PERTNESS – “Frozen Time”
(Pure Legend/Audioglobe) I Pertness mi sono sempre stati simpatici: quadrati, a tratti violenti, sempre fedeli al verbo dell’heavy/power metal tedesco degli eighties! Gli svizzeri continuano ad avere uno dei sound più duri e serrati della scena, e a dimostrarlo c’è già quel carrarmato della titletrack, tipologia di brano che raramente è stato mai proposto fuori dai confini germanici. “Farewell to the Past” giunge, molto stranamente, a ricordare alcune cose degli Amon Amarth, (altro…)
(Massacre Records) I Farewell To Arms sono una band di melodic death metal e con aspetti metalcore disseminati nel corpo delle canzoni. “Perceptions” è la tipica release da calderone. Scale melodiche, progressioni di accordi, i breakdown, passaggi con tanto groove, il cantato in scream e i contrappunti vocali clean. Tutto molto regolare e già sentito. Ci sono canzoni di interesse come “Scarless”, “From Init to Exit”, “Rejected”, la title track, le quali si impongono all’attenzione più per le strutture che per le melodie.
(GlassVille Music) Detesto al gente insistente, soprattutto quando dai delle buone argomentazioni in risposta ad un rifiuto alle loro richieste. E’ stato il caso della GlassVille, alla quale ho dovuto ribadire per ben due volte che questi Paatos non c’entrano nulla con un sito che ha la parola “metal” nel nome. Niente da fare. Le insistenze sono aumentate e alla fine ho ceduto. Due righe per questa band si riescono a scrivere. I Paatos sono svedesi e al quinto album, come lo stesso titolo dichiara.
(Pitch Black Records) Pur non essendo fra le prime leve del metallo ellenico, i Sacred Blood avevano edito qualche anno fa un ottimo debut (“The Battle of the Thermopylae: The Chronicle”) e da tempo aspettavo di ascoltare il loro secondo disco: che naturalmente è un altro concept sulla storia patria e si concentra in particolare, come è facile dedurre dal titolo, sulle imprese di Alessandro Magno. Ben quindici i brani in scaletta, anche se abbondano gli intermezzi e gli stacchi strumentali.
(Soulseller Records) “Cosmogenesis” doveva uscire nel 2006, ma a causa di problemi la release ha potuto concretizzarsi solo quest’anno. L’album è un miscuglio tra nu metal, pseudo industrial, electro metal, suonato da IT (cantante e mente di Abruptum), Zacharias Ahlvik (batteria), Michael Bohlin (chitarre e programming) e Johan Husgafvel (basso), questi ultimi due hanno passato gli ultimi anni a suonare nei Pain.
(AFM Records) I Shakra sono fantastici. L’immagine è curata. Sanno suonare. Hanno un cantante bravissimo, che tra l’altro ricorda la new entry dell’altra hard rock band svizzera, i Gotthard. Suonano benissimo, ogni riff è azzeccato, ogni accordo colpisce dritto in fronte. Sanno scrivere canzoni, le quali sono potenti, cariche di energia, con ritornelli impossibili da dimenticare. Questo “Powerplay” rispecchia esattamente queste caratteristiche della band,
(Deathgasm) Per quanto mi possa piacere il “sound da cantina” (come mi è stato detto una volta in redazione) e avere simpatia con le band che hanno sonorità ruvide e underground, questo nuovo lavoro dei Manticore non mi convince più del dovuto. La band di Cleveland è una violenta manifestazione di blackened death metal di natura old style. Il riffing è un miscuglio di infernale e lurido black/death/thrash, senza fronzoli, esposto con distorsioni dozzinali
(Rock’n’Growl) Con un album chiamato “The Cure for Happiness”, credo sia facile immaginare il genere suonato dai croati Ashes you leave, che si presentano come una delle band più longeve e conosciute della propria scena nazionale. I nove brani di questo disco rappresentano infatti una ricca messe di gothic abbastanza condizionato dal doom. “Devil in Disguise” dice My dying Bride in ogni singola nota, e soprattutto in quelle affidate al violino: ma la voce di “Jade” Etro, cantante italiana
(Autoproduzione) Se un album folk metal proviene dall’Irlanda, si può stare sicuri che la componente celtica sarà predominante: e il terzo album dei Sirocco naturalmente non fa eccezione a questa regola. “Lambay”, come si legge sul sito ufficiale, è un concept sull’invasione che i vichinghi perpetrarono ai danni della Verde Isola. Subito la titletrack: la componente celtica – come si diceva – è ben evidente, ma le voci pulite e alcune cose delle chitarre provengono dal metallo tradizionale.
(Heart Of Steel Records) Sono decisamente grandiosi questi Brasiliani. Debuttano con questo self titled, e non lasciano alcun dubbio relativamente al loro valore. Hard rock con una marcata influenza blues, ricco di melodia, pieno di passione, gusto, talento e dedizione. Uno sguardo al classico, ed uno sguardo al moderno. Un’impostazione melodica che richiede buone abilità. Produzione ottima, con un prefetto bilanciamento tra gli strumenti, tutti estremamente godibili. 
(Indie Recordings) Seconda prova per questa band che vede musicisti passati (o ancora in essere) per band come Mayhem, Gorgoroth, Dødheimsgard, 1349, God Seed e altri. Gente tosta e che ha costruito le fortune del black metal. Teloch (chitarra e basso) diede vita a questo progetto in solitario, addirittura nel 1992. Poi col tempo le cose sono andate avanti e cresciute. Sono arrivati il singer El.Cpt.Estrella Grasa (vacci a capire chi è veramente), il chitarrista e bassista Blargh (ora nei Dodheimsgard)
I ciprioti Blynd dal 2003 ad oggi hanno totalizzato un paio di EP e un album, nel 2010 e intitolato “The Enemy”. Rconosco da subito che non ho mai ascoltato altro al di fuori di questo nuovo full length, ma l’impressione che ne ho potuto ricavare da “Punishment Unfolds” è assolutamente positiva. I Blynd sono autori di un melodic death metal controbilanciato da un thrash metal di tipo moderno, il tutto però non è esente né da risvolti potenti e muscolari (su tutte “Infinity Race”) o da trionfanti melodie,
(ConSouling Sounds) Filip Dupont chiude la saracinesca dei Gorath. La band black metal del Limburgo belga che nacque come one man band per volere di Dupont (anche giornalista musicale) dopo il buon “Apokálypsis – Unveiling the Age That Is Not to Come” e altri tre album precedenti rilascia questo “The Chronicles of Khiliasmos” e ad aprile terrà l’ultimo concerto. Questo capitolo finale sembra avere poche propensioni al progressive rispetto al passato, mentre trionfa uno scenario post-metal
(Autoproduzione) I messicani The Advent Equation sono una band progressive/melodic metal e hanno pubblicato questo lavoro l’11 ottobre, ma solo da poco è arrivato in redazione. Le canzoni hanno una struttura composita e melodie pesanti oppure sono di tipo scorrevole e in alcuni casi pendono verso un puro progressive rock, sia per modalità che per alcuni strumenti (o effetti che siano) di carattere vintage. In un gruppo puramente progressive la scelta e l’attenzione ai dettagli non viene mai meno.
(PRC Music) Si chiamano Doom’s Day e la copertina è quella, una specie di “Born Again”. La prima canzone inizia tra il suono della pioggia, i tuoni e una campana. La band canadese dunque dichiara immediatamente all’ascoltatore le proprie influenze, con i suoi toni doom e in parte heavy. Qualcosa di loro mi ha fatto venire in mente i Death SS. Le atmosfere sono quelle: pentacoli, croci, candele, maledizioni… musica terribile.
(Deathgasm Records) Caspita e che nome! Aggiungiamoci pure che provengono dalla Florida e che alcuni componenti della band hanno esperienze in realtà underground chiamate Feculent Abscess, Dead Flesh e cose del genere. Mostruosi. Brutal death metal che tira dritto come un mulo incavolato, come un toro che si appresta a incornare qualsiasi forma di vita. Macellai che hanno studiato i Suffocation, Dying Fetus, Cannibal Corpse e altre autorità poco raccomandabili.
(Subasound Records) Mazzate e botte, non menate a casaccio ma con lucida efferatezza. Questo è “tributo di Sangue”. Thrash metal che in fin dei conti è ripulito e modernizzato un po’ come hanno fatto i Testament negli ultimi anni. Lungi da me dal voler accostare o paragonare la poderosa realtà toscana a quella di Chuck Billy e soci, perché è innegabile come i Subhuman tirino fuori un sound thrash metal con ritocchi e impennate death metal e levigando e smussando gli angoli, in modo da non apparire old style o scontati,
(VS Records) Suoni distorti e violenti. Una cacofonia di sensazioni deviate, ai confini della psiche umana. I Danesi See The Sky producono un suono molto strano, molto contorto. Un suono affascinante, capace di deviare i pensieri in una iperbole emotiva perversa. Oltre settanta minuti di violenza acustica assolutamente strana e sperimentale. Il progetto condotto dall’australiano Blake Gardner (session member per Crowded House, Inxs), e dal cantante Bjarne Matthiesen, è partito quasi per gioco
(Iron On Iron) Dopo due demo e cinque anni di attività, è giunto il momento per il debutto dei greci Erratic Escape: se ne occupa la Iron on Iron Records, finora particolarmente attenta nel segnalare le realtà elleniche più significative nelle varie sfumature del metallo classico (Validor, Dark Nightmare e soprattutto Dexter Ward). Stavolta, però, possiamo dire che la label è stata meno accorta: i nostri confezionano un minestrone melodic metal dove nessun elemento risalta in particolare.
(Autoproduzione/F.O.A.D.) I piemontesi Nerocapra hanno qualcosa di innaturale dentro la loro musica. C’è qualcosa di questo death metal che sembra appartenere a sfere non consuete. Un qualcosa di esoterico? Beh, il nome è suggestivo, i testi, in italiano e inglese, menzionano spesso il sangue, l’omicidio rituale e forse non solo quello, c’è anche qualcosa del totalitarismo. Mirco Rizzi e DNE sono le chitarre e voci, B la batteria e il sound è un death metal molto grezzo, primordiale.
(Murdred Music) Quando “Fracture” da il via a questo debut album è da subito chiaro che si ha a che fare con una band di melodic death metal e hardcore. “Un’altra” ho subito pensato, ma nel mentre in cui i miei esausti neuroni (dai continui arrivi di questo tipo di proposta) formulavano il suddetto pensiero, istantaneamente si riconosceva ai suoni uno spessore e una definizione non comuni.
(Goat Man Records) Chi ha un minimo di conoscenza della scena non mainstream italiana avrà già intuito che dietro al moniker qui proposto c’è qualcosa dei Mombu. Infatti la line up vede Luca T. Mai e Antonio Zitarelli appunto dei Mombu e il chitarrista Paolo Spaccamonti. Il risultato è suddiviso in sei tracce ossessive, folli, doom, sperimentali, psichedeliche. Su di giri, impazziti, pezzi che recitano la fine del mondo. Chitarra nebulizzata da distorsioni lancinanti, sax maldestro e alieno
(Limb/Audioglobe) Cinque anni fa comprai con grandi speranze “Revolution rising”, il debut del supergruppo power transcontinentale Civilization One… e devo dire che fu una discreta delusione! Il power appena venato di progressive della band, capitanata dal singer asiatico Chity Somapala, si rivelò molto banale e scontato. In questo ultimo scorcio di 2012 i nostri, dopo uno split e la ricomposizione, ci riprovano con questo “Calling the Gods”: devo dire che le cose vanno meglio, anche se forse non ancora bene…
(Warner Music Denmark) Suoni oscuri e pesanti. Un rock alternativo, diverso, non usuale che proviene dalla Danimarca. Un velo di malinconica energia si diffonde con le note di queste dieci tracce, che scandiscono i quasi quaranta minuti che rappresentano la proposta musicale della band. Una band con un’interessante sessione ritmica, capace di creare un’imponente, ma mai troppo aggressivo, muro sonoro, dove i toni cupi sono dominanti, creando quella sensazione d’ispirazione quasi dark 
(Godeater Records) L’album in questione è del 2011 e nel prossimo aprile i Ctulu pubblicheranno il terzo album, “Seelenspiegelsplitter”. Nel mentre la band tenta di fare promozione, annunciando futuri eventi live e magari ripresentando quello che è ancora l’ultimo album. I tedeschi sono una band micidiale, una bufera continua. I Ctulu però non sono mai veramente sparati a mille, nelle loro tematiche lovecraftiane, e infatti si concedono anche sprazzi di epica, come la struggente e solenne “Nachtwind”.
(Cyclone Empire) Un’alone di oscurità e malinconia, tipico del death metal melodico svedese, si mescola con una certa dose di cattiveria, vagamente ispirata al blackned death metal. Questo è il quarto album dei tedeschi Fragments Of Unbecoming. Una maturazione artistica che denota una consapevolezza compositiva, dove vengono fatte scelte mirate alla qualità complessiva della canzone, senza inutili aggiunte che fanno perdere il filo, o che rischiano di togliere potenza al risultato. 
(Total Metal Records) Debutto per i polacchi Shame Yourself con questo album di thrash metal rinforzato da groove e ritmi sempre pesanti. Un thrash metal per nulla old school ma legato alle derivazioni dei Pantera opprue degli Slayer di questi ultimi anni. Thrash metal quadrato, denso, comunque impreziosito da assoli sparsi che rompono la monotonia. Le canzoni hanno quel tipico senso di forza e possanza, ma non tutte riescono a colpire poi nel segno.
(Massacre) L’anno scorso la copertina di “Rostrot” mi ha colpito e affascinato più della musica che conteneva ed ora riecco gli Eisregen, con una compilation composta da due CD. Nel primo ci sono canzoni del periodo 1998-2004, nel secondo sette nuove o mai pubblicate. La band teutonica è tra le più note nel campo del dark metal di fattura germanica, con quelle sonorità notturne partorite dalle tenebre e con i soliti bei riff pesanti o subdolamente distorti. I pezzi già noti non hanno bisogno di molti commenti.
(Autoproduzione) Duo canadese formato da Jordan Dorge (Laika) e Brett Goodchild, il primo cantante e l’altro responsabile degli strumenti. E’ questa l’identità dei Wilt e il black metal che suonano è di tipo atmospheric. In particolare si trovano toni decadenti nel sound, mentre nel brano d’apertura “Autumn Veil” la malinconia raggiunta è estrema e a tratti di carattere doom metal. “Cold Misfortune” ha un impeto maggiore rispetto al brano precedente e dunque un’atmosfera molto più gelida.
(Esoteric Antenna) Avrei dato l’anima per avere una richiesta di recensione da parte di una band come gli Hawkwind o più realisticamente dal loro management. Quando la cosa è accaduta (e ben prima della data di uscita, il 26 novembre) e addirittura per una release con la presenza di metà degli Hawkwind, cioè la Hawkwind Light Orchestra, e del nuovo lavoro solista di quella leggenda umana che è Dave Brock, beh a quel punto potevo anche morire.
(PRC Music) Espressione di un death metal muscolare e rimpolpato con riff in versione thrash metal e il tutto ricoperto da una patina di tecnica che emerge ad ogni livello e rende vivace l’ascolto. Sin Of God è una compagine ungherese, attiva da qualche anno con alcuni demo e un EP nel 2010 e che ora tenta il grande salto presentandosi al pubblico europeo con questo debut album. “Limbus” assesta bene i primi colpi e infatti la title track e “Kill the Irrelegious” sono l’immediato esempio di come i Sin of God facciano male
(Minus Head Records) Chiariamo da subito, per chi non lo sapesse, che gli Incite di Phoenix sono la band nella quale canta Richie Cavalera, figlio di Max. “All out War” è il nuovo album che mette in mostra un sound molto tenace e robusto, ovvero un groove thrash metal con influenze di famiglia (Sepultura, Soulfly, Cavalera’s Conspiracy), i Pantera e qualche idea alla Fear Factory. Più in generale gli incite sembrano provenire dal thrash americano della seconda e finale metà anni ’90.