ABOMNIUM – “Coffinships”
(Ukem Records) Peter Watkinson è un inglese che vive in Olanda e ha messo il suo nome dietro a quello di Abomnium, realizzando l’album “Rites Likes Chains” ed ora “Coffinships” e questa seconda release affonda il sound nelle viscere del male, riemergendo poi con sembianze death e black metal. Mai in egual misura. Infatti mentre “Black Canyons of the Living Dead” è un death metal con un incipit in stile Bolt Thrower e una prosecuzione tra Grave e Autopsy, (altro…)
(Pitch Black Records) Se penso contemporaneamente alla Polonia e all’heavy metal, il passaggio successivo sono inevitabilmente i Crystal Viper: e temo che gli Access denied non faranno cambiare questa inferenza, perché il loro secondo album, “Touch of Evil”, si presenta purtroppo come un prodotto di maniera, come ce ne sono tanti (direi anzi troppi) in giro! “Messenger of Death” suona come quel tipico melodic metal né carne né pesce, e il brano peraltro si chiude improvvisamente dopo soli 3 minuti.
(Agonia Records) Al giorno d’oggi nel metal le novità molto spesso giungono dal fatto di reinterpretare un qualcosa, cioè di offrire una nuova chiave di lettura di qualche sound o genere. Qualcosa del genere accade con questo secondo lavoro dei greci Acrimonious. “Sunyata” è un black metal estremo, malvagio, ma con l’idea di dare forma alle melodie e perseguirle per l’intera durata dei brani. Il riffing è drammatico, ritualistico nei toni, freddo come quello norvegese e narrativo come quello svedese.
(Rock’n’Growl) Con un album chiamato “The Cure for Happiness”, credo sia facile immaginare il genere suonato dai croati Ashes you leave, che si presentano come una delle band più longeve e conosciute della propria scena nazionale. I nove brani di questo disco rappresentano infatti una ricca messe di gothic abbastanza condizionato dal doom. “Devil in Disguise” dice My dying Bride in ogni singola nota, e soprattutto in quelle affidate al violino: ma la voce di “Jade” Etro, cantante italiana
(Hydrant Music) Il ritorno dei power metallers veronesi Arthemis è affidato a questo grintoso “We fight”: dopo i radicali cambiamenti di line-up di qualche anno fa, la band sembra aver trovato un assestamento positivo e produttivo. Si comincia con una “Empire” incredibilmente aggressiva, vagamente thrashy, superata però dalla torrenziale titletrack (a proposito, guardate il video!). La durezza e l’approccio di “Cry for Freedom” mi hanno ricordato i Firewind migliori
(RisingWorks) Metallare e Metallari ecco a voi il Nu & Alternative Metal da Tarcento, zona di Udine. Lo propongono, attraverso una nuova prova, gli An Handful Of Dust. Dieci pezzi che in realtà sarebbe meglio chiamare da subito come metal, nonostante poi servano altri aggettivi ed etichette per definirlo.
(Pure Steel) In attesa del prossimo disco “Ancestral Energy”, che dovrebbe essere edito nell’aprile 2013 dalla Pure Steel, gli us power metallers Artizan rilasciano questo singolo digitale, disponibile gratuitamente sulle maggiori piattaforme musicali. Il pezzo testimonia il buono stato di salute della band
(Massacre/Audioglobe) Da quasi venti anni sulle scene, i tedeschi Adorned Brood sono una di quelle formazioni no compromise: pagan/black metal quadrato e martellante dall’inizio alla fine di ognuno dei loro numerosi album (credo ben otto), con le parti acustiche caratteristiche del genere isolate in brevi intermezzi strumentali d’atmosfera.
(PRC Music) Scaldano i motori gli Among Gods, norvegesi di Bergen, in attesa di portare sul mercato il debut album. “Martyr” sorge con inesorabile mid-tempo, tra chitarre robuste e basso pulsante. I due strumenti sono di Broke, mentre Ivan suona la batteria. Un clima iniziale quasi death ‘n roll, poi il sound diventa arcigno, accelera e va sull’old style.
(Solvent Bath Records) Gli Acid Ocean nacquero nel 2002 e nonostante un certa quantità di materiale si sciolsero dopo poco tempo. Adesso Fabio Serafini, voce e chitarra (Unscarred ed Elevation, band della scena milanese) riprende il discorso Acid Ocean insieme a Luca Caserini, batterista dei Sixty Miles Ahead (formazione hard rock/heavy metal milanese), incidendo un 7″ che esce a metà dicembre
(SG Records) Dopo un primo album interamente strumentale, i progsters Azure Agony si propongono oggi più classicamente con un disco cantato, allineando otto brani raffinati e, in controtendenza rispetto al mercato, più alla Dream Theater che alla Symphony X. Godiamoci quindi le trame, a tratti tribali e molto Angra Style, dell’opener “Twin Babel”.
(Goomba Music/SPV) Mezzora di brutalità. Scatole craniche spappolate a forza di poderose mazzate. Credo sia la più semplice, chiara ed esplicita descrizione di questo album, il debutto degli americani Acaro. Una band decisamente valida che ha già condiviso i palchi con vari act, tra questi Gojira, Lamb Of God, Amon Amarth e Cannibal Corpse. Un death metal assolutamente sincero. Veloce. Molto ben suonato.
(The Path Less Traveled Records) Un concentrato di rabbiosa violenza che non si priva di qualche idea sperimentale, è questo l’esordio dei californiani Abstracter. I loro pezzi sono la fusione di più idee, di tipo sludge, post metal, avantgarde. “Walls That Breathe” è un groove inacidito e “To Vomit Crows” è l’impetuoso abbraccio tra lo sludge il post metal.
(INVINCIBLE Records / DEFOX Records) Devastanti. Pesanti. Cupi. Potenti. E Melodici. Feeling svedese, ma origine Repubblica Ceca. Un suono decisamente maturo per questa band estremamente giovane. La capacità compositiva dimostrata in questo EP di tre pezzi lascia davvero prevedere un futuro interessante. Un death metal molto melodico, potente, ibrido, con grosse influenze della scuola svedese.
(SPV-Steamhammer) Tempo del primo Best of per gli Angra: ventuno anni di carriera sono decisamente un grandioso traguardo che va in qualche modo suggellato. Kiko Loureiro ha così pensato a scegliere i venti brani che a suo giudizio rappresentano meglio la band brasiliana, e che vanno a comporre questo doppio cd (per un minutaggio complessivo di due ore quasi esatte):
(Autoproduzione) San Antonio nel Texas è un luogo da cui spesso si sente arrivare qualcosa di estremo. E’ proprio il Texas ad avere qualcosa di selvaggio ed irruento e questo non lo si avverte solo nella musica. Voglio dire che il Texas non è solo Pantera o Absu, ma anche Tobe Hooper (regista di “Non Aprite Quella Porta”) oppure lo scrittore John Lansdale e fermiamoci qui. Terra selvaggia, quella del vecchio West
(Autoproduzione) I francesi Abysse hanno impiegato tre anni per realizzare questo album. Nel 2008 incisero un EP e poi partecipazioni a compilation e alla fine son passati tre anni e nel mentre hanno ordinato le idee che reggessero questo “En(d)grave”, un debut album che loro definiscono “instrumental post metal”. Personalmente toglierei di mezzo il termine “post” che pure calza bene,
(Autoproduzione) Nati cinque anni fa, gli emiliani Admin sono arrivati a questa autoproduzione che è a tutti gli effetti il primo album. la band sviluppa un sound che fonde più aspetti: hard rock, riff in stile Alice In Chains e Creed. Quindi c’è sia il rock che lo stoner, il grunge, e l’hard rock più moderno. L’album racchiude così quelle tendenze, armonie e identità semplicemente rock/metal.
(R.W.A. Music Company/Atomic Stuff) E’ completamente fuori dalle regole. Assurdamente incompatibile con i luoghi comuni. Mosca. Russia. Terra fredda, glaciale. Dominio musicale dipinto di nero. Black. Death estremo. Ma gli stereotipi vanno smantellati, le regole vanno violate. Distrutte. Hard Rock. Anni 80. Sleaze. Street. Accordi potenti, spensieratezza, teoria del tutto, veloce e subito.
(Tanto di Cappello Records/Grindpromotion) Una band di Cuneo che ha suonato live con Wormrot, Maruta, Jesus Ain’t In Poland, Tools of the Trade cosa può suonare se non il grindcore? Anzi, in teoria vengono presentati come powerviolence e cioè qualcosa che si mette in mezzo all’hardcore/thrash metal e il grindcore. Momenti passaggi dal riffing più tipicamente hardcore, vengono accompagnati da un drumming decisamente grindcore;
(Division Records) Asidefromaday il fatto di unire sotto un’unica parola quel gruppo di cinque, credo renda bene l’idea semantica del sound di questi francesi. Un blocco coeso di post metal, dalla forte tensione emotiva che si percepisce nell’aria. I pezzi sono cupi, quasi tristi, ma di sicuro hanno disperazione e tormento. L’ascolto non è propriamente dei più sereni.
(Darknagar Records) Russia, Pyatigorsk, siamo alle porte del Caucaso. Alextos Georgiadi, voce e basso, diventa il frontman degli Atra Hora, dopo uno scossone all’interno della line-up. Lui e Yanis ‘Shaxu’ Georgiadi, chitarra e voce, e Genrih, batteria e percussioni, incidono un album dal titolo “Lost in the Depths” e che si avvale di una cover realizzata dall’artista W.Smerdulak, già autore per Asguard, Dark Princess, Devilish Distance,
(Candlelight) Quando si parla di una band black metal è facile utilizzare una serie di aggettivi estremi per descriverne la musica, per gli Anaal Nathrakh invece vorrei usarne uno solo: intelligenti. Lo sono stati nell’approccio alla realizzazione di questo successore di “Passion”. Il black metal proposto dal duo di Birmingham ha tratti maggiormente blackened, blast beat spesso furiosi e tendenti al grindcore,
(Mag Music Productions) Il tributo ai Pink Floyd “One of My Turns” è stato ideato e curato dall’amico Marco “C’est Disco” Gargiulo (della Metaversus Press and promo) e prodotto da Mag-Music. Il progetto è in download gratuito (
(IceWarrior Records) Gli svedesi Axenstar passano spesso per la ‘tipica band power metal’ senza arte né parte… ma nella discografia dei nostri, che giunge ora al quinto album, c’è almeno un ottimo disco (“The Inquisition”, del 2005) e questi ragazzi non sono mai scesi sotto uno standard qualitativo sconosciuto a tantissime band di genere. “Aftermath” giunge negli stores dopo un silenzio di ben cinque anni. “Dogs of War” serra subito i ranghi con un guitar working roccioso, ma è la voce un po’ lamentosa di Magnus Winterwild
(Pure Steel/Audioglobe) Fra le band nate negli eighties e poi risorte con questa new wave di classic metal, i losangelini Axehammer sono sicuramente fra i meno produttivi: in 31 anni hanno pubblicato soltanto un demo e due album, compreso questo nuovissimo “Marching on”! Se la quantità è carente, tutt’altro discorso per quanto riguarda la qualità: le otto tracce del full-length piaceranno a tutti gli appassionati dell’US metal vecchio stile.
(Vision Studio Records) Ci sono delle band che prima di essere tali sono una storia. Nel senso che ci sono vicende o episodi che sono alla base della band stessa. La storia degli Aoria inizia a metà degli anni 2000, con piccole pubblicazioni, un singolo e un EP di soli tre brani. Nel 2011 Erik Nilsson, voce e chitarra (A Swarm of the Sun, Kausel), Robin Bergh, batteria(October Tide) e Niklas Sandin, basso (Katatonia), in estate iniziano a lavorare a questo primo full length.
(Pure Steel/Audioglobe) Gli Angband sono abbastanza conosciuti nell’underground metal per essere, probabilmente, l’unica formazione di heavy/power proveniente nientemeno che dall’Iran. Chi scrive, però, non è mai riuscito ad apprezzarli più di tanto, e la staticità del loro terzo disco “Saved from the Truth” non fa che confermare dubbi e perplessità. Molto cupa, quasi ossessiva nelle sue divagazioni vagamente prog, l’opener “Seasons of my Pain”, ma i due brani successivi sono decisamente involuti
(Shadow Kingdom Records) Il doom metal dei danesi Altar of Oblivion si è leggermente alleggerito rispetto alle prove precedenti: il risultato è molto più vicino alle matrici ottantiane del genere, e quindi piacerà di meno agli estimatori degli Ahab o dei Funeral e di più a quelli dei Candlemass o dei Saint Vitus. Sei i pezzi in scaletta di un disco forse un po’ breve, che si assesta attorno ai 35 minuti di durata. “When Darkness is Light” è un macigno che – appunto – urla Candlemass in ogni nota, reso più interessante dalla voce stentorea del singer Mik Mentor.
(New Justice Records) “The Architectural of Truth” è un intrico di heavy metal moderno, quindi è la fusione tra melodic death metal, thrash e metalcore, oltre a una sequela di riff molto heavy e spesso intrisi di groove. La band australiana As Silence Breaks ha inciso l’album attraverso una trafila di livello: registrazioni nello studio di Tim Lambesis, frontman degli As I Lay Dying, presso Escondido in California, con Daniel Castleman (As I Lay Dying, Carnifex, Winds Of Plague, Sworn Enemy).
(Let It Bleed Records) Ai più gli Amorphous forse non diranno niente, ma i polacchi hanno già realizzato un EP, l’album “Return from the Dead” nel 2008 e in formazione c’è tale Marek Pajak, chitarrista e cantante già collaboratore di Esqarial e dei Vader. Proprio a questi ultimi ho pensato nell’ascoltare l’opener “Psychosis”, ma gli Amorphous si distinguono comunque per il sound nel quale fraternizzano death metal, thrash metal, elementi hardcore e grindcore.
(To React Records) Tra le band più interessanti in Italia, per il carico di energia, il sound imponente e la disinvolta forza nel suonare in modo possente e senza troppi fronzoli, gli italo-brasiliani Amassado propongono un EP di sei pezzi, dopo due anni dal fantastico lavoro “Coraçao Enterrado”. Per capire la direzione di questo lavoro, basterà segnalare la presenza della cover dei Sepultura “Biothech Is Godzilla”.
(Candlelight Records) Tributo agli Emperor. Omaggio alla mitologia del black metal norvegese attraverso un’ode declamata da un pugno di fedeli come i Necrodeath (“Lord of the Storms”), Helheim (“Witches Sabbath”), Taake (“I am The Black Wizards”), Troll (“Towards the Pantheon”), ma anche Saltus (“Curse You All Men!”), Infer (“Ye Entrancemperium”)
(Autoproduzione) I comaschi All Amort propongono tre canzoni, messe in piedi da una overdose di thrash metal in quello che poi è del melodic death metal, ma dai toni cattivi e rabbiosi. “Gain from Love”, massacro e strutture melodiche, batteria furiosa, suoni come un’artiglieria che esplode colpi. C’è un buon equilibrio tra melodie e rabbioso death metal alla svedese ed è più o meno lo stesso atteggiamento di “Eternal Lies”
(This Is Core Music) Le radici di questa band italiana sono corte. La nascita è recente, 2008, e avvenne sotto il segno del post-hc. Dopo “Where The Ocean Meets The Sky”, un EP, e una buona manciata di live, gli Avenue Of Heroes partoriscono, a seguito di una lenta gestazione, un debutto nel segno del metalcore più classico, e cioè “Consequences”. Debutto limato con certosina pazienza e cura, dei suoni e degli arrangiamenti.