ERASE – “May I Sin?”
(Buil2Kill Rec./Audioglobe) Gli Erase sono di Alessandria e hanno una storia recente. “May I SIn?” è il debut album che segue l’EP inciso nel 2009 e testimonia la tendenza del gruppo a fondere i percorsi moderni del metal, ovvero il melodic metal-thrascore, il deathcore e alcune derive nu metal. Dunque, parlare degli Erase significa esaminare quello che è un crossover, un aggregato contemporaneo di riff poderosi, dinamici e melodici, accompagnati da un cantato pulito/ringhiante e un drumming di buona sostanza. Complice una produzione che esalta i suoni, nella quale tutti i singoli dimostrano personalità ed è questa la loro carta vincente: essere disinvolti e sicuri dei propri mezzi, pur non dimostrando nulla di diverso dalla scena metal contemporanea che li ha espressi. Da notare che i pezzi sono scritti e arrangiati da tutti e quattro i musicisti. “No More Life” è molto vicina al thrash e con una fase centrale estremamente trascinante, “I Can’t Believe in Nothing” combina il pathos del cantato con quello nella cadenza dei riff. “Lover” (un ottimo brano) è la coagulazione di un groove granitico con l’aggiunta di accorgimenti che ricordano (ma alla lontana) il metal dei Nine Inch Nails. Purtroppo nel susseguirsi dei brani in scaletta, la struttura dei pezzi si rivela (quasi) sempre la stessa: incipit con solido riff e la batteria a scandire il tempo in 4/4, anteprima riff del tema principale, bridge e poi il ritornello, di seguito le chitarre sviluppano pian piano un contrappunto e dopo la metà tutto si ripete all’incontrario. Una cornice che dopo pochi ascolti diventa nota. Come anche il puntuale downtempo cadenzato che succede al ritornello dei pezzi. Però, mi chiedo, si può muovere questa tipo di critica solo alla band di Alessandria oppure è questo un modello ampiamente usato da molti? Almeno, gli Erase, non hanno l’aspetto di quelli che eseguono i pezzi come da manuale e “May I Sin?” suona con ferocia e melodia contemporaneamente. Tutto quanto di buono possa avere “May I Sin?” gli Erase lo devono solo a loro stessi.
(Alberto Vitale) Voto: 6,5/10






(To React Records) E’ il secondo album dei Within Your Pain, questo “Ten Steps Behind”. La band si conferma ancorata a idee che riprendono in grossa dose i breakdown e lo stile mosh, soluzioni che tentano di diversificare i Within Your Pain dall’immenso calderone metalcore dal quale provengono. La produzione ruvida ci risparmia ogni laccatura possibile, in modo da proporre un sound più selvaggio. Non ci sono rivoluzioni stilistiche in “Ten Steps Behind”, anzi qualche recupero da autori metalcore di grido è in vista, in particolare “This Quiet Silence”, tanto Soilwork. C’è anche qualcosa di interessante come “Traitor”, un breve e virulento esempio di death metal imbastardito dall’hardcore, “No Dream We Can Trust In”, “Sometimes Fuck is the Only Word” (grande titolo!) e le sue evoluzioni ritmiche. Parlando di evoluzioni c’è da segnalare la fase centrale, in stile jazz, di “Ghost of Myself” che s’incastona perfettamente in quei basamenti ritmici giganteschi e lenti. Lo slow down è un pezzo forte della band, ma nelle fasi veloci al tendenza al metalcore di marca svedese rischia di esporli all’essere scontati. Riassumendo, i Within Your Pain hanno registrato un album con luci e zone meno illuminate, ma offrono tre quarti d’ora devastanti.



(SPV/Steamhammer-Audioglobe) Nel terzo album degli Stormzone si sente ancora una volta in modo chiaro l’indomabile anima irlandese che vivifica la band: questo rende particolarmente interessante l’hard rock venato di metal offerto nelle dodici tracce di questo “Zero to Rage”. Le melodie e i cori iniziali di “Where we belong” hanno un che di epico e, diciamocelo, il brano è molto debitore di certe cose degli Iron Maiden migliori. Accattivante il ritornello della titletrack, mentre abbiamo hard rock classico e grintoso in “This is our Victory” e “Last Man fighting”. Decisamente atipica nella tracklist la breve e 100% metal “Uprising”, il cui incisivo ritornello “Exist to destroy” vi sarà difficile da dimenticare. Bello e pesante, sempre sul versante metal del disco, il riff di “Fear Hotel”; ancora meglio “Empire of Fear”, che quasi si ferma per poi ripartire in velocità. Il vero capolavoro di “Zero to rage” è però “Jester’s Laughter”, con un impianto doom da fare invidia ai Black Sabbath. Solo due i difetti del disco: la banale “Voice inside my Head” e l’eccessiva lunghezza di alcuni brani. Può piacere a un vasto pubblico.



(Street Symphonies) Dave Lepard è stato il fondatore, cantante e chitarrista ritmico dei Crashdïet. L’idea di questo tribute di frabbricazione italiana, visto che è la Street Symphonies Records che ha messo in piedi la cosa, tenta di raffigurare un ricordo del musicista, ma anche dell’artista nel senso più ampio. 
















