SHAPED BY FATE – “I Fear The World Has Changed”
(Siege Of Amida Records) Gallesi del sud, gente dal carattere fiero, mica gente mesta e tranquilla. Caratteristiche che sembrano trasparire dalla musica degli Shaped By Fate. Musica fatta da tendenze post-hardcore/metal, da suoni dissonanti, fragorosi, tremuli e da strutture selvagge e contaminate dai Neurosis e dai Crowbar. Musica contaminata al pari di un terreno nel quale hanno sversato veleni tossici e la poca vegetazione che nasce è peggio di funghi velenosi. (altro…)
(Witching Hour Productions) Terzo album in cinque anni e così i polacchi Naumachia tentano di ritagliarsi uno spazio rispettabile nella devastante ed estrema scena polacca e quindi mondiale, perché quando nella geografia del metal un paese sforna continuamente band che ricalcano uno stile, si ha una risonanza mondiale. Siamo nell’orbita di Behemoth e Vader, nel senso che impastano insieme il black e il death metal, con ampi cenni melodici che nascono da tratti di elettronica sinfonica,
(Nuclear Blast) Hard rock. Puro, sincero, reale come una ferita aperta. Canzoni dirette, melodie che si amalgamano ai pensieri, che rimangono impresse. Un genere potente, che ha fatto storia, che ha creato grandi star, che ha divertito, esaltato, arricchito, dannato, ucciso. Un genere immortale, chiaro, ricco di un’energia vitale, di uno spirito dinamico, di una potenza unica. Grandi arene, o piccoli club. I rockers vivono, non interpretano uno stile di vita.
(SPV/Steamhammer-Audiglobe) “Wintercoast” è il secondo album degli inglesi Touchstone e il terzo prodotto della band (contando anche l’ep “Mad Hatters”) ad essere ristampato in un bel digipack dalla SPV: con l’aggiunta di due bonustracks live il minutaggio totale supera gli 84 minuti! Nel confronto con il predecessore “Discordant Dreams” esce un po’ sconfitto in inventiva e freschezza, ma non si può certo dire che sia un brutto platter.
Sabato 2 Giugno. I Dark End, al Blocco Music Hall di Verona. Con loro i Riul Doamnei e gli emergenti Eternal Samhain. Il GPS mi scarica proprio davanti alla location. Mi accoglie Valentz, con un birrone in mano. Si chiacchiera, due parole sul casino in Emilia Romagna. Incontro Animae, il frontman dei Dark End. Si entra. Fervono i preparativi, fra poco sale sul palco l’opening act, gli Eternal Samhain, un gruppo di ragazzini a mala pena maggiorenni, capitanati da Taliesin, giovane ma determinatissimo frontman. La qualità della serata scatta di colpo ad altissimi livelli: gli Eternal Samhain non temono il palco e nemmeno il giudizio del numeroso pubblico. Il “Blocco Music Hall” è infatti invaso da creature della notte, gente votata all’anticristo, croci rovesciate, occhi di serpente, face painting inquietanti. Donne bellissime e oscure. Perversione oscura. Nonostante il gelo delle anime dei presenti, il calore verso le bands è incendiario, e lo show degli Eternal Samhain scorre via potente, aggressivo, blasfemo.
(High Roller) Sempre alla ricerca di formazioni e generi dimenticati, la High Roller ripesca per una edizione su vinile i berlinesi Black Burn, autori di un unico demo nel 1985 che fu rifiutato dalle case discografiche perché (almeno così dice la loro biografia) ‘troppo avanti per l’epoca’. I cinque brani pretendono di essere una sorta di doom/black/death, ma onestamente le influenze degli ultimi due generi sono decisamente sparute.
(Bakerteam Records) I Lahmia giungono dopo una discreta manciata di anni al primo album. “Into the Abyss” è l’abum delle “grandi occasioni”, infatti la produzione ha visto impegnati Giuseppe Orlando (Novembre) a Roma e al mastering Jens Bogren (Paradise Lost, Amon Amarth, Katatonia) al Fascination Street Studio di Örebro, in Svezia. C’è ospite Trevor, dei Sadist, e l’artwork è siglato da Niklas Sundin (Dark Tranquillity).
(Autoproduzione) Metallo vero e puro. Indipendente, ribelle, arriva pesante da uno stato di emarginazione che rifiuta con forza e decisione. I Meatshank, sono in tre. Crew e management compreso. Oltre a suonare, ognuno di loro ha un ruolo: carico dell’equipaggiamento, management, meccanico e pure autista del camper usato per vagare da location a location. Location che viene sistematicamente usurpata con un thrash furioso, ritmato, che mi fa ricordare i Sodom dei tempi di “Agent Orange”.
(Demonhood Productions) Mica banali questi Vithr, norvegesi incavolati e terribili, dediti ad un back metal ferale, ruvido e figlio della migliore tradizione black di Norvegia. Ascoltare i Vithr significa ripercorrere uno scenario crepuscolare, maledetto e glorioso perché c’è qualcosa in quei riff, qualcosa di noto e di mitico, come i Darkthrone (“Maanekult”, “Trolldom”) Burzum (“Bergfolket”), ma anche Emperor (“Hedensk Skikk Og Tro”) e Carpathian Forest (“Kjøtt Og Blod”)
(Electric Generation) Dopo l’inatteso split con ZP Theart erano in molti a chiedersi cosa ne sarebbe stato dei Dragonforce: la risposta è contenuta in questo quinto full-“length”, che ci mostra sicuramente la band in risalita dopo il brutto e riciclatissimo “Ultra Beatdown”, il quale aveva indubbiamente esaurito ogni intreccio possibile dell’extreme power metal. “The Power within” ci presenta anzitutto il nuovo cantante Marc Hudson
(Selfmadegod Records) I polacchi Antigama sono l’espressione di un grindcore caotico e distruttivo, nel quale si odono influenze moderne e passate. Sono una band che nella sostanza mettono nel grindcore di base anche dello pseudo mathcore, il death metal più rovinoso possibile e poi chitarre intrise del metal più dozzinale e caotico, oltre ai ritmi più apocalittici e anfetaminici. La band è già autrice di altri lavori e di recente è stata inclusa in uno split con gli italiani Psychofagist,
(Eat Metal Records) Se dovessi scegliere il gruppo più ‘barbarico’ della scena heavy/epic, non avrei nessuna esitazione a indicare i Wrathblade. I greci, qui all’esordio dopo una lunghissima gavetta che ha fruttato un demo e un 7’’, sono infatti quanto di più grezzo, seminale, cupo e selvaggio mi sia capitato di sentire: Cirith Ungol, Omen, Manilla Road, Wotan, i Manowar più oscuri si mescolano assieme in un sound che non fa nulla per essere melodico
(SPV/Steamhammer) 30 anni e non sentirli, anzi sentirli ed esserne orgogliosi. Con tutta sincerità, riascoltare queste canzoni degli Holy Moses mi porta a chiedere dove stia finendo al giorno d’oggi il metal. Gli Holy Moses nascono ad Aachen, in Germania, ed esibivano uno speed/thrash metal con alla voce Sabina Classen, ovvero una bionda che cantava in growling. C’era anche suo marito Andy (forse ormai ex-marito), chitarrista, ma lui poi abbandonò nel 1994.
Arjen Lucassen è semplicemente un genio. La sua carriera è costellata da concept albums immensi, con storie bellissime, arrangiamenti sublimi, sempre orientati ad un prog efficace, complesso che fa viaggiare la mente. La sua ricerca della perfezione per qualsiasi dettaglio e la sua capacità di coordinare le innumerevoli star che ospita nei suoi album non hanno paragoni. Dopo oltre 20 album, numero che sale a 50 se consideriamo tutte le varie partecipazioni, continua a dimostrare una vena creativa apparentemente inesauribile. Personalmente adoro ogni singola canzone che ha scritto, ed è senza dubbio tra i miei artisti preferiti. E’ appena uscito l’ultimo capolavoro “Lost in The New Real”, recentemente recensito su
(logic(il)logic/Andromeda/Atomic Stuff) Nuovo lavoro per gli italiani In-Sight, costruito attraverso dei riff di base agghindati da distorsioni corpose e che aiutano a delineare un melodic death/metalcore solido ma scorrevole. La band nacque grazie alla devozione di Mek (batteria) per lo swedish death metal e quel retaggio si insidia tra le pieghe delle canzoni, pur rivelando appunto un lato contemporaneo, attuale, appunto di tendenza metalcore.
(Autoproduzione) Già dai primi secondi dell’inziale “Rast-A-Peace (R.A.P.)” si evince che i Metasoma, band polacca ma di adozione inglese, hanno un buon cantante, cioè Amro, uno che solleva la propria voce verso tonalità notevoli, e due chitarristi Golbiak (solista) e Sedzielewski che adorano spaccare in due le casse con distorsioni intense, vibranti e con un pizzico di groove. Per il resto i Metasoma si rivelano dei buoni autori di canzoni.
(Autoproduzione) Singolo che anticipa il prossimo lavoro della band, “Queen of Chaos”. “Hatred” macina suoni robusti, carichi di groove e dalle fattezze di un metal moderno. La produzione rasenta la perfezione, tuttavia è un sound che non offre alcun tipo di novità, ma non è una pecca vista la recente nascita dei volenterosi Anthems Of Steel. Proprio l’eccellenza dei suoni e l’energia sprigionata lasciano sperare in un album di tutto rispetto.
(Steamhammer/SPV) Come può essere una band costituita da Vinnie Appice (batterista di R.J.Dio, Blask Sabbath e altri), il bassista Rex Brown (Pantera) e (aggiunti in seguito) Mark Zavon (chitarrista, per qualche tempo nei W.A.S.P.) e dal cantante Dewey Bragg? Lo potrete scoprire attraverso questo album che prende appunto il nome dei musicisti suddetti, Kill Devil Hill. Gente di spessore per un sound che, per comodità di chi scrive, lo si potrebbe collocare nel settore dei Black Label Society
(Kaiowas/Graviton Music Services/Audioglobe) I Berri Txarrak sono una band basca, in attività dal 1994. In Spagna hanno un ottimo seguito e il nuovo album “Haria” diventa motivo di esportazione del formato musicale di questi tre musicisti, i quali non sono nemmeno tra quelli che figurano nei primordi. Tanta aggressività e ringhiare delle chitarre di Urbizu (è anche voce) veicolata in canzoni dalle fattezze metalcore, hardcore e semplice rock contemporaneo.
(Pogoselavggio Records) L’attacco hard rock-stoner e di zeppeliana memoria di “Another Day” avverte che questo EP è un sincero debutto, con una registrazione chiara ma non del tutto impressionante nella qualità. La musica esprime i suddetti connotati, per nulla memorabili nella loro già sentita semplicità e rockeggiante cattiveria. Il brano è in inglese e sebbene la voce rude di Danilo Lombardo si solleva, nella pronuncia non fa un favore al brano. 
(SPV-Steamhammer/Audioglobe) Proseguendo l’opera di ristampa della discografia dei Touchstone, la SPV ci presenta il full-“length” di debutto della band inglese, da molti ritenuto il loro capolavoro. “Discordant Dreams” si pone infatti da qualche parte fra le cose migliori dei Marillion e quelle dei Threshold, senza rinunciare a qualche influsso dal rock anni ’70: ne esce fuori un prog/rock di classe, né troppo mainstream né troppo cervellotico, capace di impressionare positivamente una larga fascia di pubblico.
(Autoproduzione) La nuova frontiera del Black Metal Sinfonico. Il quale progredisce, muta, incontra il gothic, e si ripresenta in una nuova genetica distorta che avvolge, abbraccia, in un freddo abbraccio mortale. Un’idea, un sogno, che parte dalla lontana Bielorussia, e che si realizza nell’empia mecca del black metal: Bergen, Norvegia. Qui gli Homoferus trovano la loro dimensione terrena e danno genesi a un progetto fantastico
(Steamhammer/Audioglobe) Con tre quinti della formazione originale e un cantante di pregio come James Rivera, gli US metallers Malice si riaffacciano sul mercato dopo uno stop di oltre 15 anni – e infatti il nome non dirà nulla di particolare alla maggior parte di voi, anche se fra 1985 e 1989 i losangelini furono autori di due full-“length” e un ep che hanno scritto la storia dell’heavy/speed a stelle e strisce.
(Listenable Records) Una energia immensa che si scatena da dentro la terra. Un’essenza che dalle viscere del sottosuolo si amalgama con minerali, terra e lava, eruttando con potenza da crateri antichi. Momenti di terrore e pura violenza. Attimi di suspance e calma piatta, illusione, stupore, clima di attesa in un crescendo di emozioni verso la successiva eruzione. Perfezione degli eventi naturali, meccanica complessa e caotica, funzionante, efficiente, micidialmente efficace.
“Belus” e “Fallen” hanno lasciato intendere chiaramente la direzione stilistica di Varg Vikernes e sommariamente “Umskiptar” (che in norvegese vuol dire “metamorfosi”) riprende quel metal scaldico, come lo stesso Count Grishnackh l’ha bollato. Mitologia, epica e tradizione norrena, attraverso musica registrata come sempre al Grieghallen Studio di Bergen. Questo è “Umskiptar”, proprio come i due precedenti album.
(Nuclear Blast/Audioglobe) In passato ho apprezzato non poco i Sabaton, soprattutto per quel capolavoro che risponde al nome di “The Art of War”; ma oggi, ahimè, dovrò essere particolarmente critico nei confronti della band svedese, tra l’altro reduce da una notevolissima rottura che ha portato al cambio di 2/3 dell’organico. Il precedente album “Coat of Arms”, che aveva decretato il successo internazionale di questa band prima non troppo nota,
(KScope) Non si tratta di metal, né di new prog, né di art o post rock, è tutto questo ed allo stesso tempo di più, Weather Systems è il suono dell’emozione che sfugge alle definizioni, è l’incontro di tante suggestioni artistiche sapientemente prodotte e masterizzate dall’infallibile Christer-Andre’ Cederberg.La formazione di Liverpool mescola umori post rock, incursioni elettroniche e tentazioni neoprogressive dando alla luce un album denso di atmosfere liquide ed alienanti, 
(Nuclear Blast/Audioglobe) I Grand Magus sono una garanzia assoluta per tutti gli appassionati delle sonorità classiche orientate verso il doom, e il sesto album della formazione svedese non deluderà certo le attese degli appassionati. Due le importanti novità: il cambiamento di drummer (ora c’è Ludwig Witt degli Spiritual Beggars) e il passaggio alla Nuclear Blast, e devo dire che il budget messo a disposizione dal colosso tedesco si sente in ogni nota
(Victory By Fire Records) Oscurità e pessimismo. Una decadenza dell’essere, una vita che è una passione, una tortura. “Ceremonial Blood” rappresenta quasi un’ora di potentissimo death/black, con una massiccia doppia cassa quasi sempre presente, la quale scandisce con brutalità la manifestazione di un sentimento di violenza e rabbia. Il progetto porta la firma di Eric Horner, il session guitar di Daniel Vrangsinn per gli Stati Uniti (e redattore per chemical-magazine.com), e della sua compagna Jessica.
(Horror Records) ‘Cult’ è l’unico aggettivo con cui si possa descrivere la prima fatica degli Hands of Orlac, pubblicata solo su vinile (nero o rosso e viola!) dalla danese Horror Records (un nome un programma), registrato in Svezia da Philip Svennefelt, mastermind degli altrettanto cult Helvetets Port. I romani prendono il loro nome da un racconto di Renard (e da un successivo film muto) e suonano – nascondendosi dietro pseudonimi – un occult rock profondamente legato agli stilemi di metà anni ’70,
(earMUSIC) Rock maturo, adulto, completo, avvolgente, energico. Musica intelligente creata da musicisti esperti per un pubblico esigente. Gli Europe dominano. Scene, chart, mercati. Lo fanno in quanto consapevoli delle proprie potenzialità, animati da una sincera voglia di suonare buona musica. Quarto album dalla reunion, la formazione mitica (quella di “The Final Countdown”, famoso album multi platino), reunion che, se per alcuni puzzava di commerciale, ora profuma di creatività,
(Lizard Records) Gli Outopsya sono Evan Mazzucchi (basso, violoncello, artwork) e Luca Vianini (chitarre, voce, synth e batteria) e con il nuovo lavoro “Fake” si sono presi la briga di realizzare un doppio, il quale è assolutamente indefinibile, va riconosciuto, nel volerlo semplicemente etichettare. Si può dire che siamo in presenza di un’espressione elettro-rock d’avanguardia, ma nella sostanza in “Fake” ci sono moltissime cose.
(SPV-Steamhammer/Audioglobe) Visto il netto successo (almeno presso il pubblico anglofono), la SPV ha deciso di ristampare le prime tre produzioni degli inglesi Touchstone, da molti ritenuti la new sensation di questo decennio in ambito prog rock. La discografia dei nostri inizia con l’ep “Mad Hatters”, del 2006, qui riproposto con 3 bonustracks live (compresa, come ghost track, una cover di “Mad World” dei Tears for Fears).