GAWITHER – “ Kaboom”
(Autoproduzione) A giudicare semplicemente dalla foto pervenutami deduco che i Gawither sono una band formata da membri molto giovani, ma badate bene non per questo bisogna saltare subito alle conclusioni. Nel loro EP di debutto c’è una grande attitudine, un amore svenato per il thrash metal old school (altro…)
(Loma Vista/Republic Rec) La band di Linköping, Svezia, ha guadagnato notorietà per l’immagine molto particolare che propone di se. I Ghost si esibiscono con abiti talari, maschere macabre e cappucci, scenografie misteriose, croci rovesciate, nomi dei singoli occultati. Il nuovo cantante si chiama come il precedente, 
(Southern Brigade/Scarlet) Dopo un silenzio discografico abbastanza lungo tornano in pista i pugliesi Godyva: questo “Alien Heart” succede a “Planetarium”, del 2008, e ci mostra la formazione in grande spolvero nel suo gothic dai colori vivaci e moderni. Ci sono due “Apocalypse Fire” in scaletta,
(PRC Music) Nel 2014, in febbraio, gli ungheresi Gutted pubblicheranno il quarto album e intanto per onorare l’ingresso nel roster della canadese PRC, ecco uscire una release di tre pezzi. Il primo è una semplice intro, “Cosmos of Humans” è una raffica di blast beat estremi, riff affilati e sweep e assoli
(Collectors Dream Records) Un momento di gioia, poi la delusione. Quando mi contattano per recensire i Great White, faccio un salto indietro nel tempo! Wow! So che avevano prodotto un nuovo album, con il nuovo cantante. Non l’avevo sentito ancora, ed era questa un’ottima occasione per tornare a sentirmi questa band
(Street Symphonies/Andromeda Dischi) Overdose di potentissimo rock’n’roll, caldo come il sangue, proveniente dal freddo dell’Ukrania. Quattro, il numero perfetto, sono i membri di questo act così dannatamente hard rock. Ritornelli catchy, riff travolgenti, sound molto potente. Un cantante esplicito,
(Coma Section) 6,55 del mattino. C’è la luna fuori e nuvole galleggiano sopra la linea della lontana collina. Di fronte alla finestra un campanile e tanti tetti rossi a spiovente. Play e parte l’album in questione. Una voce che sembra provenire da un megafono dice qualcosa
(Digital Nations) L’etichetta che pubblica questo album di Riccardo Gioggi è di proprietà di Steve Vai. Questa affermazione già basterebbe a posare l’attenzione sul debut di un musicista formatosi in Italia, autore di workshop, clinic, ex compositore e chitarrista per The Electric Dioram, Damage Done
(Autoproduzione) La partenza di “Oceans” è ottima perché si ha a che fare con del rap abbianto a del metal compatto, molto nu, quindi moderno e con distorsioni dal groove al vetriolo. “Oceans” la spunta bene anche per le parti cantate senza la cadenza rap,
(FDA Rekotz) Chiunque è amante dei Carcass e in particolare del grindcore di natura splatter, forse conoscerà gli spagnoli Gruesome Stuff Relish, autori di una discografia di tutto rispetto, assassini concettuali, cannibali sonori. Folli, come quella copertina da b-movie. Il grindcore/deathcore (e gore)
(Autoproduzione) Il djent metal nelle pagine di Metalhead arriva soprattutto attraverso le pubblicazioni di band francesi. Il genere sta prendendo piede da qualche tempo e anch’esso credo che tra non molto potrebbe dare vita a qualche suo surrogato o sotto-genere,
(Sun & Moon Records) Forse qualche frequentatore dell’underground metal estremo conoscerà questa scalmanata band brasiliana. Autrice di due album (consigliato il primo, “Sign of Doom”) e di pubblicazioni minori, il 12/03/2012 la band si è esibita in Francia e questa live release ne è la testimonianza.
(Kornalcielo Records) Potenti e dannatamente rock’n’roll. Si scatenano i Gonzales, con i loro riffoni, con la loro radice blues, con questo suono così diretto, schietto, completo, pieno. Diciotto minuti di rock duro ma melodico, ben suonato, intelligente, divertente. “Liars” sfiora sonorità punk; pezzo potente, scatenato, con quel piano così maledettamente southern. “Spellbound”, melodica, con quel riff irresistibile, e quel ritornello indimenticabile, da cantare con tutta la voce che avete in corpo.
(Horror Pain Gore Death Prod.) Melodia tetra e distorsione infernale, feedback, il caos e l’approssimarsi di una esplosione. Si chiama “The Abyss” tutto cioè e “Najat” è il risultato finale di quell’esplosione. Una canzone fatta col crust, il death con melodie alla Entombed della fase hardcore e una dose di rock ‘n roll. Si va avanti così, senza ulteriori modifiche. Con “Heat of the Darkness” e il suo ritornello alla Motörhead, “Devil’s Cross”, tra sonorità southern crust e via dicendo.
(Non Serviam Records) Un ritorno atteso, anche se nel 2011 c’è stato “The Devils Deep” che forse a qualcuno non è andato proprio giù. Comprensibile, visto che la release presentava solo un pezzo inedito. Scelta voluta per annunciare in pompa magna il ritorno di questa brillante formazione. E’ dunque questa release il concreto ritorno dei Grief Of Emerald o almeno di quello che ne resta, cioè il solo Jonny Letho. “It All Turns To Ashes” (uscito a dicembre scorso) è il black metal come lo vedono gli svedesi,
(ConSouling Sounds) Filip Dupont chiude la saracinesca dei Gorath. La band black metal del Limburgo belga che nacque come one man band per volere di Dupont (anche giornalista musicale) dopo il buon “Apokálypsis – Unveiling the Age That Is Not to Come” e altri tre album precedenti rilascia questo “The Chronicles of Khiliasmos” e ad aprile terrà l’ultimo concerto. Questo capitolo finale sembra avere poche propensioni al progressive rispetto al passato, mentre trionfa uno scenario post-metal
(Invincible Records/Defox Records) Black metal. Sinfonia ed ambientazione. Colonna sonora. Concetto, ingredienti speciali alla base di questo progetto. Progetto composto da due artisti Ucraini, un tastierista ed il fenomenale chitarrista Dimitriy Pavlovkiy. Mezz’ora di musica emozionale, epica. Creata originariamente come colonna sonora di un film
(Autoproduzione/Futurebeat Music Ltd) L’ascolto di un lavoro come “Ghosts” sembra essere agevole per via della fruibilità espressa dalle canzoni dei Generation.On.Dope. Nonostante l’intro “J’Accuse” abbia un tono placido, ma parole taglienti e in stile punk, “Caro padre mi senti/Mentre te ne stai fiero e in alto/Noi non abbiamo futuro” e di fatti l’attacco di “The Jackals” rivela un cantato con cori a risposta di tipo hardcore
(Devouter Records) Lo sludge degli svedesi Galvano è ossessivo e insistente. Mattius, cantante e chitarrista, insieme a Fredrik , drummer, innalzano un sound heavy che non da tregua tra le sue dense bordate, ovviamente fatte di basso, chitarre e batteria. L’opener “Abysmal” ha un’andatura alla Neurosis, “Bleeding Lamb” parte a razzo e con potenza per poi passare, anch’essa, al solito ritmare in un 4/4 sbarazzino.
(PRC Music) Se negli USA c’è una nuova e imponente ondata di death metal band, oltre ad una riscoperta e riproposta di album che hanno fatto la storia di quel genere e anche in Canada sta avvenendo qualcosa di simile. La PRC Music rimette sul mercato l’unico album dei Gorelust, ovvero “Reign of Lunacy”. I Gorelust erano cinque deather del Quebec, i quali realizzarono un demo e uno split prima di questo album e niente altro dopo.
(Soulseller Records) “Il diritto divino dei re”, un titolo importante, usato per marchiare la seconda opera di questa band britannica che è stata educata a Black Sabbath, Blue Cheer, Uriah Heep e cose simili. Doom/stoner affinato con il rock anni ’70, il quale non va oltre ciò che già siamo soliti sentire nell’ambito del genere, ma l’armonia e lo stile dei Groan è davvero intenso, accattivante e con alcuni toni esoterici e accorati.
(Horror Pain Gore Death Prod.) Lo split in questione vede due realtà della scena death americana. Spun in Darkness sono di Las Vegas e suonano un death metal molto condizionato dal thrash metal, con ritmi mai troppo veloci e chitarre che ammassano riff su riff. Gente che non ama le finezze, a loro interessa apparire malvagi e neri, come esseri vomitati fuori dalle tombe.
(Cyclone Empire) Tecnica ed abilità, notevoli. Velocità, in abbondanza. Brutalità, senza limiti. Cattiveria, infinita. Quarto album per i finlandesi Gloria Morti. Quarta dichiarazione di intenti. Una copertina apocalittica creata da Killustrations (Sodom, Amon Amarth), portale d’accesso a queste dieci brutali tracce di death metal tecnico, melodico, strutturato con il preciso intendo di generare dolore e rabbia,
(Constellation) Mi accorsi di loro attraverso un documentario mandato in onda a tarda notte su Fuori Orario. Il documentario era intitolato “American Nightmare” ed era stato realizzato con contributi filmati e colloquiali di Carpenter, Craven, Cronenberg e altri. Ricordo la scena di Faccia di Cuoio (personaggio cardine di “Non Aprite Quella Porta”) che rincorre Sally, la ragazza che sopravvive allo sterminio
(Metalhit.com) La fama dei Grave Desecrator mi ha raggiunto qualche tempo fa, pur non avendo poi mai avuto l’occasione di ascoltarli. Loro sono tra le band estreme brasiliane più quotate e questo grazie a due album, uno dal vivo e qualche EP. Ora Metalhit.com (su licenza dell’italiana Depise The Sun) propone negli USA questa raccolta (appunto di “marca italiana”) con diverso lay out e in versione digipack.
(Nuclear Blast) Trovo impressionante come questa band riesca a fare passi avanti pur avendo un sound retrò e comunque affascinante. Fenomeno prettamente svedese, la band di Goteborg Graveyard non ha tardato a farsi notare. Contratto con la Nuclear Blast e successivi riconoscimenti in patria e all’estero. Il precedente “Hisingen Blues” si è guadgnato tutte le lodi possibili e pensare che l’album in fase di promozione a qualcuno
(Nuclear Blast) “Goliath” è il singolo che precede l’album “Lights Out” dei Graveyard. I blues hard rocker svedesi optano per questa canzone dal sound a metà tra Led Zeppelin e Free. Tuttavia sia “Goliath” che l’altra canzone dal titolo “Leaving You” (non inclusa in “Lights Out”), mettono in mostra il lato più spigliato della band, ma nessuna delle due canzoni rivela in questa anteprima
(Indie Recordings) Malvagità. Un sentimento oscuro, marcio, che dilaga. Un alito pestilenziale che esce da una bocca di un diavolo perverso, nube nera piena di orrore, demoni, sofferenza. E decadenza. Spiriti delle tenebre, creature degli inferi. I God Seed si materializzano. E come dice il titolo dell’album, iniziano. Primo passo verso una nuova dimensione del male, percorso diretto verso la dannazione delle anime. Gaahl e King.
(Bastardized Recordings) I Give Em Blood sono al debut album, dopo soli tre anni di vita. passati tra una split release e concerti. La band di Graz, Austria, suona un potente metalcore nel quale le influenze hardcore si intravedono, ma è un qualcosa di fisiologico al genere non è una novità, e si abbinano a brevi momenti di esile elettronica governata da synth.
(Black Vultures Records) Il southern incontra lo stoner. Questa è la definizione del sound di questo album, di questi 49 minuti di basso dal suono pesante, di feeling retro, di armonica, di distorsioni sporche, ruvide, graffianti. Entra di tutto nella musica dei Gypsy Chief Goliath. Black Sabbath incrociati con Lynyrd Skynyrd. Led Zeppelin resi pesanti, e trasformati in Black Label Society.
(Eisenwald) Tim è australiano e ha frequentazioni con Austere, Grey Waters, e in passato con Woods of Desolation e Nazxul; nel 2003 crea Germ per poter fondere con l’atmospheric black metal elementi post (metal e rock) e una buona dose di elettronica. Il progetto non ha uno sviluppo continuo, in quanto per il musicista e compositore è uno tra i tanti.
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(Autoproduzione) I Guerrra sono Marco Stentella, chitarrista, Francesco Frabollini, al basso, e Lorenzo Nicolini, batteria. I tre propongono della musica che sboccia dal jazz, dall’improvvisazione, da schemi prefissati e sui quali poi divagano in assoluta e matematica libertà. I Guerrra sono un trio strumentale, nel quale ognuno viaggia percorrendo la stessa strada degli altri, ma facendolo a proprio modo.
(Napalm/Audioglobe) L’uscita di un nuovo disco di una delle tue band preferite è sempre un momento di grande ansia: è divenuta ormai una triste legge che tutte le formazioni storiche dell’heavy metal sfornino un disco orrendo dopo l’altro, e “Home at last”, l’ep apripista per questo quindicesimo album dei Grave Digger, lasciava decisamente presagire il peggio. Per fortuna, però, le cose non vanno così male, e “Clash of the Gods” si rivela essere quantomeno un disco onesto, pieno di tutti i gradevoli cliches ai quali Boltendahl e soci ci hanno ormai abituato da una vita.