THE LAST HANGMEN – “Servants of Justice”

(Twilight Vetrieb) Gli album di debutto il più delle volte presentano dei lati poco riusciti, anche se queste imperfezioni non sempre vanificano il lavoro degli esordienti. I The Last Hangmen con una produzione abbastanza buona, ma non del tutto pulita, e con delle dosi tecniche nelle mani realizzano un death metal melodico e variegato. Purtroppo per loro, o per chi li ascolta, la scaletta suona con qualche carenza di omogeneità. Dopo l’intro è “Lupara Bianca” ha recitare un riffing quasi in stile Dissection, ma la simpatia di questi tedeschi oltre per la Svezia passa anche attraverso il thrash metal e i tratti sinfonici ed epici – da notare che nonostante l’uso abbondante delle tastiere, non hanno un tastierista di ruolo- i quali rivestono molte canzoni, per esempio “Crash Course Dying”. “Servants of Justice” concentra tutto questo nel loro sound, elaborando diverse sfumature e rendendo l’impatto poderoso e melodico contemporaneamente, ma arrivati alla conclusiva outro “Withdraw the Hangmen!” si ha la sensazione che molti passaggi sono scivolati via e hanno lasciato il posto ad un senso di confusione. In sostanza alcune canzoni sono efficaci, altre hanno un’identità poco definita. Un riffing articolato, melodico, veloce, polifonico, ma pronto a confermare il detto che recita “il troppo storpia”! Un esempio? “Knocking Tombstones Down”, un brano che parte bene ma la volontà della band di portarlo a dieci minuti e trasformarlo in una piccola suite, non lo rende un virtuoso. I cinque ragazzi peccano di esperienza e hanno bisogno di maturare innanzitutto sul lato compositivo, ma “Servants of Justice” offre comunque una ragguardevole quantità di situazioni coinvolgenti.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-30T08:15:02+01:0030 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, T|Tag: |

MEMORIA – “Death Calls the Islands”

(Misantrof Anti-Records) La band australiana Memoria è nata grazie a un demo, dal titolo “Memoria”, realizzato dal solo Jonathan Carroll, chitarra e voce, nel 2003. I memoria si sono poi esibiti e confrontati con platee di altri paesi, tra i quali l’Italia, e realizzando due album. Carroll e soci sono convinti che la loro musica debba e possa essere composta con una sola semplice chitarra, magari acustica, capace di contenere tutte le canzoni. Forse è questo un metodo spontaneo per comporre, anche se poi sei autore di un metal che incrocia il balck, il death e il noise. In “Death Calls the Islands” loro non hanno fatto come in passato, quando inserivano nel proprio black metal spunti folk, acid e chitarre acustiche. Questo terzo album è oscuro, distorto, con un riffing che sa di black metal, ma che di fatto sposta l’asse stilistico verso una sorta di sperimentazione, infatti c’è quasi sempre una voce clean a declamare i versi e la batteria è densa e rock nel tocco; tra l’altro Daniel Fox è un batterista entrato in pianta stabile da quest’anno e assiste l’altro batterista e sound designer Brendon Basely. L’iniziale “The Dogs Smell Blood” prova, a stento, ad essere black metal, già “Claw at the Pine” espone un riffing noise nei suoni e black metal nella partitura, “From Rats We Hide” prova ad essere anche più dura e nella fase centrale di “Doctor Creve” c’è anche del blast beat. Tutto ciò non è sufficiente a parlare di black metal e nemmeno di death metal: qui il tutto sa tanto di blackened metal, nel quale si intromette del noise e anche l’alternative più lercio e casinista. Si scorgono gli Emperor, quelli dei mid tempo epici, in “25th Island”, ma come atmosfere e melodie. La brutale aggressività e dannazione tipica del black metal è offuscata da una dannazione cerebrale, da incubo. La volontà più sperimentale dei Memoria salta fuori nell’ultima traccia:  “The Blood Wave”, quasi sette minuti di elettronica, synth, chitarre, voci e suoni. L’unico neo è che gli scorci dei synth e d’avanguardia sono troppo pochi, a spese di un songwriting che ha poco sviluppo. Si rivelano bravi a ridurre l’aggressività dei tipici accordi alla Emperor e Dödheimsgard, ma si spera che imbastardiscano di più le loro canzoni, visto che sono certamente capaci di andare oltre

L’album è prelevabile presso www.misantrof.net

(Alberto Vitale) Via: 6,5/10

Di |2011-11-30T08:10:11+01:0030 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, M|Tag: |

ILLUMINATA – “A World So Cold”

(Twilight/Masterpiece) Posso dire con certezza che gli austriaci Illuminata non sono la solita gothic metal band (come la copertina lascerebbe supporre): e le due cantanti che si alternano al microfono, Katarzyna e Joanna, magari saranno meno avvenenti della media delle loro colleghe, ma ci sanno maledettamente fare! Le undici tracce di questo “A World So Cold”, secondo full-“length” se si conta anche l’autoprodotto “From the Chalice of Dreams”, si collocano da qualche parte fra il gothic, il power e la musica da soundtrack, e offrono diversi paralleli con i Within Temptation di “Mother Earth”. “Cold Hand Warm Hearts” ha subito un refrain vincente ma non scontato, mentre in “Silent Poet” funzionano bene sia il passaggio filmico che le sovrapposizioni fra le voci delle due singer. Per una “End my Agony” dove gli elementi power abbondano, abbiamo una “The divine Puppet” dove invece i toni sono più fiabeschi; boombastica “A Frame of Beauty”, ma se cercate tutte le caratteristiche del sound al loro massimo dovete rivolgervi a “Lost in Picturesque” (che significa il titolo?!). Una sapiente miscela di generi per un prodotto che, almeno un po’, esce fuori dai soliti schemi: consigliato a chi si è annoiato delle classiche divagazioni sinfoniche alla Nightwish o Epica.

(Renato de Filippis) Voto: 7,5/10

Di |2011-11-29T09:04:41+01:0029 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, I|Tag: |

EMERGENCY GATE – “Remembrance – The Early Days”

(Twilight Zone Records) Mentre gli Emergency Gate a Monaco di Baviera provavano i pezzi per il loro prossimo album, a qualcuno è venuto in mente di strimpellare qualche vecchia canzone che non è mai stata registrata e a quel punto nacque l’idea di incidere queste sei e farne un EP. Ecco spiegato il motivo del “The Early Days” nel titolo. Matthias Kupka con la sua voce guida per mano i suoi compagni, i quali suonano con forza e melodia i propri strumenti. Gli Emergency Gate hanno un sound che pesca in parte dall’heavy metal e dal power, avvolgono il tutto con le tastiere Daniel Schmidle, sempre ricche di pathos, mentre la sezione ritmica si adegua agli andanti delle chitarre di Vlad Doose e Udo SImon, le quali qua e là propongono anche con consuete accelerazioni vicine al melodic death metal e al deathcore. Tanta melodia, passione, liriche struggenti, ma con qualche sonora incavolatura tanto per dimostrarsi anche dei metallari cattivi. Lo stesso Kupka offre qualche growl sapientemente gestito. “Lipstick”, “Flawless Victory” e “Silent Night” sono le canzoni meglio equilibrate tra le diverse sfumature che tingono la band; c’è anche la ballad “Closing My Eyes” (la quale non c’entra nulla con il resto delle canzoni) mentre “Searchin for an Angel” è quasi un brano rock, ma è “Forest of the Lost” ad essere il pezzo più rude, più death e in parte progressive del lotto. “Remembrance – The Early Days” è piacevole e chissà se lo spirito di questa release si infilerà anche nell’album a venire.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-29T09:14:55+01:0029 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, E|Tag: |

KAMBRIUM – “Shadowpath”

(Massacre-Audioglobe) Ai tedeschi Kambrium sono bastati un demo e un ep per farsi notare dalla Massacre Records, che dà oggi alle stampe il loro debut “Shadowpath”. Le informazioni promozionali fanno i nomi di Ensiferum e Turisas, e quindi del battle metal, ma già da “Among the Lost” è chiaro che i nostri, pur sfruttando molto le tastiere, sono più orientati verso il death metal, e il termine di paragone sono semmai i Children of Bodom, o al limite i Keep of Kalessin. Un po’ ingenui e troppo semplici i break strumentali di “Arming for Retribution”, brano che comunque ha un bel respiro epico; ma anche “Thanatos” soffre di una certa inesperienza negli arrangiamenti. “Hollow Heart” è un tentativo, scarsamente riuscito, di alleggerire il sound ponendosi quasi in un contesto gothic. La fine del disco, ahimé, non smette di zoppicare: prima le superflue atmosfere egiziane di “The Eye of Horus”, quindi la conclusiva “A Sinner’s Remorse”, dove la citazione dalla V Sinfonia di Beethoven non c’entra veramente nulla. È ben riuscita invece la breve “Dewfall”, ma sa troppo dei già citati Children of Bodom. Un disco che pecca evidentemente di inesperienza (e lasciamo stare la brutta cover…): la proposta musicale va meglio definita e al songwriting serve qualche elemento di maggiore originalità.

(Renato de Filippis) Voto: 5,5/10

Di |2011-11-29T08:59:59+01:0029 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, K|Tag: |

CROM – “Of Love and Death”

(Pure Steel-Audioglobe) Le splendide note del riff di “Reason to live” si diffondono dallo stereo: Crom è tornato! L’artista tedesco autore di “Vengeance”, il disco che ha dato nuova vita all’epic metal fondendo il sound di Bathory con quello dei Manowar e qualche tocco di power metal, si riaffaccia sul mercato con otto brani maestosi e potenti, stavolta meno aggressivi (come ben suggerisce il titolo) ma sempre coinvolgenti al massimo. (altro…)

Di |2023-01-03T12:22:29+01:0027 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, C|Tag: |

HIGH SPIRITS – “Another Night”

(High Roller Records) Gli High Spirits di Chichago sono un’altra di quelle band che al giorno d’oggi… non dovrebbe esistere: merito della High Roller Records averli scoperti e lanciati sul mercato. “Another Night” è il primo disco ufficiale, dato che l’ellepì autotitolato di due anni fa raccoglieva semplicemente i due demo (altro…)

Di |2014-07-23T23:47:57+02:0027 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, H|Tag: |

NEFACIO – “Lauf!”

(Necrothal Rec./Twilight) Il boia della città è morto, e il signore del luogo obbliga il di lui figlio Barbas a prenderne il posto: peccato che il nostro sia uno spirito libero che preferisce la musica alle esecuzioni capitali! Barbas farà quindi di tutto per sottrarsi all’ingrato compito, anche liberare i prigionieri che dovrebbe uccidere e scappare con loro… Questa, più o meno, la storia che sta alla base di “Lauf!” (“Corri!”), uno dei prodotti più originali e a suo modo divertenti che mi sia mai capitato fra le mani. Si tratta di un solo-project del bassista tedesco Baba Hail, che per l’occasione si fa aiutare da altri connazionali impegnati nello stesso genere, quel Mittelalter Rock del tutto ignoto qui da noi ma che spopola in Germania: anche se in questo caso la dimensione folk è ancora più pronunciata. “Lauf!” racconta per filo e per segno una storia, per cui abbondano gli intermezzi parlati e le parti recitate: la produzione è decisamente elementare, ma gli orribili suoni di batteria finiscono per essere del tutto funzionali all’atmosfera medievale del disco! Tutto è dominato dal basso pulsante dell’artista (in molti dei brani la chitarra è del tutto assente o riveste un ruolo assolutamente marginale), ma le composizioni si rivelano in ogni caso (e non capisco come!) fresche e godibili: “Nie mehr”, ad esempio, ha ben poco di metal ma un tiro folk invidiabile, mentre la titletrack, che racconta appunto la fuga dalla prigione, trascina anche gli ascoltatori più reticenti; anche “Der Weg” ha un coro che si fa cantare subito. E nel mezzo dell’album troviamo anche “Nefacio die Hymne”, la dimostrazione di come con i quattro accordi più elementari del mondo si possa comporre un emozionante brano folk metal con tanto di archi e cornamuse. Altra chicca è la vitale rilettura di “Ai vis lo Lop”, uno dei classici della canzone occitana medievale. Un cd di questo genere venderà al massimo cinque copie fuori dall’area europea che parla tedesco (solo la bonustrack “No more”, riproposizione di “Nie mehr”, è in inglese), ma se conoscete questa lingua e amate il Medioevo vi consiglio di accostarvi, in un mercato sempre più standardizzato, a un prodotto assolutamente fuori dagli schemi. Anche nelle sue clamorose quanto spontanee ingenuità.

(Renato de Filippis) Voto: 8/10

Di |2011-11-27T19:24:27+01:0027 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, N|Tag: |

FORGOTTEN TEARS – “Words to End”

(To React Records/Andromeda) In Italia il deathcore e le sue sfumature più melodiche hanno preso piede da qualche anno e spesso si riescono a sentire buoni prodotti. In questo caso si parla del buon debut dei Forgotten Tears, seguaci nostrani della suddetta corrente musicale, oltre ad essere anche ottimi esecutori. Bravi musicisti lo sono, ma è anche vero che eseguono al millesimo i canoni del genere, dimenticando magari di metterci qualcosa di proprio. Faust Quaggia è il cantante che…gorgoglia? ringhia? fa l’indemoniato? A dire il vero è difficile descrivere l’incredibile lavoro vocale che compie questo ragazzo con il suo timbro così gutturale e contemporaneamente graffiante. Le chitarre costruiscono schemi veloci nella modalità death/metalcore la quale risente di influenze svedesi e americane. I pezzi si muovono senza respiro, tra ritmiche fitte e i canonici pilastri del genere, ovvero i blast beats, i breakdowns e il groove. C’è qualche assolo davvero ben messo, ma se ne trovano pochi, e una batteria che non sbaglia nulla in questo sound che ha poche sbavature e cattura immediatamente l’attenzione. I pochi dubbi sono stati già espressi in apertura, resta da segnalare la presenza di Paolo Colavolpe, voce dei Destrage, nel brano “Thoughts Killed My Sleep” e il lavoro di copertina di Travis Smith, autore per Opeth e Katatonia.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

Di |2011-11-27T19:19:23+01:0027 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, F|Tag: |

SVÖLK – “Svölk ‘Em All”

 

(Napalm Records) Nello stretto giro di poche settimane l’austriaca Napalm pubblica un nuovo album del genere stoner. A dire il vero è uno stoner definito True Norwegian Bear Metal, ovvero heavy metal, stoner e thrash e lo spirito delle camice di flanella – le ricordate?- dell’entroterra (altro…)

Di |2015-11-23T17:38:26+01:0026 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, S|Tag: |

ERASE – “May I Sin?”

(Buil2Kill Rec./Audioglobe) Gli Erase sono di Alessandria e hanno una storia recente. “May I SIn?” è il debut album che segue l’EP inciso nel 2009 e testimonia la tendenza del gruppo a fondere i percorsi moderni del metal, ovvero il melodic metal-thrascore, il deathcore e alcune derive nu metal. Dunque, parlare degli Erase significa esaminare quello che è un crossover, un aggregato contemporaneo di riff poderosi, dinamici e melodici, accompagnati da un cantato pulito/ringhiante e un drumming di buona sostanza. Complice una produzione che esalta i suoni, nella quale tutti i singoli dimostrano personalità ed è questa la loro carta vincente: essere disinvolti e sicuri dei propri mezzi, pur non dimostrando nulla di diverso dalla scena metal contemporanea che li ha espressi. Da notare che i pezzi sono scritti e arrangiati da tutti e quattro i musicisti. “No More Life” è molto vicina al thrash  e con una fase centrale estremamente trascinante, “I Can’t Believe in Nothing” combina il pathos del cantato con quello nella cadenza dei riff. “Lover” (un ottimo brano) è la coagulazione di un groove granitico con l’aggiunta di accorgimenti che ricordano (ma alla lontana) il metal dei Nine Inch Nails. Purtroppo nel susseguirsi dei brani in scaletta, la struttura dei pezzi si rivela (quasi) sempre la stessa: incipit con solido riff e la batteria a scandire il tempo in 4/4, anteprima riff del tema principale, bridge e poi il ritornello, di seguito le chitarre sviluppano pian piano un contrappunto e dopo la metà tutto si ripete all’incontrario. Una cornice che dopo pochi ascolti diventa nota. Come anche il puntuale downtempo cadenzato che succede al ritornello dei pezzi. Però, mi chiedo, si può muovere questa tipo di critica solo alla band di Alessandria oppure è questo un modello ampiamente usato da molti? Almeno, gli Erase, non hanno l’aspetto di quelli che eseguono i pezzi come da manuale e “May I Sin?” suona con ferocia e melodia contemporaneamente. Tutto quanto di buono possa avere “May I Sin?” gli Erase lo devono solo a loro stessi.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-26T14:31:45+01:0026 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, E|Tag: |

IRON SAVIOR – “The Landing”

(AFM-Audioglobe) Dopo “Megatropolis”, che ormai risale a quattro anni fa, gli Iron Savior di Piet Sielck finalmente tornano sul mercato: ecco quindi “The Landing”, che come è consuetudine per la band assume temi e colori legati alla fantascienza. Il pensiero, in casi come questi, corre sempre a “Somewhere out in Space”, ma il sound degli Iron Savior è come di consueto più roccioso e con un occhio di riguardo per il metallo classico. La formazione che incide, stavolta, è la stessa di “Condition Red”, del 2002, una delle migliori prove di sempre dei questa formazione. Il disco scorre via veloce, volendo essere cattivi potremmo parlare di “routine”: “The Savior” fonde un riff granitico con un ritornello molto melodico, mentre “Starlight”, se non fosse per la voce rude di Sielck, starebbe benissimo su un qualunque disco anni ’90 dei Gamma Ray. Di “Heavy Metal never dies” ne abbiamo tutti sentite a milioni, mentre in “Hall of the Heroes” il basso pulsante e le keys spaziali si intersecano che è un piacere. Anche “R. U. ready” propone il solito songwriting, energico ma senza sorprese; la power ballad “Before the Pain” sancisce di fatto la conclusione di un disco semplice, come dieci anni fa ne uscivano a centinaia, ma che oggi appare da una parte datato e dall’altra quasi una rarità! Non possiamo certo parlare di un capolavoro, ma chi segue la band da tempo lo apprezzerà, e in ogni caso fa piacere sapere che gli Iron Savior sono ancora in pista nonostante il tracollo della Dockyard 1.

(Renato de Filippis) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-25T08:54:42+01:0025 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, I|Tag: |

ELM STREET – “Barbed Wire Metal”

(Massacre-Audioglobe) Va bene quando un gruppo è simpatico e suona true heavy metal, ma che fare quando in un disco di 37 minuti non c’è neanche un passaggio che non sia già sentito in decine di altri dischi? L’esordio degli australiani Elm Street, che nelle foto promozionali mi si svelano come giovanissimi, soffre naturalmente di questo difetto: riff, impostazione vocale, cori pacchiani, assoli e quant’altro danno una sgradevole impressione di riciclato, e a quel punto non basta l’attitudine (o come diavolo vogliate chiamarla) per convincere un povero metallaro a spendere più o meno 15 euro per un disco che, in sostanza, già possiede! Posso comunque dirvi che la titletrack è lanciata a mille, che “Elm St’s Children” è figlia illegittima di “Kings of Metal” e che “Heavy Metal Power” è invece più Helloweeniana. Vogliamo aggiungere che “Merciless Soldier” è così Judas Priest da fare spavento? Non credo sia necessario. Forse questi giovanotti devono solo crescere e acquisire un loro stile, tutto qui. Li aspettiamo con il secondo album.

(Renato de Filippis) Voto: 5/10

Di |2011-11-27T20:22:29+01:0025 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, E|Tag: |

MÖTLEY CRÜE – “Greatest Hits”

(Eleven Seven Music) Il motivo dichiarato di questa raccolta è di voler riportare, dopo una breve assenza (l’ultimo album è del 2008) il marchio Mötley Crüe nel mercato discografico, ma insieme alla riedizione dell’intero catalogo della band. L’idea è quella di replicare in CD il formato grafico degli album originali, con 16 pagine di booklet, presentandoli però anche in versione vinile da 180g. La riedizione interessa gli album “Too Fast For Love, “Shout at the Devil”, “Theatre of Pain”, “Girls Girls Girls” e “Dr Feelgood”. Il resto, ovvero “Mötley Crüe”, “Generation Swine”, “New Tattoo” e “Live: Entertainment or Death” avranno una dimensione standard e solo in CD. L’iniziativa quindi è a 360°, per la gioia dei fans che ancora oggi osannano il nome dei losangeleni, i quali dopo un lungo silenzio nel 2008 si ritrovarono per registrare “Saints of Los Angeles”. Questa release non è assolutamente indispensabile a chi conosce pezzi come “Dr.Feelgood”, “Home Sweet Home” e “Primal Scream”, si rivela interessante invece per chi non ha mai sentito canzoni come “Girls Girls Girls”, “Shout at the Devil”, “Sick Love Song”, “Looks That Kill” e “Too Young to Fall in Love”. I pezzi sono stati scelti con cura, ma attenzione: magari si potrebbe puntare verso uno degli album rimasterizzati e approfondire così il discorso Mötley Crüe a chi non l’ha mai fatto.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-24T08:27:28+01:0024 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, M|Tag: |

NEMESEA – “The Quiet Resistence”

(Napalm Records) Piccola digressione, prima di cominciare: cosa regge in mano Manda Ophuis? E’ per caso la spada laser della saga di Guerre Stellari? Sciocchezze a parte, gli olandesi Nemesea marcano il terzo album e continuano a definirli, gli stessi della Napalm, alternative rock. Personalmente potrebbe anche andare, ma occorre metterci vicino anche l’aggettivo symphonic, altrimenti come definire pezzi come “Whenever” e “Stay With Me”. Nel senso che le tastiere e synth di Lasse Dellbrugge sono decisamente dense e contrastano con le robuste chitarre – ma distorte con un banco effetti che personalmente rivedrei- di Hendrik Jan de Jong. La Ophuis ha una grande voce (e un distinto tasso erotico, personale opinione) e la propria interpretazione dei pezzi è davvero buona. Sono queste le sostanziali caratteristiche di “The Quiet Resistence”. La semi-ballad “If You Could” è uno degli apici di questo lavoro, seguito da “Say”, indebitata con gli Evanescence, “Rush” e la strumentale e futuristica “2012”. Una delle prime impressioni che si ricavano da questo album è che i Nemesea siano andati maggiormente verso un sound personale, rispetto ai primi due lavori, dagli esiti abbastanza derivativi. La Ophuis ha una grande voce, il tastierista sembra molto più capace rispetto agli altri tre, ma i Nemesea ci provano a tenere i piedi in due scarpe: alcune canzoni hanno un incipit decisamente pop rock, perchè poi sviluppino chitarroni fragorosi e atmosfere cyber proprio non si capisce. Oppure tutto si spiega con la volontà di fondere il commerciale con l’essere alternativi. Decidetevi!

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

Di |2011-11-22T20:13:54+01:0022 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, N|Tag: |

MARTYR LUCIFER, ” ho già pronti dei demo per un disco e mezzo”

Martyr Lucifer è stato un membro di Opposite Sides, Hortus Animae e Space Mirrors. L’idea di sviluppare autonomamente un album gli girava nella testa da tempo. Concepito inizialmente con un aspetto più dimesso, ha poi preso forma nel tempo anche grazie al contributo di altri musicisti di un certo spessore. Cosa è  “Farewell to Graveland” lo spiega lo stesso Martyr Lucifer. (altro…)

Di |2015-04-09T01:45:28+02:0022 Novembre 2011|Categorie: INTERVISTE, M|Tag: |

WITHIN YOUR PAIN – “Ten Steps Behind”

(To React Records) E’ il secondo album dei Within Your Pain, questo “Ten Steps Behind”. La band si conferma ancorata a idee che riprendono in grossa dose i breakdown e lo stile mosh, soluzioni che tentano di diversificare i Within Your Pain dall’immenso calderone metalcore dal quale provengono. La produzione ruvida ci risparmia ogni laccatura possibile, in modo da proporre un sound più selvaggio. Non ci sono rivoluzioni stilistiche in “Ten Steps Behind”, anzi qualche recupero da autori metalcore di grido è in vista, in particolare “This Quiet Silence”, tanto Soilwork. C’è anche qualcosa di interessante come “Traitor”, un breve e virulento esempio di death metal imbastardito dall’hardcore, “No Dream We Can Trust In”, “Sometimes Fuck is the Only Word” (grande titolo!) e le sue evoluzioni ritmiche. Parlando di evoluzioni c’è da segnalare la fase centrale, in stile jazz, di “Ghost of Myself” che s’incastona perfettamente in quei basamenti ritmici giganteschi e lenti. Lo slow down è un pezzo forte della band, ma nelle fasi veloci al tendenza al metalcore di marca svedese rischia di esporli all’essere scontati. Riassumendo, i Within Your Pain hanno registrato un album con luci e zone meno illuminate, ma offrono tre quarti d’ora devastanti.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

Di |2012-11-22T13:05:22+01:0022 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, W|Tag: |

CORONATUS – “Terra Incognita”

(Massacre-Audioglobe) Fin dall’album d’esordio “Lux noctis”, i tedeschi Coronatus hanno avuto due caratteristiche fisse: la passione per i titoli in latino e due front ladies ad alternarsi dietro il microfono. Anche per questo quarto album la tradizione è rispettata nonostante i cambi di line up: al momento le linee vocali sono (altro…)

Di |2015-12-07T02:31:47+01:0021 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, C|Tag: |

OZ – “Burning Leather”

(AFM-Audioglobe) Manca ancora qualcuno nella lista dei comeback dagli eighties? Credo ormai di no, e intanto possiamo aggiungere i finlandesi Oz, fondati nel 1977, autori fra il 1982 e il 1991 di cinque album e svariate altri prodotti minori, poi naturalmente scioltisi a causa dell’invasione grunge e oggi di nuovo in pista con questo “Burning Leather”. Il disco, dal titolo scontatissimo e dalla copertina ancor più prevedibile, contiene alcuni inediti e le nuove registrazioni dei classici della band, resi più fruibili per le ultime generazioni. “Dominator” è scanzonata e fracassona quanto basta per stamparsi subito in testa;“Let sleeping Dogs lie” è altrettanto classica e ingenua, mentre “Seasons in the Darkness” è l’unico mid-tempo cadenzato e di spessore dell’album. Dopo la blasfemia di “Turn the Cross upside down”, il pezzo simbolo e più famoso di questa formazione, abbiamo i ritmi molto catchy di “Gambler” e quelli da stadio di “Enter Stadium” (chi l’avrebbe mai detto). Non manca il rombo di un motore in “Total Metal”, ma in fin dei conti i 43 minuti di “Burning Leather” non hanno molto di più da dire rispetto alle centinaia di uscite di un settore, quello dell’heavy metal classico, che ormai si è saturato come negli anni passati è successo al power, al black e al death. Per i consueti nostalgici.

(Renato de Filippis) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-21T19:47:29+01:0021 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, O|Tag: |

WITHIN TEMPTATION – “The Unforgiving”

(Sony-BGM) C’erano una volta i Within Temptation, i musicisti olandesi che, in modo a tratti più originale dei Nightwish, avevano rinnovato dall’interno il gothic metal portandolo ad abbracciare il power. “The Unforgiving” è il loro quinto full-“length” e si distanzia ben quattro anni da “The Heart of Everything”: in mezzo un quantitativo impressionante di singoli, ep, dvd, live album (addirittura due!) che dovrebbe già insospettirci. (altro…)

Di |2023-10-18T13:33:53+02:0021 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, W|Tag: |

AUTUMN – “Cold Comfort”

(Metal Blade) Quinto album per la band di Groningen e diventa un piacere ritrovare la meravigliosa voce di Marjan Welman (con trascorsi negli Aeon e subentrata a Nienke de Jong già nel precedente album). Lo si avverte, questo (altro…)

Di |2018-04-10T16:05:18+02:0021 Novembre 2011|Categorie: A, ALBUM|Tag: |

STORMZONE – “Zero to Rage”

copstormzone(SPV/Steamhammer-Audioglobe) Nel terzo album degli Stormzone si sente ancora una volta in modo chiaro l’indomabile anima irlandese che vivifica la band: questo rende particolarmente interessante l’hard rock venato di metal offerto nelle dodici tracce di questo “Zero to Rage”. Le melodie e i cori iniziali di “Where we belong” hanno un che di epico e, diciamocelo, il brano è molto debitore di certe cose degli Iron Maiden migliori. Accattivante il ritornello della titletrack, mentre abbiamo hard rock classico e grintoso in “This is our Victory” e “Last Man fighting”. Decisamente atipica nella tracklist la breve e 100% metal “Uprising”, il cui incisivo ritornello “Exist to destroy” vi sarà difficile da dimenticare. Bello e pesante, sempre sul versante metal del disco, il riff di “Fear Hotel”; ancora meglio “Empire of Fear”, che quasi si ferma per poi ripartire in velocità. Il vero capolavoro di “Zero to rage” è però “Jester’s Laughter”, con un impianto doom da fare invidia ai Black Sabbath. Solo due i difetti del disco: la banale “Voice inside my Head” e l’eccessiva lunghezza di alcuni brani. Può piacere a un vasto pubblico.

(Renato de Filippis) Voto: 7,5/10

Di |2013-08-05T15:03:36+02:0020 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, S|Tag: |

AGINCOURT – “Angels of Mons”

(High Roller Records) Gli inglesi Agincourt sono un’altra di quelle band di heavy metal classico che, fondate nell’era del grunge (per la precisione nel 1991) hanno dovuto attendere vent’anni per giungere al debutto. L’album è stato pubblicato come autoproduzione nel marzo di quest’anno e viene oggi riproposto dalla High Roller Records nel consueto limitatissimo vinile. “Edge of Paradise” offre subito il sound più british che si possa immaginare: sono in particolare le linee vocali, anche nella successiva “Going insane”, a portarci alla fine dei ’70. Un minimo di velocità in più in “Captured King” e “Queen of the Night”, ma il sound resta molto omogeneo. Più d’atmosfera il mid-tempo “Come with me”, in rapido crescendo “This Life”: il disco sfocia nella solida traccia autotitolata conclusiva. NWOBHM primordiale riservata ai soliti, pochissimi puristi duri a morire.

(Renato de Filippis) Voto: 7/10

Di |2011-11-20T14:31:44+01:0020 Novembre 2011|Categorie: A, ALBUM|Tag: |

HAEMOTH, ” l’odio si manifesta anche nelle persone che sostengono di essere ‘virtuose'”

L’ultimo album degli Haemoth prende il titolo di “In Nomine Odium”. Il duo francese è in attività da vent’anni, ma Haemoth, voce, chitarra e basso, e il batterista Syht, intervistato per l’occasione, realizzarono l’ultimo album nel 2004. Nel mentre gli Haemoth non sono stati in totale silenzio, ma il ritorno con un album segna un evento importante. Tuttavia qualcos’altro, in termini di uscite, attorno a Syht e Haemoth sta per arrtivare… (altro…)

Di |2018-09-25T20:53:00+02:0019 Novembre 2011|Categorie: INTERVISTE|Tag: |

ENCOFFINATION – “O’ Hell, Shine In Thy Withed Sepulchres”

(Selfmadegod Records) I californiani Encoffination hanno realizzato diverse pubblicazioni nel giro di pochi anni, dimostrandosi una band attiva al contrario del loro sound asfissiante, statico e mortuario. Autori di un death/doom molto oscuro e sulfureo, riassumono bene il loro concetto di metal tombale anche attraverso la copertina che riprende un’opera di Juan De Valdes Leal. Il duo Elektrokutioner alla batteria e Ghoat alla voce, basso e chitarra, non sono il massimo della novità e insistendo su una lentezza decadente e poco dinamica si rendono ripetitivi. Tuttavia le distorsioni di Ghoat sono roboanti e ruvide, facendo da ottimo contrasto al gutturale e basso growling del cantato. I pezzi sono abbastanza lunghi e questo determina un certo senso di claustrofobia. Addirittura, alzando i volumi, si riesce a percepire il rumore di fondo negli amplificatori! Sono tutti elementi che giocano a sfavore di una buona valutazione degli Encoffination, ma la dose di stile ruvido e approssimativo, insomma undergound, in contrasto col tentativo, oggettivamente non riuscito, di rendere i pezzi strutturati, produce una discreta presa e dona all’album mezzo voto in più. Se qualcuno è attratto da riff cadenti e cimiteriali e con un sound pestlienziale, forse troverà interessante la release.

(Alberto Vitale) Voto: 6/10

Di |2011-11-18T16:44:52+01:0018 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, E|Tag: |

ANATHEMA – “Falling Deeper”

(Kscope Music) Secondo chi scrive, gli Anathema hanno già detto quanto potevano dire, quindi valutare ora un nuovo album di rivisitazioni, dopo “Hindsight” del 2008, diventa eccessivo per il sottoscritto. Riconosco ai Cavanagh di essere stati abili a evolversi, definendo un sound in continua progressione e al giorno d’oggi lo stile degli Anathema è un dato di fatto. Pur riconoscendo alcuni debiti stilistici verso i Pink Floyd, ma in particolare verso David Gilmour e ad alcune correnti psych-rock dell’ultimo decennio, sempre a giudizio di chi scrive queste righe. Attingono da “Crestfallen”, con la titketrack e “Everwake”, il loro meraviglioso EP dei primordi e poi da “Serenades”, “Petecost III”, “The Silent Enigma”. Rivisitazioni docili, sognanti, espressive ma, nella sostanza, poco differenti dalle originali oppure banalmente riarrangiate orchestralmente: perchè a volte diventa banale mettere i pezzi semplicemente in mano ad un parterre di musicisti classici. I nuovi Anathema che guardano in faccia i vecchi, ma con momenti di incertezza, “Alone” e “Everwake” (con Anneke Van Giersbergen) sono simili alle versioni precedenti, “Crestfallen” ritrova un robusto rifacimento di archi, perde la voce dell’allora singer Darren J. White, ma segna un buon risultato alla fine. Poi c’è “J’ai Fait une Promesse”, rivista anche lei con l’orchestra: il risultato è struggente, ma provate a dire che l’originale abbia di meno rispetto a questa versione sinfonica del 2011. Anche “They Die” è stata scorporata di ogni qualsiasi distorsione e lasciata ad una rivisitazione di pianoforte e orchestra. “Sleep in Sanity” invece mostra più elementi tipici degli ultimi Anathema. In conclusione le idee ci sono, ma alcuni risultati sono discutibili. Gli Anathema restano una band di rispetto, ma non è questo “capriccio” che si sono concessi a offrirgli altra gloria. Magari lo faranno i fans più stretti.

(Alberto Vitale) voto: 6/10

Di |2011-11-18T16:40:53+01:0018 Novembre 2011|Categorie: A, ALBUM|Tag: |

MY BLACK LIGHT, ” abbiamo cercato di metterci del nostro e di differenziarci un po’ dal calderone”


Nell’Italia del metal irrompe una nuova realtà, i My Black Light. Dopo gli inizi da cover band, i My Black Light hanno sviluppato un proprio sound personale nominalmente gothic, ma di fatto con ricchi spunti elettronici, metal, dark notati dalla major Massacre Records, al quale ha pubbicato l’album di debutto “Human Maze”. Emanuele Rossi, valente chitarrista dei My Black Light descrive tutti gli sforzi e i traguardi alla quale la band è, fino ad oggi, arrivata

Dalla bio che vi accompagna nella promozione Massacre, si evince che siete passati dall’essere una cover band ad una band del roster Massacre. Avete sbancato!
Beh si può dire che abbiamo realizzato un sogno nel cassetto… Insomma Massacre è una delle etichette più importanti nel metal e siamo onorati di poter lavorare con loro. Il tributo è stato un passo iniziale per conoscerci meglio, sia come musicisti che come persone, ma l’obiettivo era comunque comporre musica nostra. Certo non ci saremmo aspettati di firmare un contratto con Massacre, siamo entusiasti di lavorare con loro!

Ascoltando le prime note di “Human Maze” ho pensato “ecco un’altra gothc band”, ma ho dovuto piacevolmente ricredermi. Resta da dire che è un genere che avete nel sangue. E’ così?
Credo che l’impronta gothic sia un po’ il filo conduttore di “Human Maze” e che sia presente soprattutto in alcune atmosfere create dalle tastiere di Rudy e nella voce di Monica, molto melodica e pulita. Come hai detto tu però dopo un primo ascolto di “Human Maze”, ci si rende conto che entrano in gioco altri generi e stili diversi, dal gothic con accenni al prog e all’elettronica. L’anima gothic del gruppo è sicuramente Monica che ha sempre ascoltato questo genere; alcuni di noi preferiscono altri generi, ed è proprio questo che ci ha permesso di staccarci un po’ dal gothic tradizionale.

Come vi siete incontrati voi tutti?
Io e Monica suonavamo già assieme in passato, Edo e Marco anche suonavano heavy metal in una band locale e Rudy arriva da un decennale tributo ai Nightwish. Monica e Rudy si sono conosciuti a uno dei nostri concerti e da lì è nata la voglia di fare qualcosa assieme, una volta “arruolati” anche Edo e Marco sono nati i My Black Light. Si è creato subito un perfetto affiatamento come musicisti ed è seguita poi una bella amicizia che prosegue tuttora.

Tra composizione, registrazione e tutto il resto quanto vi ha impegnato questo album?
Alcune delle canzoni di “Human Maze” sono state scritte da Rudy già tempo fa. Quando abbiamo creato il gruppo, abbiamo sentito la necessità di rendere più moderne e attuali le musiche e adattarle maggiormente al gruppo e ai gusti musicali dei singoli. Indicativamente, composizione e arrangiamento dei pezzi ci hanno portato via poco più di un anno, mentre registrazione, mixaggio e mastering ci hanno impegnato circa 6/7 mesi. Alla fine del percorso si capisce perché la chiamino la “fatica”! Ma la soddisfazione poi è enorme!

Potreste darmi una panoramica sui testi?
I testi di “Human Maze” sono prettamente introspettivi, analizzano gli stati d’animo di una persona in relazione a quello che c’è attorno: la società moderna, la religione, la vita, la morte, l’amore, il tradimento, le paure e i sogni. Tutto ciò che in noi provoca delle reazioni emotive. Ovviamente l’analisi è soggettiva, esistono mille e mille modi di relazionarsi col mondo esterno, noi abbiamo descritto il nostro personale mondo interiore e le nostre personali emozioni. Le tematiche sono tipiche del genere gothic, ma in chiave meno malinconica e sofferente: c’è in più e di diverso la voglia di comprendere, di lottare, di trovare un perché e una soluzione alle cose.

Perchè una canzone dei Matia Bazar, come cover nell’album?
Prima di tutto perché Monica adora “Ti Sento” e ci ha proposto appunto di inserirla come cover. Il pezzo si adattava bene alla sua voce e ad essere interpretato in versione metal, inoltre ci dava la possibilità di inserire qualche spunto di elettronica per amalgamarla meglio alle altre canzoni di “Human Maze”. Del resto i Matia Bazar erano un gruppo alternativo nel loro genere e periodo e questo ci ha dato la possibilità di rendere il pezzo moderno, senza stravolgerne la struttura e mantenendo la melodia che caratterizza così tanto questa canzone.

Come si arriva ad avere l’attenzione di una etichetta come la Massacre?
A dire il vero nessuno di noi poteva immaginare che un’etichetta come la Massacre ci avrebbe notato! Eravamo sicuramente soddisfatti del lavoro fatto, abbiamo cominciato a contattare diverse etichetta nella speranza di ricevere qualche offerta e quando la Massacre ha risposto è stata una piacevole sorpresa! Non potevamo crederci! Non pensiamo di aver scritto nulla di così innovativo e originale, ma abbiamo cercato di metterci del nostro e di differenziarci un po’ dal calderone dei gruppi gothic sulla scena e il risultato sembra essere piaciuto. Indubbiamente anche un pizzico di fortuna ci vuole!

Vi siete esibiti con i Leaves’ Eyes: mi racconti le impressioni che ne avete ricavato, le cose che vi hanno favorevolmente colpito e aiutato e magari anche qualche risvolto negatico, se c’è stato, in questa esperienza?
Abbiamo avuto il piacere di aprire il concerto dei Leaves’ Eyes e dei Midnattsol in Italia a fine aprile 2011. Inizialmente eravamo un po’ preoccupati di come il pubblico avrebbe accolto la nostra musica, considerando l’importanza degli headliner e il mood principalmente gothic della serata. Invece il pubblico ci ha sostenuti e ha partecipato attivamente durante il nostro live! E’ stato interessante anche conoscere i due gruppi principali, scambiare qualche parola con loro e vedere come su certi aspetti siano rimasti persone semplici che sanno divertirsi ancora con la propria musica e davanti a un bel pubblico. E’ stata quindi una bella esperienza.

I vostri progetti ora in cosa consistono?
Suonare il più possibile e farci conoscere anche all’estero considerando la difficoltà in Italia di farsi strada con questo genere. Speriamo di ricevere una buona critica dell’album e, grazie alla Massacre, di poter organizzare qualche data all’estero il prima possibile. A breve anche un video su uno dei brani di “Human Maze” e stiamo già lavorando alla stesura di pezzi per un nuovo album.

Ti ringrazio ancora per questa intervista, a te la canonica chiusura della stessa.
Grazie a te Alberto! Vi aspettiamo su www.myblacklight.com, fatevi sentire che a noi fa piacere! Stay tuned!

Alberto Vitale

Recensione: https://www.metalhead.it/?p=1320

Di |2011-12-22T13:03:19+01:0017 Novembre 2011|Categorie: INTERVISTE|Tag: |

AA.VV. – “Reborn in Sleaze: A Tribute to Dave Lepard”

coplepard(Street Symphonies) Dave Lepard è stato il fondatore, cantante e chitarrista ritmico dei Crashdïet. L’idea di questo tribute di frabbricazione italiana, visto che è la Street Symphonies Records che ha messo in piedi la cosa, tenta di raffigurare un ricordo del musicista, ma anche dell’artista nel senso più ampio. (altro…)

Di |2016-09-11T12:21:49+02:0016 Novembre 2011|Categorie: A, ALBUM, V|Tag: |

TALES OF DELIRIA – “Beyond the Line”

(To React Records) L’ascolto del nuovo album dei Tales of Deliria tramuta in certezza il sospetto che in Italia ci sia in giro una schiera di musicisti in grado di misurarsi con la scuola di Göteborg. “Beyond the Line” non è la release dell’anno (altro…)

Di |2018-03-27T17:36:17+02:0016 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, T|Tag: |

HERESIARCH – “Hammer of Intransigence”

(Dark Descent) Breve e coinciso questo lavoro dei newzelandesi Heresiarch. Solo sei pezzi votati ad un death-grind semplice e di marca europea nello stile. “Hammer of Intransigence” è dunque un EP che prova a dare un volto a questi spietati estremisti del metal, i quali hanno assemblato un sound solido ma irruento, ovvero a metà da una profonda essenza death metal e laceranti e caotiche bordate di grindcore. Ne esce fuori un death metal più che brutale, perché accelera in più occasioni come hanno fatto i Carcass, per fare un esempio. La velocità si fa sentire, ma cede il passo alla calma (per modo di dire) al primo brano, ovvero una intro, e alla lenta taratura del tempo della conclusiva “Intransigent”. Non resta che aspettare qualcosa di più appena gli Eresiarch realizzeranno il loro primo album.

(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-17T08:50:55+01:0016 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, H|Tag: |

FASTWAY – “Eat Dog Eat”

(SPV-Audioglobe) Era dal 1990 che “Fast” Eddie Clarke, storico chitarrista dei primi Mötorhead, non pubblicava un album del suo progetto hard rock Fastway (rimesso in piedi nel 2007 dopo un lunghissimo split): il momento propizio lo ha oggi spinto a questa release non indispensabile, che senza il blasonato nome in copertina avrebbe stentato ad emergere dal mare delle uscite similari. Sicuramente non è tutto da buttare: salviamo i toni solari di “Fade out”, l’accattivante ritornello di “Sick as a Dog”, i vaghi accenni Whitesnake di “Freedom Song” e i toni quasi blues di “Love I need”. Ma sull’altro piatto della bilancia ci mettiamo “Dead and gone”, nella quale male si coniugano la parte acustica e quella elettrica, e le banali “Leave the Light on” e “On and on”. Ci si lamenta tanto di dischi power o black che suonano tutti uguali, ma pur non seguendo al 100% la scena hard rock ho sentito mille volte brani come gli ultimi due citati! “Eat Dog eat” è un disco a suo modo moderno, che ha ben poco da spartire con la precedente discografia della band… probabilmente piacerà più alle nuove leve che ai vecchi fan del chitarrista.

(Renato de Filippis) Voto: 6,5/10

Di |2011-11-15T20:24:01+01:0015 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, F|Tag: |

KING MOB, ” mi piacerebbe Jimmy Page a produrre il secondo album”


I King Mob, autori di “Force 9”, sono un prodotto inglese nato da Stephen W. Parsons,cantante e  conosciuto come Snips negli Sharks. A lui si sono uniti Chris Spedding dei Roxy Music e chitarrista per tanti altri, Glen Matlock, primo vero bassista dei Sex Pistols, Martin Chambers, batterista dei Pretenders e il nuovo talento delle sei corde Sixteen. La band esordisce con “Force 9”, un grumo di rock beat, rockabilly e rock and roll. Parsons racconta come è nata questa super band e quello che si propone di fare.
(altro…)

Di |2016-12-19T12:35:05+01:0014 Novembre 2011|Categorie: INTERVISTE|Tag: |

MY BLACK LIGHT – “Human Maze”

(Massacre Records) I My Black Light sono italiani e poco tempo fa si dedicavano a suonare pezzi dei Within Temptations, poi è arrivato questo primo album sul quale la Massacre pone il proprio sigillo; inoltre la band è stata anche in giro a suonare con i Leaves’ Eye di Liv Kristin. Suonano un gothic moderno ma privo di lustrini o inutili pomposità. “Human Maze”, a mio parere, si pone in evidenza per due elementi principali: la voce della Monica Primo e le tastiere di Rodolfo Coda Bertetto, i quali poi sono i padrini di questo progetto musicale. La Primo (sulla quale, in fase di promozione, la Massacre ha da subito posto l’accento) ha una voce sottile, quasi soave, ma in continuo divenire nel seguire l’andamento della musica. Musica non eccessivamente orchestrale, con qualche cenno di elettronica e con le chitarre che sorreggono l’impianto melodico dei pezzi ritmando con assoluta precisione. Le sei corde di Emanuele Rossi concedono anche dei buoni spunti solisti. I My Black Light sono una band da calderone, ma il pregio di volersi esporre con proprie idee non lo si potrà negare. Per esempio, la scelta di includere “Ti Sento” dei Matia Bazar e ridurla ad una perfetta orchestrazione tra synth e riffing metal, e con una voce adeguata per un brano della Ruggiero,  dimostra che i My Black Light hanno una marcia in più rispetto a tante uscite nel genere gothic. Brani come “Inner World”, davvero ottimo, e “Being Human”, con il suo tocco progressive, alzano l’asticella dei valori. Asticella che va verso l’alto anche grazie alla pronuncia inglese perfetta, un particolare che se trascurato spesso ammazza le canzoni, le quali la gente magari non le traduce ma le ascolta e certe cose le sente. Insomma, stupiscono per la loro bravura e sicurezza e probabilmente faranno ancora meglio di “Human Maze”.

(Alberto Vitale) Voto: 7/10

Di |2011-11-13T14:49:01+01:0013 Novembre 2011|Categorie: ALBUM, M|Tag: |
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