Le nostre recensioni di novità o album già in circolazione, le impressioni, le sensazioni, le analisi e dei nostri ascolti su tutta la musica della scena metal & rock.
EVERGREY – “A Decade and a Half”
(SPV-Audioglobe) Doppia raccolta celebrativa per gli Evergrey di Tom Englund, che nei due cd di “A Decade and a Half” (la band ha appunto inciso il primo demo nel 1996) mettono assieme ben 24 brani che pescano abbastanza equamente da tutti e otto gli album. Ben quattro i pezzi presentati in versione live, mentre di altri due abbiamo addirittura gli unplugged! Piuttosto, a meno che la memoria non mi inganni, non c’è nessun inedito nella tracklist, contrariamente a quanto era stato annunciato. Come è giusto che sia, ben 5 brani provengono da “The inner Circle”, l’album del 2004 da molti giudicato il picco creativo della band; ben rappresentato, forse troppo, anche il recente “Glorious Collision” (tre canzoni che diventano cinque, contando che “Wrong” e “Frozen” sono appunto i due brani presenti anche in unplugged). Ascoltate tutti assieme, le tracce di questa raccolta danno l’impressione di una grande coerenza compositiva, che non è mai piatta omogeneità per l’indubbio valore del songwriting. Cito solo tre brani che mi sembrano particolarmente rappresentativi di tutta la discografia: la disperata “A Touch of Blessing”, con il suo bellissimo giro di chitarra; la sofferta “Faith restored”, che affida agli archi e alle chitarre acustiche il lato più intimista della band; e la veloce e serrata “The Masterplan”, uno dei simboli migliori della rabbia degli Evergrey. Una ottima occasione per conoscere un gruppo poco noto in Italia e generalmente assai sottovalutato nel panorama melodic/power metal.
(Renato de Filippis) Voto: 7/10



























(To React Records) E’ il secondo album dei Within Your Pain, questo “Ten Steps Behind”. La band si conferma ancorata a idee che riprendono in grossa dose i breakdown e lo stile mosh, soluzioni che tentano di diversificare i Within Your Pain dall’immenso calderone metalcore dal quale provengono. La produzione ruvida ci risparmia ogni laccatura possibile, in modo da proporre un sound più selvaggio. Non ci sono rivoluzioni stilistiche in “Ten Steps Behind”, anzi qualche recupero da autori metalcore di grido è in vista, in particolare “This Quiet Silence”, tanto Soilwork. C’è anche qualcosa di interessante come “Traitor”, un breve e virulento esempio di death metal imbastardito dall’hardcore, “No Dream We Can Trust In”, “Sometimes Fuck is the Only Word” (grande titolo!) e le sue evoluzioni ritmiche. Parlando di evoluzioni c’è da segnalare la fase centrale, in stile jazz, di “Ghost of Myself” che s’incastona perfettamente in quei basamenti ritmici giganteschi e lenti. Lo slow down è un pezzo forte della band, ma nelle fasi veloci al tendenza al metalcore di marca svedese rischia di esporli all’essere scontati. Riassumendo, i Within Your Pain hanno registrato un album con luci e zone meno illuminate, ma offrono tre quarti d’ora devastanti.



(SPV/Steamhammer-Audioglobe) Nel terzo album degli Stormzone si sente ancora una volta in modo chiaro l’indomabile anima irlandese che vivifica la band: questo rende particolarmente interessante l’hard rock venato di metal offerto nelle dodici tracce di questo “Zero to Rage”. Le melodie e i cori iniziali di “Where we belong” hanno un che di epico e, diciamocelo, il brano è molto debitore di certe cose degli Iron Maiden migliori. Accattivante il ritornello della titletrack, mentre abbiamo hard rock classico e grintoso in “This is our Victory” e “Last Man fighting”. Decisamente atipica nella tracklist la breve e 100% metal “Uprising”, il cui incisivo ritornello “Exist to destroy” vi sarà difficile da dimenticare. Bello e pesante, sempre sul versante metal del disco, il riff di “Fear Hotel”; ancora meglio “Empire of Fear”, che quasi si ferma per poi ripartire in velocità. Il vero capolavoro di “Zero to rage” è però “Jester’s Laughter”, con un impianto doom da fare invidia ai Black Sabbath. Solo due i difetti del disco: la banale “Voice inside my Head” e l’eccessiva lunghezza di alcuni brani. Può piacere a un vasto pubblico.
