KILL DEVIL HILL – “s/t”
(Steamhammer/SPV) Come può essere una band costituita da Vinnie Appice (batterista di R.J.Dio, Blask Sabbath e altri), il bassista Rex Brown (Pantera) e (aggiunti in seguito) Mark Zavon (chitarrista, per qualche tempo nei W.A.S.P.) e dal cantante Dewey Bragg? Lo potrete scoprire attraverso questo album che prende appunto il nome dei musicisti suddetti, Kill Devil Hill. Gente di spessore per un sound che, per comodità di chi scrive, lo si potrebbe collocare nel settore dei Black Label Society (altro…)
(Kaiowas/Graviton Music Services/Audioglobe) I Berri Txarrak sono una band basca, in attività dal 1994. In Spagna hanno un ottimo seguito e il nuovo album “Haria” diventa motivo di esportazione del formato musicale di questi tre musicisti, i quali non sono nemmeno tra quelli che figurano nei primordi. Tanta aggressività e ringhiare delle chitarre di Urbizu (è anche voce) veicolata in canzoni dalle fattezze metalcore, hardcore e semplice rock contemporaneo.
(Pogoselavggio Records) L’attacco hard rock-stoner e di zeppeliana memoria di “Another Day” avverte che questo EP è un sincero debutto, con una registrazione chiara ma non del tutto impressionante nella qualità. La musica esprime i suddetti connotati, per nulla memorabili nella loro già sentita semplicità e rockeggiante cattiveria. Il brano è in inglese e sebbene la voce rude di Danilo Lombardo si solleva, nella pronuncia non fa un favore al brano.
(SPV-Steamhammer/Audioglobe) Proseguendo l’opera di ristampa della discografia dei Touchstone, la SPV ci presenta il full-“length” di debutto della band inglese, da molti ritenuto il loro capolavoro. “Discordant Dreams” si pone infatti da qualche parte fra le cose migliori dei Marillion e quelle dei Threshold, senza rinunciare a qualche influsso dal rock anni ’70: ne esce fuori un prog/rock di classe, né troppo mainstream né troppo cervellotico, capace di impressionare positivamente una larga fascia di pubblico.
(Autoproduzione) La nuova frontiera del Black Metal Sinfonico. Il quale progredisce, muta, incontra il gothic, e si ripresenta in una nuova genetica distorta che avvolge, abbraccia, in un freddo abbraccio mortale. Un’idea, un sogno, che parte dalla lontana Bielorussia, e che si realizza nell’empia mecca del black metal: Bergen, Norvegia. Qui gli Homoferus trovano la loro dimensione terrena e danno genesi a un progetto fantastico
(Steamhammer/Audioglobe) Con tre quinti della formazione originale e un cantante di pregio come James Rivera, gli US metallers Malice si riaffacciano sul mercato dopo uno stop di oltre 15 anni – e infatti il nome non dirà nulla di particolare alla maggior parte di voi, anche se fra 1985 e 1989 i losangelini furono autori di due full-“length” e un ep che hanno scritto la storia dell’heavy/speed a stelle e strisce.
(Listenable Records) Una energia immensa che si scatena da dentro la terra. Un’essenza che dalle viscere del sottosuolo si amalgama con minerali, terra e lava, eruttando con potenza da crateri antichi. Momenti di terrore e pura violenza. Attimi di suspance e calma piatta, illusione, stupore, clima di attesa in un crescendo di emozioni verso la successiva eruzione. Perfezione degli eventi naturali, meccanica complessa e caotica, funzionante, efficiente, micidialmente efficace.
“Belus” e “Fallen” hanno lasciato intendere chiaramente la direzione stilistica di Varg Vikernes e sommariamente “Umskiptar” (che in norvegese vuol dire “metamorfosi”) riprende quel metal scaldico, come lo stesso Count Grishnackh l’ha bollato. Mitologia, epica e tradizione norrena, attraverso musica registrata come sempre al Grieghallen Studio di Bergen. Questo è “Umskiptar”, proprio come i due precedenti album.
(Nuclear Blast/Audioglobe) In passato ho apprezzato non poco i Sabaton, soprattutto per quel capolavoro che risponde al nome di “The Art of War”; ma oggi, ahimè, dovrò essere particolarmente critico nei confronti della band svedese, tra l’altro reduce da una notevolissima rottura che ha portato al cambio di 2/3 dell’organico. Il precedente album “Coat of Arms”, che aveva decretato il successo internazionale di questa band prima non troppo nota,
(KScope) Non si tratta di metal, né di new prog, né di art o post rock, è tutto questo ed allo stesso tempo di più, Weather Systems è il suono dell’emozione che sfugge alle definizioni, è l’incontro di tante suggestioni artistiche sapientemente prodotte e masterizzate dall’infallibile Christer-Andre’ Cederberg.La formazione di Liverpool mescola umori post rock, incursioni elettroniche e tentazioni neoprogressive dando alla luce un album denso di atmosfere liquide ed alienanti,
(Nuclear Blast/Audioglobe) I Grand Magus sono una garanzia assoluta per tutti gli appassionati delle sonorità classiche orientate verso il doom, e il sesto album della formazione svedese non deluderà certo le attese degli appassionati. Due le importanti novità: il cambiamento di drummer (ora c’è Ludwig Witt degli Spiritual Beggars) e il passaggio alla Nuclear Blast, e devo dire che il budget messo a disposizione dal colosso tedesco si sente in ogni nota
(Victory By Fire Records) Oscurità e pessimismo. Una decadenza dell’essere, una vita che è una passione, una tortura. “Ceremonial Blood” rappresenta quasi un’ora di potentissimo death/black, con una massiccia doppia cassa quasi sempre presente, la quale scandisce con brutalità la manifestazione di un sentimento di violenza e rabbia. Il progetto porta la firma di Eric Horner, il session guitar di Daniel Vrangsinn per gli Stati Uniti (e redattore per chemical-magazine.com), e della sua compagna Jessica.
(Horror Records) ‘Cult’ è l’unico aggettivo con cui si possa descrivere la prima fatica degli Hands of Orlac, pubblicata solo su vinile (nero o rosso e viola!) dalla danese Horror Records (un nome un programma), registrato in Svezia da Philip Svennefelt, mastermind degli altrettanto cult Helvetets Port. I romani prendono il loro nome da un racconto di Renard (e da un successivo film muto) e suonano – nascondendosi dietro pseudonimi – un occult rock profondamente legato agli stilemi di metà anni ’70,
(earMUSIC) Rock maturo, adulto, completo, avvolgente, energico. Musica intelligente creata da musicisti esperti per un pubblico esigente. Gli Europe dominano. Scene, chart, mercati. Lo fanno in quanto consapevoli delle proprie potenzialità, animati da una sincera voglia di suonare buona musica. Quarto album dalla reunion, la formazione mitica (quella di “The Final Countdown”, famoso album multi platino), reunion che, se per alcuni puzzava di commerciale, ora profuma di creatività,
(Lizard Records) Gli Outopsya sono Evan Mazzucchi (basso, violoncello, artwork) e Luca Vianini (chitarre, voce, synth e batteria) e con il nuovo lavoro “Fake” si sono presi la briga di realizzare un doppio, il quale è assolutamente indefinibile, va riconosciuto, nel volerlo semplicemente etichettare. Si può dire che siamo in presenza di un’espressione elettro-rock d’avanguardia, ma nella sostanza in “Fake” ci sono moltissime cose.
(SPV-Steamhammer/Audioglobe) Visto il netto successo (almeno presso il pubblico anglofono), la SPV ha deciso di ristampare le prime tre produzioni degli inglesi Touchstone, da molti ritenuti la new sensation di questo decennio in ambito prog rock. La discografia dei nostri inizia con l’ep “Mad Hatters”, del 2006, qui riproposto con 3 bonustracks live (compresa, come ghost track, una cover di “Mad World” dei Tears for Fears).
(Rock’n’Growl) Il virtuoso chitarrista Stu Marshall, dopo aver abbandonato i Dungeon qualche anno fa, ha creato un progetto ben più ambizioso che prende il nome di Empires of Eden: una sorta di all star band dove l’artista australiano fa il polistrumentista e cantanti noti e meno noti dell’ambiente metal imbracciano il microfono ciascuno per uno o due pezzi. Il precedente “Reborn in Fire” vantava le partecipazioni di Sean Peck, Zak Stevens e nomi della scena australiana, ma stavolta il cast è molto più ricco;
(Worm Hole Death Records/Aural Music) Personalmente non ho simpatia per metalcore, deathcore e cose simili. Ma sono di ampie vedute. E so cambiare la mia opinione non appena mi viene sottoposta la prova contraria. Prova che arriva con questo “Beneath the Circus” dei Norvegesi Inside I. Una band geniale, sostanzialmente deathcore nelle radici, ma capace di un sound particolare, con iniezioni endovenose di sonorità svedesi (In Flames, At The Gates), melodie vagamente epiche, riff devastanti, voce brutale.
(Cherry Lips Records) L’origine del rock. La fine di un’era. O meglio, la sua decadenza. Un mondo duro, difficile, dominato da pochi bastardi avidi a scapito di persone vere, quelle persone giù in strada, noi, chi vive davvero. Le persone normali, le persone del Rock’n’Roll. Questo grido di protesta, sangue puro nelle arterie del rock, esce dagli amplificatori, e dalla voce di un Max, sempre in lotta contro ciò che è sbagliato, ciò che è malato, distorto, marcio.
(Suspiria Records) Sono galiziani, di Santiago de Compostela, i Mutant Squad e fino ad ora, nella loro breve carriera, avevano fatto un EP e “Social Misfits” è il secondo che incidono. Suonano thrash metal e a sentire l’iniziale “Black Harvest” ricordano gli Exodus, i Testament e gli Overkill. Anzi, hanno una serie di cose che a, seconda delle condizioni, portano a ricordare una di quelle tre band.
(Atomic Stuff/logic(il)logic) Un essere deforme. Ammasso di cellule i cui geni provengono da svariati genitori, da diverse razze, da una reazione radioattiva che porta alla mutazione, alla creazione di una nuova specie. Una specie dotata di una forza immensa, una energia micidiale, ed una intelligenza elevatissima. Intelligenza che governa la forza, intelligenza che materializza, crea, forgia un suono, un suono diverso, totale, completo.
(Karthago Records) Il primo embrione dei tedeschi Reaper risale al 1984; da allora, con estrema discontinuità, la band ha continuato a farsi notare sul mercato heavy/speed metal più undergound e intransigente. La Karthago ci propone oggi la riedizione del loro rarissimo ep “Fairies Return” del 1986, una scelta di brani dai demo editi nello stesso periodo, e tre pezzi registrati nel ’91 e mai pubblicati.
(Century Media) Mi odierete. Le parole che leggerete di seguito non faranno felici molti. Però credo, anzi, sono certo, di non essere l’unica mente distorta che ha adorato i Paradise Lost in ogni singolo passo della loro lunga carriera (siamo al tredicesimo album). Ho adorato il cupo death dei primi anni. Li ho seguiti nella mutazione, quando la stampa accusava Holmes di cantare come Hetfield.
(badGod Music) Per essere solo in due Gordon Denhart e Mike Kilborn ne combinano di forza e violenza insieme. Gordon e Mike provengono dalla Florida e incarnano perfettamente lo spirito che quella penisola ha infuso in gente come Cannibal Corpse, Morbid Angel, Malevolent Creation e altri che sicuramente si individueranno nelle pieghe delle note.
(To React Records) Con tutta sincerità, questo album non ha nulla di diverso dalle tante uscite che popolano il death metal ogni mese. Tuttavia, sia chiaro, non è suonato male e alla fine stupisce perché i Chronic Hate con questo “Dawn of Fury” esprimono una certa sicurezza e disinvoltura, nonostante la band italiana si misuri con quello che è il proprio debutto. “Seanless Reasoning” apre con potenza e uno schema di spietata ferocia.
(FDA Rekotz) Il primo ascolto di questo album è stato fatto senza leggere bio o informazioni. L’impressione iniziale ricavata è stata che i Blood Mortized fossero dei mastini del death metal old style, ceppo svedese come i Dismember, tanto per capirci, ma qualcosa anche degli Amon Amarth. In effetti, leggendo successivamente la bio, doveva proprio essere quella la realtà, visto che sono di Stoccolma
(Auoproduzione) Nati lo scorso anno, ma in attività sotto altro nome, cioè Overock, la band italiana si è data da fare con tre EP, ma questo esce ora con il titolo di “We Are Waves”, cioè proprio quel nome nuovo che hanno deciso di darsi. Si, We Are Waves come nome risulta meno banale, è semplice e fa effetto e anche graficamente si presta bene. A questi aspetti, secondari almeno rispetto ai contenuti dell’EP, si somma della musica che è rock moderno
(This Is Core Music) Nati da circa due anni e con l’indole di suonare insieme il punk e l’hardcore, il rock, il pop-rock e stili comunque teneri nei suoni e plasmabili da melodie. “Don’t Sweat It” dei Dance! No Thanks si apre con “Always” e il suo incipit malinconico, fatto di pianoforte e tastiera poi i toni diventano più energici e con una copiosa melodia a corredo.
(Selfmadegod Records) Death-grindcore rozzo, sporco, lurido. Come potrebbe non essere così visto il nome di questi individui di Denver. “Southwest Doom Violence” racchiude sedici pezzi e una intro, il tutto suona sulla falsa riga dei Napalm Death, dei Repulsion e del death metal vecchio stile. C’è qualcosa di loro che ricorda anche i Carnage, ma nell’insieme è quel sound appunto vecchio stampo, di conseguenza i rimandi potrebbero essere diversi.
(Nuclear Blast) I vichinghi del death metal sono ritornati e la loro magnificenza non è per nulla intaccata. “Odalheim” è il ritorno a due anni da “As Yggdrasil Trembles” e viene aperto con uno dei pezzi più belli che gli Unleashed abbiano mai realizzato, cioè “Fimbulwinter”. La canzone è un esempio di rocciose melodie epiche dal carattere spaventoso e con forti influenze black metal.
(AFM/Audioglobe) Il secondo album dei The Murder of My Sweet conferma tutte le impressioni dell’esordio “Divanity”, per cui chi amava prima gli svedesi capitanati da Angelica Rylin adesso andrà in estasi, e chi li odiava nutrirà ormai pensieri omicidi nei loro confronti. Ben 13 i brani di questo “Bye Bye Lullaby”, quasi tutti di durata attorno ai 3-4 minuti; la lineup ha subito decisivi rinnovamenti ma la dotata singer è sempre lì al centro della scena.
(Black Tears) Viking death metal made in Italy, potremmo usare questo piccolo slogan per spiegare gli icethrone. Genovesi, formatisi nel 2009 e ormai al secondo album, intitolato appunto “See You in Valhall”. Album epico, con riff che a tratti pescano anche dall’heavy metal classico per innalzare inni di battaglia colossali. “Cursed by the Varg” irrompe, dopo una intro, con una batteria (Herian) muscolare a sostegno delle chitarre (Matheus)
(Autoproduzione) I suoni, in questo lavoro, si levano vibranti e densi e le canzoni pulsano di note legate allo stoner e cotte dal sole desertico. Un album fatto in terra di Sicilia da elementi provenienti da Omega, Undead Creep e Horcus. Musicisti che assemblano note poderose, udibili fin dall’iniziale “Technicolor Widow”, ma anche note contaminate, come dai Soundgarden in “White Smoke” o il dichiarato tributo agli Electric Wizard, in “Electric Mountain”.
(Selfmadegod Records) Immaginate il tipico sound death metal svedese, cioè quelle chitarre distorte con un certo fragore e quelle tipiche e sofferte evoluzioni dei riff (stile Entombed, Carnage, Dismember, Grave), inseriteci delle influenze hardcore, ma di quello estremo, concettualmente sul crust e otterrete il sound di questa piccola band di Uppsala, appunto in Svezia. Piccola perché gli Usurpress fino ad ora hanno realizzato solo EP e split
(Autoproduzione) I Dead Summer Society rappresentano il progetto solista di Mist, chitarrista dei molisani How like a Winter (a proposito, che fine hanno fatto?), che affiancato soltanto da una voce maschile e una femminile ci regala un’ora o poco più di purissimo gothic legato agli stilemi di inizio anni 2000, quando ancora era facile trovare dischi di genere privi di pesanti contaminazioni power.