SIXTY MILES AHEAD – “Millions Of Burning Flames”
(Antstreet Records) Un rock sincero, poderoso che non lascia respiro. Quartetto Milanese al debutto con il primo full length, si distingue per sonorità decisamente heavy, pur mantenendo un orientamento strettamente rock, con influenze hard rock. Lontani da quelle sonorità non ben classificabili, (altro…)
(High Roller Records) Il secondo disco degli svedesi Screamer è ancora meglio del primo: heavy metal rock all’ennesima potenza, con una produzione calda e avvolgente, e nove brani adrenalinici che mostrano cosa succede mischiando il rock dei Led Zeppelin, l’heavy’n’roll dei Motorhead e il metal degli Accept.
(UDR Music) Secondo il trend sempre rispettato nelle ultime tre occasioni, a distanza di due anni dal precedente ecco il nuovo disco dei Saxon. “Sacrifice” è stato annunciato in ogni dove come il disco del back to the roots, e se gli intenti erano quelli di riproporre schemi degli eighties direi che Byford e soci
(Autoproduzione) Non capita molto spesso che nella marea di dischi che noi recensori ci troviamo per le mani ne capiti uno che si discosti cosi tanto dal filo conduttore come quello dei Soundstrike. Non preoccupatevi, si tratta sempre di metal, altrimenti non comparirebbe su questa webzine,
(Synthetic Symphony) Curiosamente solo adesso che le mie dita si poggiano sulla tastiera, arrivo alla consapevolezza che Klaus Schulze non dovrebbe comparire in Metalhead. Per chi non lo conoscesse, Schulze è stato il batterista dei Tangerine Dream, ai loro esordi, e degli Ash Ra Tempel,
(earMusic/Edel) Timo Tolkki l’aveva detto ascoltando due pezzi di questo nuovo album. L’aveva ammesso: “Sono sconvolto, sono veramente delle belle canzoni, la produzione è fresca e moderna, grandiosi”. E io gli devo dare ragione. Gli Stratovarius sono tornati. Certo, non c’è Tolkki, si sente,
(Cruz del Sur/Audioglobe) Erano circa quattro anni che non si avevano notizie dei Sacred Steel: li ritrovo oggi con questo “Bloodshed Summoning” e in forza alla romana Cruz del Sur. Come emergeva già da “Carnage Victory”, la band ha ormai totalmente abbandonato l’epic/power metal manowariano
(Nuclear Blast Records) I Suffocation sono unici. La loro musica provoca quella delicata intima sensazione di devastazione delle budella. Quell’idillico piacere si sentirsi imprigionati dentro una lavatrice in centrifuga, mentre rotola già dalle scale di un edificio alto trenta piani.
(Avantgarde Music) Un’atmosfera glaciale, sbranata da una poderosa colonna sonora di morte, violenza e disperazione. Un’oscurità impenetrabile, solida, un’oscurità che tutto racchiude, tutto inghiotte. I Situs Magus divulgano questa metastasi di negatività con un black metal profondamente intrecciato
(Pure Steel/Audioglobe) Stavolta, devo dirlo, l’incantesimo ha funzionato alla perfezione. Dando il primo ascolto al secondo disco degli Space Vacation, prima di informarmi sulla band, mi sono detto: ‘senza dubbio questo è un disco prodotto e pensato nel 1979, che la Pure Steel riesce solo ora a pubblicare’.
(Revalve Records) Per chi ha un desiderio compulsivo di thrash/death metal inzuppato di groove e cose alla Pantera e Machine Head oppure di qualche mazzata alla Sepultura, con i Cavalera, potrebbe dirottare i propri bisogni su questa nuova release dei Subliminal Crusher. “Newmanity”, un titolo eloquente,
(Autorpoduzione) I Serments sono un brillante trio parigino con all’attivo già diverse release. Spunta la figura della cantante (anche chitarra e basso) Vanessa al fianco di Romain, chitarra, e Etigo, batteria. La band si serve anche di altri musicisti. Il sound è fatto di chitarre molto distorte e che passano da un alternative rock/metal, al grunge e il post rock. Vanessa alterna cantati con voce ispirata,
(Sun & Moon Records ) Sono un appassionato del black metal nelle sue forme più ruvide, approssimative, arrangiate e, in una sola parola, underground. Nonostante ciò questo nuovo 7” dei rumeni Siculicidium non mi garba per nulla. “Valse Triste” è un canzone “personalmente interpretata” su “New Mind”
(Bakerteam Records) Il deathcore è un genere che non seguo molto e per un motivo molto semplice: le band che mi ritrovo ad ascoltare o non mi piacciono per come suonano oppure si. Dentro o fuori! Diventa una scelta totalmente soggettiva. Gli Straight On Target fanno parte del filone deathcore
(R.I.P. Records) So che provengono dall’Indiana gli Stone Magnum, non molto altro. A guardarli sembrano cinque tizi che dopo il lavoro vanno in qualche baracca fuori città e si menano con gli strumenti, i quali magari saranno un pochino scorticati e vissuti.
(Pulverised Records) Questo album non mi ha convinto del tutto e forse solo per un discorso di preferenze personali. Però se avete sbirciato il voto, allora debbo motivare immediatamente il perché della differenza tra la mia affermazione e il numero posto in calce. Innanzitutto gli Skineater sulla carta sono una formazione rispettabile con gente che è passata, o è ancora in pianta stabile, nei Wombbath,
(Pure Steel/Audioglobe) Erano più di quattro anni che i catanesi Steel Raiser non davano notizie: eccoli tornare alle luci della ribalta con il secondo disco, “Regeneration”, che come il precedente “Race of Steel” è edito dalla Pure Steel Records. Nove i brani in scaletta. “Cyber Laser” ha un andamento che non può non far pensare
(Red Cat Records) Gran bella musica questa dei Signs Preyer. Roba energica, ritmata, robusta. Influenze southern in una sorta di stoner/thrash metal, con punte di hard rock e, dunque, nell’insieme un po’ crossover. I pezzi si appremdono da subito: partono e la logica che c’è dietro si intuisce immediatamente.
(Massacre Records) I Saratan sono un trio polacco i cui due precedenti album sono stati pubblicati dalla campana My Kingdom Records. Ora è l’illustre tedesca Massacre ad occuparsi di loro. La band propone un sound death/thrash con qualche inserto di melodie tipiche dei confini tra la vecchia Europa e l’Asia. “Mastema” possiede un accoppiata riff-batteria possente, quasi alla Meshuggah, mentre la voce di Jarek Niemiec si avvicina a quella di Max Cavalera.
(FDA Rekotz) La copertina di questo album riprende la mitologia e le immagini, da essa derivate, dei Miti di Cthulhu di H.P.Lovecraft. Anche l’intro dell’album pronuncia litanie e nomi di quei Miti e i titoli delle canzoni sono apertamente ispirate al ciclo di Lovecraft che è appunto il soggetto base di questo album di debutto dei tedeschi Sulphur Aeon. Personalmente non mi tange il fatto che l’argomento sia stato ampiamente trattato, in particolare in ambito metal,
(Heart Of Steel Records) Ringrazio questa label. Tutti dovrebbero ringraziare questa label. Una di quelle etichette che vive per la musica, che ama la musica, la vera musica, quella sincera, quella pura. “Rocho Tropical” è infatti un album che è stato registrato nel 1996. Però, come spesso accade al rock in Italia, questo album, come altri, non è mai venuto alla luce per mancanza di un casa discografica che lo pubblicasse. Regole economiche che vincono sull’arte. Che uccidono l’arte. E’ triste. E’ distruttivo.
(Metal Scrap Records) Black/death metal fatto con chitarre che tratteggiano melodie grigie e tipiche di lande fredde e crepuscolari. Ritmi imponenti, con blast beat che servono a reggere altri riff, ma dalla timbrica maligna, come dei Belphegor più quieti. Se l’iniziale “Pessimizm” mette subito in chiaro che i Symuran amano trame sonore epiche e pagane, ovviamente interrotte da sfuriate, “Firegod” parte con un tocco quasi doom e un riff che mi ha ricordato i Tiamat di tantissimo tempo fa.
(Avantgarde Music) Interessante split, pubblicato su vinile 7” in edizione limitata a 300 copie, che vede l’inizio della collaborazione tra Avantgarde Music e la nuova label finlandese Blood Music. Uno dei due lati vede i maestri svedesi della decadenza Shining, impegnati con il pezzo “Pale Colors”, una cover dei Bay Laurel, mentre dall’altra parte c’è la band gotica italiana Monumentum, che propone “The River”, cover della musicista inglese PJ Harvey. Entrambe le performance sono estremamente tristi,
(Code666 Records) Quel portale socchiuso. Quell’irresistibile richiamo. Quel desiderio inconscio di varcare la soglia, verso la più luminosa delle oscurità. Una sensazione magica. I primi gesti propiziatori, per un rituale eterno, infinito, il rituale della morte. E’ proprio la copertina di questo album che, come una sirena, incanta ed attrae. Un magnetismo magico che porta a coprire la distanza, camminando su quei verdi pascoli verso la montagna, verso l’ultimo accesso, verso l’ignoto.
(logi(il)logic Records/Atomic Stuff) Nessuna pietà. Nessuna delicatezza. Zero rispetto. Totale negazione delle emozioni umane. Dopotutto va bene così, questi SHF non sono umani, non più. Sono tutti morti. Da diversi anni. Sono tutti zombie. Cosa volete gli freghi di noi poveracci con il sangue caldo? Il loro unico problema è evitare che le loro mani putrefatte cadano mentre stanno suonando. Risolto quello, con delle suture oscene, possono tranquillamente torturarci con la loro cadaverica violenza.
(Full Blast Records) I canadesi Soulstorm non realizzavano un album dalla metà degli anni ’90, dopo di allora uno split, un singolo, un EP e niente di più. Queste dieci canzoni sono l’espressione di un death metal fuso con l’indstrial e il sound che ne nasce è oscuro e malsano, fatto di richiami a Godflesh (“Catalyst Rising”) e alle sonorità di un death metal di tipo old schol. Nel complesso l’album ha dei momenti che segnano il passo,
(Horror Pain Gore Death) Una copertina devo dire un po’ volgare incornicia il debut dei giovanissimi bostoniani Sonic Pulse: 36 minuti già pubblicati autonomamente dalla band l’anno scorso, ma che oggi la Horror Pain Gore Death Productions ci ripresenta su vinile. La traccia autotitolata, che è anche l’opener, mostra tutti i caratteri dello speed/thrash d’annata: nessuna originalità ma tanta energia caciarona.
(Pitch Black Records) Pur non essendo fra le prime leve del metallo ellenico, i Sacred Blood avevano edito qualche anno fa un ottimo debut (“The Battle of the Thermopylae: The Chronicle”) e da tempo aspettavo di ascoltare il loro secondo disco: che naturalmente è un altro concept sulla storia patria e si concentra in particolare, come è facile dedurre dal titolo, sulle imprese di Alessandro Magno. Ben quindici i brani in scaletta, anche se abbondano gli intermezzi e gli stacchi strumentali.
(AFM Records) I Shakra sono fantastici. L’immagine è curata. Sanno suonare. Hanno un cantante bravissimo, che tra l’altro ricorda la new entry dell’altra hard rock band svizzera, i Gotthard. Suonano benissimo, ogni riff è azzeccato, ogni accordo colpisce dritto in fronte. Sanno scrivere canzoni, le quali sono potenti, cariche di energia, con ritornelli impossibili da dimenticare. Questo “Powerplay” rispecchia esattamente queste caratteristiche della band,
(Autoproduzione) Se un album folk metal proviene dall’Irlanda, si può stare sicuri che la componente celtica sarà predominante: e il terzo album dei Sirocco naturalmente non fa eccezione a questa regola. “Lambay”, come si legge sul sito ufficiale, è un concept sull’invasione che i vichinghi perpetrarono ai danni della Verde Isola. Subito la titletrack: la componente celtica – come si diceva – è ben evidente, ma le voci pulite e alcune cose delle chitarre provengono dal metallo tradizionale.
(Subasound Records) Mazzate e botte, non menate a casaccio ma con lucida efferatezza. Questo è “tributo di Sangue”. Thrash metal che in fin dei conti è ripulito e modernizzato un po’ come hanno fatto i Testament negli ultimi anni. Lungi da me dal voler accostare o paragonare la poderosa realtà toscana a quella di Chuck Billy e soci, perché è innegabile come i Subhuman tirino fuori un sound thrash metal con ritocchi e impennate death metal e levigando e smussando gli angoli, in modo da non apparire old style o scontati,
(VS Records) Suoni distorti e violenti. Una cacofonia di sensazioni deviate, ai confini della psiche umana. I Danesi See The Sky producono un suono molto strano, molto contorto. Un suono affascinante, capace di deviare i pensieri in una iperbole emotiva perversa. Oltre settanta minuti di violenza acustica assolutamente strana e sperimentale. Il progetto condotto dall’australiano Blake Gardner (session member per Crowded House, Inxs), e dal cantante Bjarne Matthiesen, è partito quasi per gioco
(Goat Man Records) Chi ha un minimo di conoscenza della scena non mainstream italiana avrà già intuito che dietro al moniker qui proposto c’è qualcosa dei Mombu. Infatti la line up vede Luca T. Mai e Antonio Zitarelli appunto dei Mombu e il chitarrista Paolo Spaccamonti. Il risultato è suddiviso in sei tracce ossessive, folli, doom, sperimentali, psichedeliche. Su di giri, impazziti, pezzi che recitano la fine del mondo. Chitarra nebulizzata da distorsioni lancinanti, sax maldestro e alieno
(Total Metal Records) Debutto per i polacchi Shame Yourself con questo album di thrash metal rinforzato da groove e ritmi sempre pesanti. Un thrash metal per nulla old school ma legato alle derivazioni dei Pantera opprue degli Slayer di questi ultimi anni. Thrash metal quadrato, denso, comunque impreziosito da assoli sparsi che rompono la monotonia. Le canzoni hanno quel tipico senso di forza e possanza, ma non tutte riescono a colpire poi nel segno.
(PRC Music) Espressione di un death metal muscolare e rimpolpato con riff in versione thrash metal e il tutto ricoperto da una patina di tecnica che emerge ad ogni livello e rende vivace l’ascolto. Sin Of God è una compagine ungherese, attiva da qualche anno con alcuni demo e un EP nel 2010 e che ora tenta il grande salto presentandosi al pubblico europeo con questo debut album. “Limbus” assesta bene i primi colpi e infatti la title track e “Kill the Irrelegious” sono l’immediato esempio di come i Sin of God facciano male