SAILLE – “Ritu”
(Code666 Records) Quel portale socchiuso. Quell’irresistibile richiamo. Quel desiderio inconscio di varcare la soglia, verso la più luminosa delle oscurità. Una sensazione magica. I primi gesti propiziatori, per un rituale eterno, infinito, il rituale della morte. E’ proprio la copertina di questo album che, come una sirena, incanta ed attrae. Un magnetismo magico che porta a coprire la distanza, camminando su quei verdi pascoli verso la montagna, verso l’ultimo accesso, verso l’ignoto. (altro…)
(Pledge Music) Voglio essere subito chiaro: chi, per l’ennesima volta, si aspetta un album come “Doomsday for the Deceiver”, “No Place for Disgrace” o “ When the Storms Comes Down”, rimarrà completamente deluso. Deluso a causa di una cronica mancanza di informazione. I Flotsam and Jetsam sono una band diversa dalle origini, e lo sono da molto tempo. Le prime marcate evoluzioni, ritengo, si ebbero con “Cuatro” e “Drift”. Una potente riscrittura della propria identità è poi palese con il bellissimo “The Cold”.
(Autoproduzione) I Formis sono una bilanciata espressione tra death e thrash metal, e il collante dei due elementi di base è il progressive o comunque un atteggiamento technical. I due generi si accavallano, la zona di confine è per lunghi tratti indefinibile, ma la continua evoluzione delle note, il fiorire di passaggi impetuosi o ragionati, sfaccettati o potenti, fanno di questa release di debutto un qualcosa di interessante.
(Ultimahte Records) L’opener e title track di questo album ha un impatto thrash/metalcore, le seguenti “Next Time” e “No Answers” si spostano invece nettamente verso il versante metalcore, forse la vera dimensione dei francesi Karma Zero. “Death Inside” propone un risvolto maggiormente thrash in diversi punti del riffing, oltre al richiamo verso alcune soluzioni melodic death metal (come “Modern Slowery”). I Karma Zero inseriscono nelle proprie canzoni una musicalità dominante
(AFM/Audioglobe) Temo siano in pochi, fra le nuove generazioni, a conoscere i Paradox: i tedeschi, fautori di uno speed/thrash che si è fatto sempre più feroce nel corso degli anni, sbucarono sul mercato nello stesso momento di Helloween e Blind Guardian, e forse solo la sfortuna e i continui cambi di line-up hanno impedito loro di eguagliare i più blasonati compagni. Dal 1986 ad oggi la band ha pubblicato soltanto sei dischi, compreso questo ultimo “Tales of the Weird”, che non sarà un capolavoro
(Pitch Black Records) Se penso contemporaneamente alla Polonia e all’heavy metal, il passaggio successivo sono inevitabilmente i Crystal Viper: e temo che gli Access denied non faranno cambiare questa inferenza, perché il loro secondo album, “Touch of Evil”, si presenta purtroppo come un prodotto di maniera, come ce ne sono tanti (direi anzi troppi) in giro! “Messenger of Death” suona come quel tipico melodic metal né carne né pesce, e il brano peraltro si chiude improvvisamente dopo soli 3 minuti.
(AFM Records) Questa formazione finlandese mancava dal 2007 con un album sul mercato. Dopo vari cambiamenti nella line-up ecco uscire questo nuovo full length, votato al melodic death metal dei Dark Tranquillity e band simili. Di conseguenza “…and Death Said Live” si accosta a quello stile di molti anni fa e non cade nelle nuove tendenze che infestano al giorno d’oggi questo genere. Buoni tappeti delle tastiere che spesso rafforzano le melodie sviluppate nella mediana dei pezzi,
(Pitch Black Records) “1821”, dedicato alla guerra di indipendenza greca, è il meraviglioso album che mi ha fatto conoscere i Marauder, band dedita ad un heavy/power decisamente roccioso e quadrato. “Elegy of Blood” è il quinto album e giunge dopo ben quattro anni di silenzio: un periodo abbastanza lungo, che però non sembra aver fiaccato la verve della band. “The great War” ci mostra la band ellenica un po’ più arrembante e cattiva del solito: il basso di Thodoris Paralis trapana il cervello, ma il ritornello è sempre
(logi(il)logic Records/Atomic Stuff) Nessuna pietà. Nessuna delicatezza. Zero rispetto. Totale negazione delle emozioni umane. Dopotutto va bene così, questi SHF non sono umani, non più. Sono tutti morti. Da diversi anni. Sono tutti zombie. Cosa volete gli freghi di noi poveracci con il sangue caldo? Il loro unico problema è evitare che le loro mani putrefatte cadano mentre stanno suonando. Risolto quello, con delle suture oscene, possono tranquillamente torturarci con la loro cadaverica violenza.
(Agonia Records) Al giorno d’oggi nel metal le novità molto spesso giungono dal fatto di reinterpretare un qualcosa, cioè di offrire una nuova chiave di lettura di qualche sound o genere. Qualcosa del genere accade con questo secondo lavoro dei greci Acrimonious. “Sunyata” è un black metal estremo, malvagio, ma con l’idea di dare forma alle melodie e perseguirle per l’intera durata dei brani. Il riffing è drammatico, ritualistico nei toni, freddo come quello norvegese e narrativo come quello svedese.
(Vic Records) Quesito: se una band olandese che presenta Adrie Kloosterwaard, voce dei Sinister, Ron van de Polder, chitarrista, fondatore ed ex Sinister, Paul Beltman, chitarrista e batterista , anche lui ex Sinister ed ex Supreme Pain proprio come il bassista Erwin Harreman, tira fuori un album, secondo voi il sound a chi potrà somigliare? Si, a quelli, ma con meno potenza. Le progressioni dei riff sono inarrestabili, continuate, senza sosta.
(Abyss Records) The Gates of Slumber: un nome magico per tutti gli appassionati di Lovecraft e per tutti quelli del doom! Il debut della band americana, esaurito da tempo, viene ristampato con una interessante bonustrack da parte della Abyss Records. Vediamo la scaletta di questo disco del 2004 che ha avuto molta meno fortuna di quanta non ne avrebbe meritata. “The Awakening” è l’anello mancante fra i Saint Vitus e l’occult rock anni ’70, come dimostrano sia la voce di Karl Simon
(Rising Force Records) E’ molto difficile recensire, quindi giudicare, sua santità Yngwie J. Malmsteen. Lo confesso, la mia professionalità traballa, cede, per il semplice fatto che ho sempre adorato la sua musica, la sua maestria, la sua velocità, le sue immense capacità artistiche. E fintantoché propone i suoi arpeggi impossibili, i suoi assoli caratterizzati da velocità sovrumane, allora io faccio fatica ad essere obiettivo. Però ci provo. Sapete, credo Malmsteen abbia un problema.
(Agonia Records) Gli Endezzma sono una band fondata da Morten Shax (Sorgar), ovvero il fondatore della zine Nordic Arian Elite e dell’etichetta Flesh For Beast Records. Dopo una serie di pezzi scritti quando la band aveva un altro nome e forse anche identità, arrivò un EP nel 2007 ed ora stabilizzato il fronte dei musicisti arriva il debut album, creato attraverso una serie di canzoni black metal in stile Venom e ultimi Darkthrone oppure di tipo più classico.
(VIC Records) Propongo di non recensire più gli album di Rogga Johansson. Finiamola qui, basta! Annunciamone solo l’uscita e stop! Quanti album in cui lui suona escono in un anno? Ho perso il conto. Estenuante. Carve è stata una delle tante band nella quale Rogga ha messo mano. Due demo e due album incisi. Mentre i Paganizer si fermarono nei primi anni del nuovo millennio, Johansson insieme a Matte Fiebig (ex Paganizer, ex Ribspreader) e Andreas Karlsson (Paganizer, Another Life, Ribspreader)
(Akasa Records) Dopo tanti anni di permanenza in Germania, ho inquadrato subito i Carbid!: si tratta di una delle tante cover band che affollano i Biergarten e le feste più o meno alcoliche, e che ogni tanto danno alle stampe un cd di brani propri. “Breaking Walls”, che contiene peraltro ben cinque riproposizioni di classici heavy metal, a testimonianza della principale occupazione della band, appartiene alla categoria sopracitata: gli otto inediti sono dunque un discreto esempio di heavy metal ottantiano
(Massacre Records) Anche stavolta la Massacre rilascia la propria quota mensile di thrash metal. In questa tornata è di tipo moderno e con continue puntate nel death metal. “New Formed Revelations” si dimostra un lavoro compatto e solido ed anche corredato da melodie. Gli autori sono i croati Infernal Tenebra, una band dall’esistenza non proprio facile, visto che hanno impiegato undici anni per arrivare a realizzare tre full length. “Failed Leaders Museum” è un motore a reazione.
(Forbidden Records)I Plutonian Shore esordiscono in questa propria fetta dello split, con l’intro esoteric ambient “To Open the Gate” e proseguono con cinque pezzi, tra cui “The Fifth Illusion” dei Rotting Christ. “A Thousand Eyes”, che segue l’intro, rivela un sound black metal tra primi Dimmu Borgir e Emperor prima maniera. Melodie ampie, gelide, synth che appoggiano il riffing e creano un epica malsana. Non male “The Beast and the Mirror”, un brano sempre dal sound ruvido ma con atteggiamento progressive.
(Horror Pain Gore Death) Una copertina devo dire un po’ volgare incornicia il debut dei giovanissimi bostoniani Sonic Pulse: 36 minuti già pubblicati autonomamente dalla band l’anno scorso, ma che oggi la Horror Pain Gore Death Productions ci ripresenta su vinile. La traccia autotitolata, che è anche l’opener, mostra tutti i caratteri dello speed/thrash d’annata: nessuna originalità ma tanta energia caciarona.
(My Kingdom Music) La nota promozionale che accompagna “Tears on the Face of God”, la seconda fatica dei siciliani Eversin, dice che si tratta di un disco di epic/thrash metal: sempre che questo genere esista, l’etichetta è del tutto fuorviante per questa band (un tempo nota come Fuoco Fatuo), che di epic non ha praticamente nulla e anzi magari ha qualche spunto progressive, tipo Iced Earth ad esempio. “For the Glory of Men”, con la quale si iniziano le danze, è un brano strumentale spigoloso, aperto da rumori di guerra e dalla innocente ricerca da parte di una bambina della propria madre;
(Pure Legend/Audioglobe) I Pertness mi sono sempre stati simpatici: quadrati, a tratti violenti, sempre fedeli al verbo dell’heavy/power metal tedesco degli eighties! Gli svizzeri continuano ad avere uno dei sound più duri e serrati della scena, e a dimostrarlo c’è già quel carrarmato della titletrack, tipologia di brano che raramente è stato mai proposto fuori dai confini germanici. “Farewell to the Past” giunge, molto stranamente, a ricordare alcune cose degli Amon Amarth,
(Massacre Records) I Farewell To Arms sono una band di melodic death metal e con aspetti metalcore disseminati nel corpo delle canzoni. “Perceptions” è la tipica release da calderone. Scale melodiche, progressioni di accordi, i breakdown, passaggi con tanto groove, il cantato in scream e i contrappunti vocali clean. Tutto molto regolare e già sentito. Ci sono canzoni di interesse come “Scarless”, “From Init to Exit”, “Rejected”, la title track, le quali si impongono all’attenzione più per le strutture che per le melodie.
(GlassVille Music) Detesto al gente insistente, soprattutto quando dai delle buone argomentazioni in risposta ad un rifiuto alle loro richieste. E’ stato il caso della GlassVille, alla quale ho dovuto ribadire per ben due volte che questi Paatos non c’entrano nulla con un sito che ha la parola “metal” nel nome. Niente da fare. Le insistenze sono aumentate e alla fine ho ceduto. Due righe per questa band si riescono a scrivere. I Paatos sono svedesi e al quinto album, come lo stesso titolo dichiara.
(Pitch Black Records) Pur non essendo fra le prime leve del metallo ellenico, i Sacred Blood avevano edito qualche anno fa un ottimo debut (“The Battle of the Thermopylae: The Chronicle”) e da tempo aspettavo di ascoltare il loro secondo disco: che naturalmente è un altro concept sulla storia patria e si concentra in particolare, come è facile dedurre dal titolo, sulle imprese di Alessandro Magno. Ben quindici i brani in scaletta, anche se abbondano gli intermezzi e gli stacchi strumentali.
(Soulseller Records) “Cosmogenesis” doveva uscire nel 2006, ma a causa di problemi la release ha potuto concretizzarsi solo quest’anno. L’album è un miscuglio tra nu metal, pseudo industrial, electro metal, suonato da IT (cantante e mente di Abruptum), Zacharias Ahlvik (batteria), Michael Bohlin (chitarre e programming) e Johan Husgafvel (basso), questi ultimi due hanno passato gli ultimi anni a suonare nei Pain.
(AFM Records) I Shakra sono fantastici. L’immagine è curata. Sanno suonare. Hanno un cantante bravissimo, che tra l’altro ricorda la new entry dell’altra hard rock band svizzera, i Gotthard. Suonano benissimo, ogni riff è azzeccato, ogni accordo colpisce dritto in fronte. Sanno scrivere canzoni, le quali sono potenti, cariche di energia, con ritornelli impossibili da dimenticare. Questo “Powerplay” rispecchia esattamente queste caratteristiche della band,
(Deathgasm) Per quanto mi possa piacere il “sound da cantina” (come mi è stato detto una volta in redazione) e avere simpatia con le band che hanno sonorità ruvide e underground, questo nuovo lavoro dei Manticore non mi convince più del dovuto. La band di Cleveland è una violenta manifestazione di blackened death metal di natura old style. Il riffing è un miscuglio di infernale e lurido black/death/thrash, senza fronzoli, esposto con distorsioni dozzinali
(Rock’n’Growl) Con un album chiamato “The Cure for Happiness”, credo sia facile immaginare il genere suonato dai croati Ashes you leave, che si presentano come una delle band più longeve e conosciute della propria scena nazionale. I nove brani di questo disco rappresentano infatti una ricca messe di gothic abbastanza condizionato dal doom. “Devil in Disguise” dice My dying Bride in ogni singola nota, e soprattutto in quelle affidate al violino: ma la voce di “Jade” Etro, cantante italiana
(Autoproduzione) Se un album folk metal proviene dall’Irlanda, si può stare sicuri che la componente celtica sarà predominante: e il terzo album dei Sirocco naturalmente non fa eccezione a questa regola. “Lambay”, come si legge sul sito ufficiale, è un concept sull’invasione che i vichinghi perpetrarono ai danni della Verde Isola. Subito la titletrack: la componente celtica – come si diceva – è ben evidente, ma le voci pulite e alcune cose delle chitarre provengono dal metallo tradizionale.
(Heart Of Steel Records) Sono decisamente grandiosi questi Brasiliani. Debuttano con questo self titled, e non lasciano alcun dubbio relativamente al loro valore. Hard rock con una marcata influenza blues, ricco di melodia, pieno di passione, gusto, talento e dedizione. Uno sguardo al classico, ed uno sguardo al moderno. Un’impostazione melodica che richiede buone abilità. Produzione ottima, con un prefetto bilanciamento tra gli strumenti, tutti estremamente godibili. 
(Indie Recordings) Seconda prova per questa band che vede musicisti passati (o ancora in essere) per band come Mayhem, Gorgoroth, Dødheimsgard, 1349, God Seed e altri. Gente tosta e che ha costruito le fortune del black metal. Teloch (chitarra e basso) diede vita a questo progetto in solitario, addirittura nel 1992. Poi col tempo le cose sono andate avanti e cresciute. Sono arrivati il singer El.Cpt.Estrella Grasa (vacci a capire chi è veramente), il chitarrista e bassista Blargh (ora nei Dodheimsgard)
I ciprioti Blynd dal 2003 ad oggi hanno totalizzato un paio di EP e un album, nel 2010 e intitolato “The Enemy”. Rconosco da subito che non ho mai ascoltato altro al di fuori di questo nuovo full length, ma l’impressione che ne ho potuto ricavare da “Punishment Unfolds” è assolutamente positiva. I Blynd sono autori di un melodic death metal controbilanciato da un thrash metal di tipo moderno, il tutto però non è esente né da risvolti potenti e muscolari (su tutte “Infinity Race”) o da trionfanti melodie,
(ConSouling Sounds) Filip Dupont chiude la saracinesca dei Gorath. La band black metal del Limburgo belga che nacque come one man band per volere di Dupont (anche giornalista musicale) dopo il buon “Apokálypsis – Unveiling the Age That Is Not to Come” e altri tre album precedenti rilascia questo “The Chronicles of Khiliasmos” e ad aprile terrà l’ultimo concerto. Questo capitolo finale sembra avere poche propensioni al progressive rispetto al passato, mentre trionfa uno scenario post-metal
(Autoproduzione) I messicani The Advent Equation sono una band progressive/melodic metal e hanno pubblicato questo lavoro l’11 ottobre, ma solo da poco è arrivato in redazione. Le canzoni hanno una struttura composita e melodie pesanti oppure sono di tipo scorrevole e in alcuni casi pendono verso un puro progressive rock, sia per modalità che per alcuni strumenti (o effetti che siano) di carattere vintage. In un gruppo puramente progressive la scelta e l’attenzione ai dettagli non viene mai meno.