Le nostre recensioni di novità o album già in circolazione, le impressioni, le sensazioni, le analisi e dei nostri ascolti su tutta la musica della scena metal & rock.
ACTUARY – “The Reality Is, the Dream Is Dead”
(Crucial Blast) Detesto valutare male un album, ma non vado mai contro la mia etica o le mie opinioni, pur volendole sempre mettere in discussione. Adoro Adam Wright della Crucial Blast, la sua politica editoriale di estremismo sonoro, inteso come contaminazione di generi (death, black, metal in generale ed elettronica) che si perdono in cose ambient, dark e via dicendo. E’ davvero ammirevole, ma questa volta con gli Acturay e “The Reality Is, the Dream Is Dead” ci resto davvero deluso. Un ammasso di suoni, tipo (altro…)
(Pure Steel/Audioglobe) Davvero ottimo il disco dei Warrion! Questo progetto messo su dal chitarrista Ron Ravi Warrion vede la partecipazione di diversi nomi noti dell’undeground americano, quali Mike Vescera (ex cantante dei Loudness e di Malmsteen, attualmente in forza agli Obsession e collaboratore per numerose altre band), Tim Thomas (che ha militato negli Agent Steel), Keith Knight degli Aska e Rob Brug degli Halloween. Ne viene fuori un album di metallo sanguigno e genuino, che rispetto ai tanti
(Comatose Music) Nuovo e devastante assalto degli Exhumer, band italiana grindcore/brutal death metal la quale da questo mese è in Europa a spargere le proprie sonorità ai tanti cittadini della Comunità Europea. Discograficamente parlando era dal 2008 con il debut “Bloodcurdling Tool of Digestion” che la band non forniva una nuova prova, anche se dal punto di vista dei concerti gli Exhumer hanno girato il nostro continente (con Impaled Nazarene e Abysmal Torment) ed anche gli USA (con Vulvectomy, Vomit God
(Tone Deaf Records) Parte “Giggrind”, opener dell’album, e sembra di trovarsi di fronte a un Johnny Lee Hoker bianco, con armonica, voce e acustica. Un blues viscerale. Le inferenze orientaleggianti, indiane, contaminano “Screaming Parrot Blue” e quasi ti torna alla memoria il compianto George Harrison e le sue fisse per la cultura e le sonorità indiane messe nei pezzi con i Beatles e non solo lì. C’è ancora blues e litanie dolci, vedi “Lost and Found”, ma in questo lavoro di Furious Giorgie si va anche oltre.
(Plindo eLabel) L’anima artistica degli Swell99 ha due colori base, quello del grunge e quello del rock. I musicisti di Macerata posseggono anche tonalità intermedie, sfumature, come quelle del post-grunge, hard rock, rock classico, ma alla fine restano sempre in quei due generi nel costruire il proprio sound. Secondo album, lustrato a fondo dalla produzione, ma i suoni sono comunque vibranti, feroci, tosti. Questo è rock e dunque le chitarre prendono la parola e si liberano tra riff ritmici e ricami, oltre ai tanti assoli.
(Cyclone Empire) Per qualche tempo i Demonical sono stati la “next big thing” del death metal svedese, ma è stato un atteggiamento sbagliato da parte di chi li propinava come tali. Il death metal svedese è uguale a se stesso, non ne esiste l’evoluzione e chi si è evoluto in realtà quel genere non lo suona più. Punto. Oggi, 2013, e dunque oltre un lustro da “Servants of the Unlight” che tanto entusiasmo suscitò, mi sento ancora più sicuro di questo mio pensiero. A scanso di equivoci scrivo che non ho nulla contro la band, anzi è
(Artificial God Productions) I Bukowski Family sono ungheresi ed io non li ho mai sentiti nominare. Il loro nome utilizza un cognome molto celebre, quello dello scrittore Charles Bukowski, ma le tematiche testuali e l’immagine che promuovono di se stessi è qualcosa di atroce e perverso, qualcosa di degenerato e orribile. “Unpleasantries Abundant” è il quarto EP pubblicato dalla band in pochi anni per comunicare al mondo il proprio death metal marcio e molto ombroso, tetro, ottima e allucinante colonna
(Metal On Metal Records) Doom metal, certo, ma a modo loro. I Maltesi Nomad Son non copiano, non imitano, non riciclano. Semplicemente creano. E la loro creazione è un album, il terzo, pieno di atmosfera, di emozione, di quella dose di oscurità tipica del genere, ma spesso iniettata da proposte che invadono altri generi musicali quali il thrash per esempio. Un doom profondo, capace di momenti lenti ed epici, ma anche heavy e tirati, dove la potente voce di Jordan Cutajar è sempre un elemento caratteristico
(Hells Headbangers) Ecco a voi, da parte della Hells Headbangers, la ristampa del secondo album dei celebri deathers statunitensi Incantation. Era il 1994 quando arrivò la bestemmia di “Mortal Throne of Nazarene” che seguiva “Onward to Golgotha” di due anni prima. L’album ripresentava una band in piena forma, legata ad un death sound oscuro, infernale, sempre dalle tinte nere, angosciose e sinistre. Gli Incantation in questo lavoro pronunciavano anche dei passaggi “doomy”, lenti, decadenti e che andavano
(Black Tears/Masterpiece Distribution) “Then I” inizia la sua storia nel 2012, quando i Neith partono con i lavori per realizzarlo, aiutati dalla produzione di Pier Gonella (chitarrista di Mastercastle e Necrodeath). Prima di arrivare alla fine delle registrazioni di questo debut album e di tutto il processo produttivo, i Neith perdono, disgraziatamente, Paolo De Palma, il batterista. Circa un anno dopo, luglio 2013, ecco che “Then I” giunge alla fine del suo percorso, finendo di fatto su dischi di policarbonato. E’ un CD, un album, che sembra
(UKEM Records) Selvaggio, brutale, spietato. Black metal diretto, sporco, ma anche se ricco di una componente melodica interessante ed una struttura dei pezzi mai monotona, sempre avvincente. Band estrema concepita da due fratelli inglesi i Primitive Graven Image hanno dovuto combattere per avere ciò che meritano. Il loro debut album “Traversing The Awesome Night” del 2007 non fu ben supportato dalla label originale, e questo ha portato successivamente ad un accordo con la mitica UKEM Records, label
(Dark Descent Records) Non è un sound nuovo, bollabile come old style e semplificando ancora di più si parlerebbe di thrash-black metal in stile Venom, Slayer e tutti gli avi del caso per gli inglesi Craven Idol. Forse qualcuno storcerebbe il muso per questa mia opinione, vista la velocità manifestata dagli Inglesi, ma loro mi sembrano una necrotica e sincera manifestazione di un heavy estremizzato, si veloce, ma reso oscuro da un riffing tra un death metal primordiale e contaminato dalle turbe del black metal
(Electrica Caelestis) Per i suoni gothic/doom, quelli da primi Anathema, primi Paradise Lost e Katatonia (insomma le band che a metà anni ’90 furono lanciate dalla Peaceville…), la Russia sembra essere la nuova frontiera. Dalla città di Perm, sugli Urali, provengono infatti gli enigmatici Root, Rain e Cold, ovvero gli esordienti Nidra, che ci offrono un disco di metal depressivo e lacerato. “Sulphuric Woe” è un po’ appesantita da un growling non particolarmente riuscito; molto meglio “Inward Eternity”, cantata in
(AFM/Audioglobe) Fra le nuove leve dell’hard rock più arcigno, quello al confine con il power, gli Eden’s Curse sono sicuramente un esponente significativo. Fra il 2011 e il 2013 la band ha attraversato un lungo periodo di assestamento: prima l’abbandono del cantante Michael Eden (dal quale peraltro la formazione prendeva il nome!), poi un brevissimo ‘interregno’ con l’italiano Marco Sandron (ne resta come testimonianza il singolo “Time to breathe”, distribuito in digitale all’inizio dello scorso anno), e ora il ritorno
(Underground Symphony/Audioglobe) Gli Shadows of Steel furono fra gli animatori della prima, ‘vera’ ondata di power in Italia, e la loro attività discografica si situa appunto all’interno del quinquennio d’oro 1997-2002, che vide le opere prime o l’affermazione di Labyrinth, Rhapsody, Vision Divine, Domine, Heimdall e tanti altri. Dopo più o meno un decennio di silenzio (!), eccoli finalmente tornare in pista: in questo momento di grande revival, potevano mancare proprio loro, che con il debut autotitolato
(High Roller Records) Una bella copertina pacchiana incornicia l’esordio sulla lunga distanza dei Volture, una band che era partita col botto (ricordo uno split con gli Enforcer che andò esaurito subito), ma che poi forse ha aspettato troppo tempo per il full-length. Certamente in questo ritardo giocano i problemi di line-up (i nostri hanno cambiato di recente il vocalist): alla fine “On the Edge” risulta essere un prodotto buono ma non eccezionale, e sicuramente i sopracitati Enforcer sono a miglia di distanza.
(Cruz del Sur/Audioglobe) Atteso spasmodicamente da tutti i cultori del metallo epico a 360°, “The white Goddess” è il secondo full-length dei bavaresi Atlantean Kodex. Non stupisca che una band con un solo disco all’attivo sia riuscita a catalizzare così tanto l’attenzione degli appassionati: accanto all’ottimo “The golden Bough”, i Kodex hanno infatti pubblicato diversi ep e live (spesso in edizione limitatissima… dove ‘limitatissima’ significa anche 15 copie!) che gli hanno fatto acquisire lo status di culto assoluto.
(Pure Underground/Audioglobe) Ci sono band così fedeli al verbo degli eighties da mettere quasi tenerezza: i tedeschi Stainless Steel, naturalmente attivi nella seconda metà degli ’80 e oggi riformati, appartengono sicuramente a questa categoria. Ma “Metal Machine”, per quanto neanche una nota sia originale, sa quasi sempre divertire e coinvolgere il defender of the faith. Il discorso è sempre quello: se ci sono l’attitudine, il mood e la capacità di songwriting, ripetere i soliti schemi non è mai un problema!
(Pesanta Urfolk) L’heavy metal è una scena vasta. Forse il genere che attinge in maniera più trasversale da innumervoli generi, creando idee nuove, concetti nuovi, stili nuovi. E ci sono labels come la Pesanta Urfolk che pubblicano una vasta gamma di sonorità, spesso legate al metal, ma altrettanto spesso lontane, divergenti, ma tuttavia altamente apprezzabili dall’ascoltatore metal medio, capace con intelligenza e gusto di estendere i suoi interessi verso orizzonti lontani, vasti, diversi. Un esempio di questa divagazione
(Svart Records) La Svart Records è un’etichetta finlandese che copre un ampio spettro di generi, dal doom all’avantgarde passando per il gothic. Nel loro rooster c’è anche l’artista neofolk Mikko Pöyhönen, che in questo suo secondo album propone dodici brevi brani in cui si esibisce, da solo, alla voce e alla chitarra acustica. Una musica assolutamente essenziale, per apprezzare la quale sarebbe necessario conoscere anche i testi: ma dato che sono tutti in finlandese, devo purtroppo confessare di non avere
(Autoproduzione) Non male l’idea dei texani Mahogany Hand Grenade, che colpiscono anche per il monicker: il loro debut è un ep di prog strumentale intervallato e come ‘riempito’ da sample parlati di personalità storiche del Novecento. Non saprei spiegarvi bene come, ma devo dire che in questo modo la musica risulta meno ‘pesante’ (il progressive senza voci non è certo pop da classifica) e acquista un inatteso brio. È un dedalo pieno di spigoli quello della titletrack, mentre “Trouble for Trouble”
(Target Distribution / Mighty Music) Importante passo avanti per i Danesi Plöw. Album di debutto, full length, prova pratica di devastazione sonora. Rispetto all’EP “Bicentennial Picnic” di oltre un anno fa, la band ha raffinato il suo suono, rendendolo più corposo, più sensuale, più tecnico… anche se sempre brutale, fondato su uno sludge/stoner spietato, scatenato, irresistibile. Le chitarre ritmiche sono feroci, estremamente heavy, mentre dei tocchi melodici rendono l’esperienza dinamica, pungente,
(Hells Headbangers) I Zemial sono tra le cose migliori che la scena metal greca abbia mai prodotto e se non ci credete è meglio che vi sbrighiate a procurarvi qualcosa di Archon Vorskaath, titolare del progetto. Terzo album in venti anni, diverse release minori e un’attitudine al black metal rimasta underground e affascinante. Black metal greco, fatto dunque di un riffing, ma non da meno la batteria, che riprende schemi sonori classici, cioè roba presa da Venom, Bathory, ma anche la NWOBHM.
(Punishment 18 Records) I danesi Hell’s Domain sfornano un debut album di thrash metal dalle andature spigliate, veloci e e dalle atmosfere fresche, pur rimarcando la tradizione del genere. Un thrash metal che segue un legame di sangue, ma rivitalizzato, con la Bay Are. I musicisti hanno tutti una buona esperienza nell’underground e non di madre patria, infatti presenzia le pelli addirittura Anders Gyldenøhr, batterista per i mitici Artillery e per HateSphere. Una vera macchina da guerra. Un tocco sapiente.
(Bakerteam/Audioglobe) I simpatici triestini Sinheresy debuttano su Bakerteam Records con questo interessante “Paint the World”, un concentrato di symphonic power metal tendente al gotico e stracolmo di energia. “Last Fall” è quanto di più boombastico ci si possa immaginare senza cadere nel pacchiano: non c’è la teatralità dei Nightwish o degli Epica (anche il break è misurato), ma piuttosto la solidità power degli Edenbridge, o forse ancora di più dei Visions of Atlantis. La cosa stupisce in modo particolare
(High Roller Records) I Protector nacquero a Wolfsburg nel 1986, sono dunque figli dei primi passi dell’ondata thrash metal tedesca e infatti questo nuovo album, il primo dal 1993, lo dichiara apertamente. Nel 1994 la band si prese una pausa di riflessione, ma nel 2005 il cantante e membro originario Martin Missy, decise di darsi una mossa e ripartire, ma di farlo con lo svedese Carl-Gustav Karlsson (batterista nel giro di Grief Of Emerald e Mastema), Michael Carlsson (chitarrista, altro Mastema) e poi con l’aggiunta
(Blood Harvest) Nuova idea di Cazz Grant (Crucifer, Infernal Hatred, ex Cromlech e via dicendo), anzi non del tutto nuova, visto il demo del 2011 (nel quale figuravano Craig Smilowski, ex-Immolation, ex-Goreaphobia, Rellik, e il bassista Matt Dwyer, Rellik e appunto Cazz “The Black Lourde of Crucifixion” Grant). Masada è anche Chris Milewski, basso e chitarre, Grant è ovviamente voce e batteria. “Hideous Rot” è un mini album (che esce in CD, vinile e cassetta) il quale propone un death metal tirato, veloce, 
(SPV/Audioglobe) Fra le decine di band che si chiamano Legion ci occupiamo qui dei giovani americani dell’Ohio, che arrivano al debut attraverso una etichetta prestigiosa come la SPV. In “Woke” ascoltiamo un death-core potente ma canonico, che ricorda in più punti gli Oceano e in altri i Meshuggah. Fin da “And then, the Devil said” si fa notare il growling profondo e demoniaco di Michael Guilford; “Righteous Dictation” ha una struttura da modern thrash, “Priest” è un vero terremoto (il livello di distorsione del basso è
(Metal Inquisition Records) Scrivere di un album, sapendo di essere condizionato dalle proprie preferenze e gusti, è eticamente corretto? Prima ancora di ascoltare “The Perishing Empire of Lies” mi sono accorto che c’erano tutte le premesse per farselo piacere. L’album mi è stato passato da un amico dei Decapitated Christ (non c’è che dire, nome fantastico), nonché collega di redazione, il quale conosce i miei guasti musicali. Leggo che “The Perishing Empire of Lies” è stato masterizzato da Dan Swanö al solito studio Unisound, quindi la resa sonora ha un sigillo di garanzia. Vi suona la batteria, in “Marching”, un tale come Pete Sandoval, dei Morbid Angel, e canta in altre due Sua Maestà
(Despotz Records/ Cargo) Dahlqvist è un ex Hellacopters, chitarrista. Dopo dieci anni con gli Hella e quattro con Dundertåget e progetti vari ha pensato bene di dedicarsi a qualcosa di totalmente individuale, appunto un album solista. Robert ha aperto il suo cuore in soccorso alla sua inventiva ed ecco che “Solo” è un rock cantato in svedese, nel quale trovano spazio tante composizioni acustiche, a volte sul genere dello psych-folk, ma con melodie morbide e soavi, risvolti più o meno psichedelici e alcun pezzi
(Tradecraft/Universal) Avete mai assistito ad un live dei Megadeth? Io purtroppo si. Purtroppo perché quel giorno, a Roma, la band si fermò dopo appena 40′, forse meno, a causa di un continuo bersagliare i quattro con oggetti, una “simpatica” idea che era iniziata da prima con i supporters Corrosion Of Conformity. Mustaine e soci non rintronarono sul palco. Di recente ho guardato su un comodo divano e con schermo con tanti pollici da sembrare un cinema e con un sistema audio da fantascienza,
(Cyclone Empire) Erano gli anni ’80 e vollero darsi il nome di Pentagram, poi dopo molto tempo scelgono di chiamarsi Pentagram Chile, per distinguersi, si narra, rispettosamente dai doomsters americani, e ben più noti, Pentagram. I Cileni solo adesso arrivano a sfornare un vero e proprio album in studio, dopo una sequela di piccole produzioni e una vita nell’underground. Eppure di loro spesso si è sentito parlare, nelle fanzine e siti web amatoriali, insomma nelle nicchie underground.
(Dust on the Tracks) Provengono niente meno che dalla Tasmania i Taberah, formazione in attività da quasi dieci anni, ma che pubblica solo oggi il secondo disco. Li produce e li sponsorizza Stu Marshall, uno dei principali animatori della scena metal degli antipodi (
(Memorial Records) Provo ad usare una metafora, basandomi sulla copertina (molto bella, è di Federico Musetti, guardate le sue opere