Le nostre recensioni di novità o album già in circolazione, le impressioni, le sensazioni, le analisi e dei nostri ascolti su tutta la musica della scena metal & rock.
DARK FOREST – “The Land of the Evening Star”
(Bleak Art Records) Dark Forest è una one man band proveniente dall’ondata black metal canadese che da qualche temo sta inondando la scena. David Parks si esibisce in tutti gli strumenti e la voce, per questo secondo album dai connotati pagan black metal. Le melodie struggenti ed arcaiche, l’impatto dei suoni feroci, i passaggi in stile Enslaved (altro…)
(Abyss Records) In questo album vi è un death metal che mette insieme i Grave e qualcosa degli Autopsy in alcuni brani (per esempio la title track e “Dark Mistress”), oppure dei Bolt Thrower (per esempio “Born of Hate”). Un sound comunque rozzo, fatto da un drumming pesante ed equalizzato in modo grossolano e chitarre sempre tenebrose,
(Abyss Records) I Daemonicus sono svedesi e lo sono fin dentro le note che compongono questo secondo album. Sonorità tra i Grave e Dismemeber (come per “A Dead Work of Art”, “Blood Red November (MDXX)”, tra le più smaccate) disseminate nel percorso, ma esiste anche del death metal meno “nazionale” per la band in questo “Deadwork”
(Candlelight/Silent City Release) I The Devil si concedono il capriccio di nascondere le proprie identità dietro a maschere, mantelli e sai. Non sono nemmeno i primi a volersi occultare. Contenti loro. La musica che suonano ci arriva attraverso il debut album omonimo e prima di questo hanno realizzato solo un paio di singoli.
(PRC Music) Scaldano i motori gli Among Gods, norvegesi di Bergen, in attesa di portare sul mercato il debut album. “Martyr” sorge con inesorabile mid-tempo, tra chitarre robuste e basso pulsante. I due strumenti sono di Broke, mentre Ivan suona la batteria. Un clima iniziale quasi death ‘n roll, poi il sound diventa arcigno, accelera e va sull’old style.
(Autoproduzione) Beh, se i polacchi Victorians volevano attirare la mia attenzione, ci sono sicuramente riusciti… anche se devo dire più per la loro immagine che per la loro musica! Costumi e pseudonimi dei musicisti, ‘ambientazione’ del sito internet, package del cd hanno un tocco di classe davvero sopraffino
(Schwarzdorn production) Questo lavoro è una vera sorpresa, anche perché il brano iniziale “Necrosis” e la seguente “Plaguebringer” mi han fatto credere di trovarmi di fronte ad una rognosa proposta thrash/death. Rognosa perché robusta e animalesca. L’esordio del chitarrista e bassista Saether (Svarttjern, Bloodspawn) e del vocalist Holter (ex-Svarttjern)
(Autoproduzione) Il Texas ha partorito dei nuovi killer, gli Sparrows. Sono di Dallas e sono la manifestazione di un black-death metal che mi ha ricordato i Watain, anche se nelle peggiori sfuriate black metal sono gli Immortal ad essere un punto di riferimento. Influenze o meno che vi siano, “Mark of the Beast: Indoctrination” è un lavoretto, in pratica un EP
(Napalm/Audioglobe) Ammetto che fino a ieri non mi ero avvicinato ai Finsterforst: troppo black nel loro pagan metal per i miei gusti! Tuttavia alla notizia dell’uscita del loro terzo disco ho voluto dare una chance ai tedeschi, e ne sono rimasto così positivamente sorpreso che credo mi procurerò anche i loro vecchi lavori… “Nichts als Asche” spiazza subito con i suoi 13 minuti di durata: si passa da toni quasi progressive ad altri folk
(Church Within Records) Un album semplicemente stupendo. Ed io, che di un album riesco ad innamorarmi, sono completamente perso tra le note, la melodia, gli arpeggi e la voce di questi cinquantacinque minuti di emozione. Di cosa parlo? E’ complesso. La radice è indubbiamente il doom. Non a caso il vocalist di questo progetto è Phil Swanson degli Hour Of 13.
(Autoproduzione) Sono tornati. E non si tratta di uno scherzo. Anzi, c’è poco da ridere. Si avvicina il giorno dell’apocalisse. Il giorno della pubblicazione di questo EP. La fine. Totale annientamento. Morte e distruzione. Il ritorno dei maestri del thrash italiano. Line up rinnovata. Ispirazione rinnovata. Idee fresche. Sound sempre più malato. Innovativi come lo furono nel lontano 1991 con il mitico “Poetical Freakscream”.
(Hellprod) La prima uscita della etichetta olandese Hellprod è un 7’’ dei portoghesi Inquisitor, che finora avevano dato alle stampe soltanto un demo. Due brani istintivi, con il primo (“Face the Witch”) dall’approccio più speed e il secondo (“Kinght Fighter”) più thrash
(Cyclone Empire) Ritornano gli svedesi zombificati, due anni dopo l’esordio targato “Zombified Slaughtermachine”. Questo album è un death metal della prima ora, molto spedito e quasi sul crust, ovviamente con soluzioni note perché appunto di vecchia maniera. Un sound rabbioso, apocalittico e che si manifesta attraverso dodici pezzi assassini. “Carnage Slaughter and Death” è uno di quei lavori che proseguono massacrando le note
(Abyss Records) Odio le intro negli album metal, sopratutto se superano i 40″ e i Bane ne fanno una marziale da 2’58”. Vorrei chiedere a questi black deather serbi che diavolo gli cambia avere una intro così lunga e che non ha nulla a che fare con il resto della musica. Mi si perdoni lo sfogo, lo so che è pratica adoperata da molti (i Cradle of Filth ad esempio) ma proprio ieri si parlava di questo in redazione.
(Autoproduzione) Capita talora che un disco un po’ ingenuo e datato, proveniente magari da un paese dove si praticano normalmente altri generi, porti una ventata di freschezza e positiva semplicità anche ai recensori più navigati: è quello che succede ascoltando “Fimbulwinter”, secondo disco autoprodotto dei baschi Incursed. Temi rigidamente legati alla mitologia norrena, copertina bathoriana
(Agonia Records) Credo, se la memoria non mi inganna, è la prima volta che ho la possibilità di recensire un album dei Ragnarok. La black metal band norvegese negli anni ha ricevuto da parte mia sempre una parziale attenzione e non saprei spiegarne il perché, ma faccio notare che in fin dei conti anche a livello di critica la band non è mai stata tra quelle più celebrate, nonostante sia stata anche essa tra le prime a parlare il verbo del black metal
(Church Within Records) Morte. Unico epilogo che unisce ogni essere di questo marcio pianeta. Presto o tardi, indipendentemente da cosa uno faccia nella vita terrena, la fine arriva puntuale. La trasformazione in una sostanza marcia. E poi polvere. E se questa morte potessimo osservarla come improbabili spettatori da una dimensione eterna, se questa morte fosse una sorta di cortometraggio assurdo
(Street Symphonies Records/Andromeda Dischi) Immense le potenzialità di questa band Italiana capitanata da Luigi Sangermano. Una line up composta da cinque musicisti di altissimo livello che suona compatta, coordinata, un gruppo di amici che adorano fare hard rock, divertirsi e scrivere musica ricca di energia, roba che scuote, arricchita da dosi massicce di melodia.
(Vic Records) Si scrive Magnum Itiner Interius e si legge Daniel Corchado (ex Cenotaph, quelli messicani, Incantation) ovvero una one man band. Corchado suona tutti gli strumenti (la batteria è programmata) e compone il materiale. L’etichetta lo definisce “atmospherical, experimental yet dark and melodic instrumental metal” questo sound, ma sembra essere un derivato del gothic doom inglese anni ’90
(Autoproduzione) Materiale strano per i miei normali gusti, per i miei consueti ambiti musicali. Nel player ci sono gli Italiani Irebus, autori di un rock melodico, cantato in italiano. Veramente strano per me. A molti può venire in mente la solita scarsa produzione rock della nostra penisola, già ampiamente battuta dai nomi famosi. Ma sarebbe un errore. Gli Irebus vantano un tocco speciale.
(Nuclear Blast) Trentesimo inverno. Più freddo, rigido e mortalmente glaciale che mai. Danno la colpa ai cambiamenti climatici, inquinamenti, avvelenamenti. Sarà vero. Ma io accuso, anzi do il merito, una certa costanza, ad una cosa altamente inquinante che continua ad avvelenarci da parecchi decenni. La costanza del thrash metal teutonico. Un brand europeo che negli anni rimane sostanzialmente invariato
(Autoproduzione) Ep autoprodotto (ma ‘sponsorizzato’ dalla Metal on Metal Records) per l’esordio di quattro brani dei Demon Dogs. Una produzione abbastanza economica per questi americani dediti, come appare dal primo brano “The Others”, a un power/thrash che guarda agli Iced Earth (i riferimenti agli Slayer che i nostri fanno presente mi sembrano quasi del tutto assenti); molto bello il break che cambia tutto inserendo atmosfere rock.
(Soulseller Records) Il mese di novembre ha portato diverse uscite nello spirito grigio di questo momento dell’anno. Il 23 è stata la volta dei Bloody Hammers, una formazione esordiente del North Carolina, la quale si è esibita in questo lavoro omonimo dalle fattezze occult hard rock. Sono dieci nenie andanti, a tratti malinconiche e caricate da qualche riff più robusto ora sabbathiano (sfacciata in questo “Black Magic”)
(Horror Pain Gore Death Prod.) I Vulcan sono una minuscola band americana di thrash metal vecchia scuola. Mi ricordano qualcosa dei Kreator, ma ovviamente non viene meno al discorso la Bay Area, in particolare i Vio-lence. Loro sono della Pennsylvania e fino ad oggi hanno fatto poche cose e questo “Strapped into Reality” è un EP di soli quattro pezzi.
(Logic(il)logic Records) Compratevi questo CD e sparatelo a palla nello stereo. Voi ed i vostri vicini (che gli vada o meno), sballerete al sound devastante degli Italiani Twintera. La recensione è finita. Non ho altro da dire.
(My Graveyard/Masterpiece) Ci sono voluti 15 anni e un lungo periodo di sostanziale inattività perché i veneti Menace giungessero al debut: ancora una volta (ormai sta diventando un mantra!) è la My Graveyard Productions a dare una chance a una band italiana legata al metallo classico. Chance che sicuramente non è andata sprecata! Vediamo i brani fondamentali di questo “Heavy Letal”.
(Art Gates Records) Gli argentini Wulfshon hanno un’indole musicale vicina a quella scandinava. Geograficamente all’esatto opposto di dove si trovano, loro incidono questo debut album nel 2011 e che ora pare riesca ad avere l’adeguata spinta promozionale in Europa. “Prinnit Mittilagart” è il successore di due EP, oltre ad essere un progetto musicale che vede all’inizio la band nascere come un progetto solista di Matías Taubas Oyola.
(Autoproduzione) I Soliloquium sono un duo svedese con un sound doom/death metal dai tratti melodici. Questa release consta di due soli pezzi, “Garden of Truculence” e “Autumn State”. Il primo supera di poco i 7′ e il secondo arriva quasi ad 8′. Stefan Nordström e Jonas Bergkvist (provengono dai Desolator) mettono in mostra un songwriting scorrevole, senza ristagni o perdite della bussola.
(Autoproduzione) “Das Herz ist klassik, Metal der Puls”: ‘il cuore è classico, ma il suo pulsare è metal’. Il primo topic sul sito ufficiale dei tedeschi Molllust (con tre ‘elle’, si badi bene!) recita così ed è effettivamente la frase giusta per delineare la proposta musicale di questo sestetto così atipico, che mescola appunto i due generi sopracitati in proporzioni finora mai conosciute.
(High Roller Records) Thrash metal band teutonica, dal suono di granito e dalla qualità audio appena sufficiente, o forse volutamente old style, e che ha preso a prestito il nome da un album degli Accuser. E’ questa l’identità dei Repent. La band teutonica si rifà principalmente agli Anthrax, Exodus, Testament, dunque suonano un thrash metal abbondantemente anni ’80.
(Art Gates Records) Il thrash metal è il fulcro di questo lavoro e della band che lo ha inciso. Exodia, di Valencia, Spagna, agguerriti thrasher dalle reminiscenze Bay Area e da qualche tocco più moderno, tipo alla Hatesphere. Le capacità dei valenciani sono indiscutibili, la sostanza c’è. Quello che manca è l’assenza di qualche brano che si elevi dal resto, ma ormai al giorno d’oggi di questa mancanza ne soffrono tutti gli esordienti.
(AFM Records) Semplice e diretto. E’ un concetto noto nel rock, anche se spesso ignorato. Non sempre la complessità artistica è quella che porta al successo. Molte volte, invece, sono due accordi ben suonati, sporchi, cattivi, semplici a fare la differenza. E questo i The Last Vegas lo sanno molto bene! Dopo esser stati lanciati da Nikki Sixx il quale ha curato la pubblicazione del loro disco precedente, hanno deciso di seguire i propri istinti. Abbandonano la scena di LA, e se ne tornano alla loro Chicago, dove iniziano a lavorare con Johnny K (Megadeth, Airbourne).
(Selfmadegod) esistono dalla metà degli anni ’90 e il loro nome mi è passato davanti più volte, ma “Still the Kings” è assolutamente la prima cosa che sento di questi tre svedesi. L’album è costituito da ben 19 pezzi eseguiti in meno di 20′. Dunque non solo il grindcore, il genere anzi non è proprio espresso al suo massimo potenziale, ma anche e soprattutto l’hardcore, il crust e il thrash metal, nella sua forma.
(Inconsapevole Records) I Radio Mosquito sono autori di un hardcore fatto di suoni potenti e ben definiti e con inserti prettamente metal, dove scandiscono i tempi rocciosi e sommando insieme chitarre, con riff stoppati, e batteria a seguito. Un esempio è la marzialità di “Earthquake”, ma in generale questo tipo di soluzione è diffusa nell’album. Si sente anche un deriva thrash metal, come per “Knowledge Is Redemption”
(The Leaders Records) In cinque anni la piccola realtà greca Show Your Face ha fatto diversi passi importanti. Il Waken Open Air Battle, del 2010, dove la band è stata tra le finaliste dell’evento e poi le diverse esibizioni live, anche nel nostro paese, e alcune con Sodom, Tankard e altri. Ora arriva un nuovo piccolo lavoro di soli tre pezzi, ma la band è già autrice dell’album “Unleash” e nel prossimo anno si appresterà a pubblicarne un altro.