piacere a un vasto pubblico.



(Street Symphonies) Dave Lepard è stato il fondatore, cantante e chitarrista ritmico dei Crashdïet. L’idea di questo tribute di frabbricazione italiana, visto che è la Street Symphonies Records che ha messo in piedi la cosa, tenta di raffigurare un ricordo del musicista, ma anche dell’artista nel senso più ampio. 

















