THE RITUAL – “Beyond the Fragile Horizon”
(Bakerteam Records) Tanto di cappello ai piemontesi The Ritual, autori di un debut tanto convincente quanto potente. “Heavy melodic core”, dicono loro, ma per un vecchio defender come me la loro musica è un power/thrash lanciato a mille che paragonerei, con le dovute differenze, a quello dei migliori Rage. Ma contano davvero queste definizioni? L’importante è che il diverta, appassioni e valga il prezzo del “biglietto” (in questo caso molto contenuto). “Show me what you can do” mantiene il giusto equilibrio fra potenza, velocità e melodia, mentre “Jason on the River” e “Shoot me” si fanno notare per refrain e fraseggi indovinati; ma forse è la durezza dei suoni di “Hysteria & Madness”, quasi frastornante, a costituire il picco dell’album e del songwriting della band. Anche quando i nostri spingono sulle nuove tendenze (come nella lunga “Together”) risultano decisamente convincenti. Alla fine della scaletta ancora buoni spunti nella rabbiosa e martellante “The Liar”, nonché nella conclusiva “Nothing is the same”, con un guitar working più classico, che chi scrive avrebbe ascoltato con piacere anche nel resto dei brani. Un disco solido come un macigno, forse un tantino omogeneo ma senza che questo risulti come un difetto.
(Renato de Filippis) Voto: 7,5/10























(To React Records) E’ il secondo album dei Within Your Pain, questo “Ten Steps Behind”. La band si conferma ancorata a idee che riprendono in grossa dose i breakdown e lo stile mosh, soluzioni che tentano di diversificare i Within Your Pain dall’immenso calderone metalcore dal quale provengono. La produzione ruvida ci risparmia ogni laccatura possibile, in modo da proporre un sound più selvaggio. Non ci sono rivoluzioni stilistiche in “Ten Steps Behind”, anzi qualche recupero da autori metalcore di grido è in vista, in particolare “This Quiet Silence”, tanto Soilwork. C’è anche qualcosa di interessante come “Traitor”, un breve e virulento esempio di death metal imbastardito dall’hardcore, “No Dream We Can Trust In”, “Sometimes Fuck is the Only Word” (grande titolo!) e le sue evoluzioni ritmiche. Parlando di evoluzioni c’è da segnalare la fase centrale, in stile jazz, di “Ghost of Myself” che s’incastona perfettamente in quei basamenti ritmici giganteschi e lenti. Lo slow down è un pezzo forte della band, ma nelle fasi veloci al tendenza al metalcore di marca svedese rischia di esporli all’essere scontati. Riassumendo, i Within Your Pain hanno registrato un album con luci e zone meno illuminate, ma offrono tre quarti d’ora devastanti.



(SPV/Steamhammer-Audioglobe) Nel terzo album degli Stormzone si sente ancora una volta in modo chiaro l’indomabile anima irlandese che vivifica la band: questo rende particolarmente interessante l’hard rock venato di metal offerto nelle dodici tracce di questo “Zero to Rage”. Le melodie e i cori iniziali di “Where we belong” hanno un che di epico e, diciamocelo, il brano è molto debitore di certe cose degli Iron Maiden migliori. Accattivante il ritornello della titletrack, mentre abbiamo hard rock classico e grintoso in “This is our Victory” e “Last Man fighting”. Decisamente atipica nella tracklist la breve e 100% metal “Uprising”, il cui incisivo ritornello “Exist to destroy” vi sarà difficile da dimenticare. Bello e pesante, sempre sul versante metal del disco, il riff di “Fear Hotel”; ancora meglio “Empire of Fear”, che quasi si ferma per poi ripartire in velocità. Il vero capolavoro di “Zero to rage” è però “Jester’s Laughter”, con un impianto doom da fare invidia ai Black Sabbath. Solo due i difetti del disco: la banale “Voice inside my Head” e l’eccessiva lunghezza di alcuni brani. Può piacere a un vasto pubblico.



(Street Symphonies) Dave Lepard è stato il fondatore, cantante e chitarrista ritmico dei Crashdïet. L’idea di questo tribute di frabbricazione italiana, visto che è la Street Symphonies Records che ha messo in piedi la cosa, tenta di raffigurare un ricordo del musicista, ma anche dell’artista nel senso più ampio. 